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The teacher (2023) di Farah Nabulsi

Inserito da serrilux

The teacher (2023) di Farah Nabulsi

«Io vorrei, e questo sia l’ultimo ed il più ardente dei miei desideri, io vorrei che l’ultimo dei sionisti
fosse strangolato con le budella dell’ultimo dei soldati dell’IDF».
Pino Bertelli

Il cinema è la manifattura della cialtroneria e delle marce diventato sistema… affascina soltanto i dilettanti lusingati dal mercato e gli stupidi che credono a gente come Spielberg, Tarantino o Scorsese, profeti senza destino che costruiscono film su definizioni e formule, e fanno di un nichilismo da canapè l’autunno della creatività e l’idolatria dell’impostura… Hollywood è il Sacro Graal della merce e non c’è nessuno della congrega del Libero Spirito che prenda a calci in culo questi fottuti bastardi e li sbatta fuori dal tempio dell’illusione, per adesso… il cinema italiano poi… è una conventicola di mentecatti, non sanno nemmeno che mettere la cinecamera nel posto giusto è un atto morale, Jean-Luc Godard, diceva… la quasi totalità il cinema italiano, da più di mezzo secolo è un cumulo di relitti, un’architettura dei fandonie, una ridicolaggine evidente che prospera nell’incompetenza generale… aveva cominciato la commedia all’italiana a farci ridere del dolore dell’esistenza e attraverso la risata non rimaneva che la guitteria di grandi attori che cancellava il dolore del vero… poiché aderire solo alla risata significa non aderire a nulla.

Ai nostri tempi il cinema italiano è un indecente miscuglio di banalità, di insudiciamento delle politiche sociali, di rassegnazione alla mediocrità… tutto ciò che germoglia sotto il sole del cinema italiano non è che una dossologia di cortigiani che si pavoneggiano nei germogli della merce. “Una realtà che non sia abbellita dalle favole è più difficile da sopportare di un inferno ammantato di miti. L’uomo ha sempre preferito figurazioni vaghe alla nuda visione che smaschera i giorni” (E.M. Cioran). Il cinema italiano è una vetrina mercatale in cui mascalzoni e santi si sono persi e come puttane sdentate cercano clienti sui marciapiedi sfigurati della storia. Il cinema tuttavia può essere anche altro dalle richieste del mercato dell’ottusità… nelle lande poco conosciute del cinema d’impegno civile, c’è un film che parla della dignità di un popolo e di persone che studiano e praticano la resistenza al presente… si tratta di The Teacher di Farah Nabulsi, regista, sceneggiatrice e attivista palestinese con cittadinanza britannica. Farah Nabulsi è nata e cresciuta a Londra da madre palestinese e padre palestinese-egiziano. Dopo essersi laureata in economia a Londra, lavora come broker presso la JPMorgan, dove si occupa di mercati azionari in Medio Oriente… significa cercare di rubare quanto più possibile ai poveri e arricchire la banca JPMorgan… poi fonda un gruppo societario sui servizi dell’infanzia a Dubai… luogo di profittatori a largo raggio… mercanti d’armi… finanziamenti illeciti… repressione del dissenso… violazione dei diritti umani… le autorità degli Emirati Arabi etichettano come “terroristi” dissidenti politici ed esponenti della società civile. La politica degli Emirati Arabi Uniti si svolge nel quadro di una monarchia federale, elettiva e assoluta… i sovrani dei sette emirati hanno decisione di vita e di morte sui sudditi. Porca puttana… a parte che non ci piacciono i regimi autoritari d’ogni schifezza… ma cosa pensava Farah Nabulsi, di salvare i bambini del mondo proprio da Dubai? Gli Emirati Arabi e Israele sono al centro degli Accordi di Abramo, siglati nel 2020… esprimono il coordinamento strategico di intelligence, un trattato di libero scambio e sistemi di difesa di alta tecnologia… si può leggere ovunque in Rete che l’industria militare israeliana (es. Elbit Systems) mantiene gli Emirati tra i mercati di sbocco principali nell’ambito di esportazioni del settore. Chiudiamola qui. Abbiamo sempre pensato che se gli Emirati Arabi (e i fratelli israeliani) esportassero cammelli, invece che petrolio e armi, il mondo sarebbe più giusto e più umano.

Nel 2013 Farah Nabulsi fa un lungo viaggio in Palestina… e sembra accorgersi che i demiurgi del male sono gli israeliani sionisti… nuovi nazisti inclini al genocidio… fanatici dell’arroganza… commedianti e assassini che credono al “popolo eletto” (?!)… bertucce abbigliate di medaglie al valore USA e pennacchi di Wall Street… criminali ai quali andrebbe dato fuoco e sparso le ceneri nelle porcilaie… il loro governo è un sottoprodotto della tristezza e puzza di cadavere… Dio e Diavolo che coesistono in un modello che la ragione e la bellezza bandisce… una farsa tragica che affoga nel logoramento e nel disprezzo degli assoluti. Una filosofia della morte, corrisponde sempre a una morte della storia.

Farah Nabulsi è colpita al cuore sulle strade di Palestina, ma non matteggia come Paolo di Tarso, l’Apostolo dei gentili… che passò da persecutore a missionario dei cristiani dopo che la luce accecante di Dio lo investì sulla via di Damasco (alcuni malevoli dicono che era caduto da cavallo e aveva battuto la testa e non si era più ripreso)… a causa della persecuzione anticristiana scatenata dall’imperatore Nerone, fu imprigionato a Roma. Poiché era un cittadino romano, subì la decapitazione per spada (una condanna considerata meno infamante della crocifissione) nella zona delle Acque Salvie intorno al 67 d.C… sul luogo della sua sepoltura sbocciò un cavolo e lì venne eretta la Basilica di San Paolo fuori le Mura. Farah Nabulsi, dicevamo… decide di raccontare attraverso il cinema le discriminazioni e i massacri dei palestinesi subiti dal governo sionista israeliano… e oltre a lanciare il sito web Ocean of Injustice, una piattaforma educativa in lingua inglese con notizie provenienti dai territori occupati da Israele, dirige gli eccellenti cortometraggi Nightmare of Gaza (2018), The Present (2020) e il lungometraggio The Teacher. Lavori fortemente improntati sulla dignità calpestata di un Paese, martoriato dal sionismo e sulla resistenza e il riscatto per raggiungere l’autodeterminazione di un popolo.

The Teacher è un atto di resistenza cinematografica. Il film racconta la storia di un professore palestinese (Basem El Saleh) che insegna inglese… gli studenti gli sono molto affezionati… in particolare due fratelli che abitano nel suo stesso villaggio… Adam e Yacoub… la moglie del professore se ne va di casa… gli imputa di avere portato il figlio a una manifestazione contro i soldati e i coloni israeliani che invadono e distruggono le case dei palestinesi… il ragazzo viene catturato dai soldati dell’IDF e processato per attività sovversive. Soffre di asma e muore nel carcere. I bulldozer dell’esercito israeliano demoliscono la casa della famiglia di Adam e Yacoub e i coloni danno fuoco ai loro olivi… Yacoub va per spegnere l’incendio e un colono lo uccide a colpi di mitra. Al processo per l’omicidio di Yacoub, l’assassino viene assolto. Adam è preso da una rabbia profonda e vuole ammazzare il colono. Il professore cerca di aiutarlo e lo ospita nella sua casa come un figlio. Il professore è coinvolto segretamente nella resistenza e ha una storia d’amore con Lisa, un’assistente sociale e volontaria britannica per i diritti civili.

Il figlio di un diplomatico americano e soldato dell’esercito israeliano, Nathaniel, rapito dalla resistenza palestinese da oltre tre anni, è tenuto in ostaggio e in cambio della sua vita viene chiesta la liberazione di oltre 1000 prigionieri politici palestinesi. La regista si è ispirata alla vicenda di Gilad Shalit, un caporale dell’esercito israeliano catturato nel 2006 da partigiani palestinesi. Shalit rimase prigioniero e nascosto per cinque anni… fu liberato nel 2011 a seguito di lunghissimi negoziati, in cambio del rilascio di 1.027 prigionieri palestinesi.

Una sera arriva un auto davanti alla casa del professore… i fari si spengono… alcuni uomini portano un uomo incappucciato e lo incatenano nella cantina. Adam scopre casualmente che il soldato americano-israeliano rapito è nascosto nel seminterrato del suo professore… arrivano “soffiate” alla polizia e i soldati circondano la casa del professore… Nathaniel non c’è e il professore viene rilasciato… era stato Adam a nasconderlo altrove. Adam prende la pistola del professore e va nella fattoria del colono che ha ucciso il fratello, per ammazzarlo… ma non riesce premere il grilletto… è incapace di diventare un assassino… sopraggiunge il professore che spara al colono che aveva imbracciato il mitra. Il professore finisce in carcere e Adam continua a studiare e si diploma con i massimi voti. La chiusa del film è emblematica: è sera… arriva una macchina davanti alla casa di Adam, spegne i fari… il passaggio del testimone morale del professore passa a Adam… ed è un vero e proprio atto di educazione e di conquista della dignità… la resistenza continua.

La sceneggiatura di Farah Nabulsi intreccia abilmente la veridicità dei fatti con la vicenda personale del professore, interpretato con grande autorevolezza da Saleh Bakri, consulente anche i dialoghi in arabo… la macchina da presa della regista è spuria da ogni estetismo ed è profondamenteradicatanellarealtà…oltreallanotevoleinterpretazionediBakri,ImogenPootsfigura Lisa con delicatezza e attraverso sguardi e posture del corpo, conferisce al personaggio uno spessore di assoluta semplicità e bellezza. Muhammad Abed Elrahman (al suo esordio sullo schermo) cresce di sequenza in sequenza, fino ad assumere il ruolo/volto della giovane resistenza palestinese. Il montaggio di Mike Spike è articolato su tre linee narrative… il dramma intimodelprofessorBasem,imomentidirabbiadelgiovaneAdameilgiocopoliticointernazionale legato al rapimento del soldato Nathaniel… costruisce una partitura visiva che accelera progressivamente fino alla catarsi finale. La fotografia del francese Gilles Porte è spoglia, cruda, priva di patinature artificiali… lavorata sulla luce naturale, restituisce appieno i colori dei territorioccupatidellaCisgiordania.LacolonnasonoradelbritannicoAlexBaranowski è incentrata sull’uso di archi e pianoforte e amplifica il senso di accerchiamento e di prepotenza dei soldati israeliani in un area geografica di sopravvivenza e di lotta del popolo palestinese.

The Teacher è un cinema di guerriglia fatto con grazia… un cinema clandestino, di contrabbando, anche… molte sono le immagini rubate dal vero… la macchina a mano che trema nei checkpoint e la polvere vera delle case demolite inseriscono nel film una verità documentaristica e neorealista, anche… la regista filma la dignità del dolore e si sofferma spesso sui silenzi, gli sguardi, i tremori dei personaggi… eleva il film verso una storia universale dell’infamia israeliana in maniere eleganti, di alto livello formale. La macchina da presa della Nabulsi è un’arma di etica visiva e politica… segue il concetto del Terzo cinema latino americano, di Glauber Rocha, specialmente: «Un occhio che filma è un occhio che combatte». L’iconografia gentile della guerriglia di The Teacher, riprende le tematiche della storia del Cinema Rivoluzionario Palestinese degli anni ’70 di Mustafa Abu Ali o Kais Al-Zubaidi, di Jean-Luc Godard e il Gruppo Dziga Vertov o Monica Maurer, di Masao Adachi e Kōji Wakamatsu o Sulafa Jadallah… un cinema di guerriglia visiva e del documentario d’assalto che non mostra solo lo scontro fisico ma atti di resistenza tesi a rimanere umani e difendere le nuove generazioni dall’etnocidio israeliano. La guerriglia quotidiana del popolo palestinese non è più solo il gesto armato, ma il tentativo di mantenere la propria dignità di fronte ai checkpoint, alle demolizioni e all’arroganza dell’occupazione israeliana… i giovani palestinesi rifiutano il trauma della perdita della casa, l’uccisione di fratelli, l’assenza di un futuro accademico o professionale giusto… costituiscono un fenomeno geopolitico complesso che si distacca in modo netto dalla struttura dei partiti, delle istituzioni, delle trattative diplomatiche internazionali e costituiscono una nuova resistenza al presente. Quando gli sgherri del potere esprimono le loro efferatezze nel sangue dell’innocenza, qualsiasi affermazione, anche la più estrema, diventa legittima. Sotto il sole di Israele trionfano primavere di carogne… eliminare lo spettacolo della sofferenza significa individuare il tiranno che la ha prodotta e tagliarli la gola… uccidere un tiranno non è un omicidio, ma un atto di giustizia.

Buona visione.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 25 volte giugno 2026

Farah Nabulsi

Farah Nabulsi
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