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The Sea (Il mare, 2025) di Shai Carmeli-Pollak

Inserito da serrilux

The Sea (Il mare, 2025) di Shai Carmeli-Pollak

Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. E non soltanto quei lupi sono forti in se stessi, c’è anche il rischio che, un brutto giorno, essi trasmettano le loro qualità alla massa e che il gregge si trasformi in branco. È questo l’incubo dei potenti”.
Ernst Jünger

L’arte, tutta l’arte, o è prona alle malevolenze dei padroni del mercato o si fa ribelle alle malversazioni dei poteri che la ingabbiano in proclami da salotto televisivo o nelle fognature culturali dei partiti… a proposito del genocidio commesso dai criminali sionisti israeliani sul popolo pa­lestinese a Gaza… del quale sono responsabili, oltre il governo sterminatore israeliano, Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Ungheria, Repubblica Ceca e, come al solito, la solita italietta di fottuti imbecilli che da destra a sinistra inviano sottobosco armi per continuare la distruzione di un popolo invece di sostenerlo nella conquista della sua autodeterminazione… una schiera di farabutti che andrebbero passati per le armi e le loro spoglie buttate ai porci!… tutta gente che ha fatto dell’arroganza e del consenso elettorale una sorta di autoritarismo e del braccio armato della polizia, l’annientamento delle libertà individuali… un parlamento che fa affari con le mafie, le banche, i mercanti d’armi è un parlamento di ladri e di sopraffattori… e non solo va com­battuto ma va aiutato a crollare nella merda dalla quale è venuto. Motto di spirito: un parlamen­to senza stupidi, sarebbe noioso quanto un circo senza iene.

Il cinema italiano, va detto, è uno stabulario d’imbecillità coronato da Leoni, David, Nastri, Globi, Ciak d’oro… dove l’evento più seguito dai telegiornali e dai social network sono i vestiti dei divi sui tappeti rossi… si parla dei “sarti” come un tempo si parlava della bellezza delle divi­se delle SS prodotte da Ugo Boss… erano davvero belle al sole delle croci uncinate, specie quando sterminavano milioni di ebrei (omosessuali, pazzi, zingari, disadabili, comunisti, anar­chici) nei campi di sterminio… peccato che i sionisti israeliani si siano dimenticati o abbiano manipolato la Shoah a favore di una nuova catastrofe della quale sono i principali boia. Se mi viene detto se sono antisemita, dico no, se sono antisionista, dico certo! Non mi piacciono i tiranni di nessuna razza… andrebbero fatti in fricassea (un antico metodo di cottura della carne, tipico della cucina contadina francese al tempo della Rivoluzione del 1789) e dati in pasto ai cani randagi… fare provare loro la paura (e pisciarsi addosso) che hanno inflitto per secoli agli ultimi della Terra.

L’uomo, l’artista e qualunque persona di qualunque fede o colore della pelle, ha diritto di mani­festare la propria opinione di fronte a qualsiasi tribunale. Con tutti i rischi che ciò comporta, compreso quello di rimetterci la pelle. Shai Carmeli-Pollak è un regista, sceneggiatore, fotogra­fi e attivista per la pace israeliano che fa il cinema a sfondo politico e sociale… dopo la Seconda Intifada nei primi anni 2000, è entrato a far parte del gruppo d’azione diretta Anarchists Against the Wall (Anarchici contro il muro). Insieme ad altri attivisti israeliani e internazionali, Shai Carmeli-Pollak ha militato nelle comunità palestinesi della Cisgiordania per contrastare fisicamente e con proteste non violente la costruzione del muro di cemento eretto dal governo israeliano. Il collettivo Anarchists Against the Wall rifiutava i vecchi adagi del pacifismo generi­co (lobby intellettuali, convegni afasici, chiacchere filosofiche)… e attivava sabotaggi delle bar­riere, blocchi dei bulldozer e promuoveva manifestazioni di massa… l’azione sul campo, tutta­via, doveva essere coordinata e guidata dai comitati popolari dei villaggi palestinesi e non dalla politica… gli attivisti israeliani e internazionali offrivano i loro corpi come “scudi” contro la repressione israelita. Nel 2006 Shai Carmeli-Pollak porta la telecamera direttamente nei cortei per documentare la cruda brutalità dei militari. Da questa esperienza sul campo, gira dall’interno del movimento, Bil’in My Love (2006), che è stato definito, un “capolavoro documentaristico”… testimonia la resistenza degli abitanti del villaggio palestinese di Bil’in contro la costruzione del muro di separazione israeliano in Cisgiordania… nel 2008 il comitato del villaggio di Bil’in e il gruppo Anarchists Against the Wall sono stati insigniti congiuntamente della prestigiosa Medaglia Carl von Ossietzky per i diritti umani a Berlino. Il gruppo Anarchists Against the Wall si è sciolto nel 2010, ma la sua sua eredità libertaria emerge in ogni sequenza di The Sea.

Nel documentario Refugees (HaPlitim, 2008), Shai Carmeli-Pollak filma la situazione dram­matica della traversata dei migranti del Sudan e dell’Eritrea… flussi di persone che a piedi attra­versano il deserto del Sinai… senza nulla, a mani vuote… affrontano in condizioni strazianti il superamento del confine tra Egitto e Israele nel disperato tentativo di cercare un rifugio, una qualche protezione, un’accoglienza dalla devastazione delle dittature e persecuzioni dei loro paesi… e vengono duramente respinti, picchiati o confinati in strutture di detenzione dallo Sta­to di Israele. Il regista, in un intervista alla rivista americana, Cineaste (America’s leading magazine on the art and politics of the cinema), dice che con Refugees ha voluto sottolineare il para­dosso storico e morale di una nazione nata per dare rifugio a un popolo perseguitato, che si ri­trova invece a rifiutare e perseguitare altri esseri umani in fuga dalla disperazione. Una parte delle Nazioni Unite (ONU), la Corte Internazionale di Giustizia (CIG), le Organizzazioni Umanitarie per i Diritti Umani, Amnesty International, Human Rights Watch (HRW), Euro-Med Monitor, La Lega Araba, l’Organizzazione della Cooperazione Islamica (OCI) e molti paesi del mondo… considerano il genocidio di Gaza un crimine contro l’umanità.

Nel film di finzione The Sea (2025), Shai Carmeli-Pollak racconta il viaggio di Khaled (Mu­hammad Gazawi), un ragazzo palestinese di 12 anni che supera clandestinamente i checkpoint israeliani per vedere il mare per la prima volta. Il film è stato prodotto con un finanziamento di 598.600 dollari dalla Israel Film Foundation e ha trionfato agli Ophir Awards 2025 (i premi Oscar israeliani) vincendo 5 statuette, tra cui Miglior Film… secondo il regolamento dell’Academy israeliana, il vincitore del Miglior Film diventa automaticamente il rappresentante ufficia­le di Israele agli Oscar, nella categoria Miglior Film Internazionale… c’è da ridere! Per produr­re spazzatura del cinema italiano come La Grazia di Paolo Sorrentino ci sono voluti tra i 20 e i 4o milioni di euro, per Buen Camino di Gennaro Nunziante (e Checco Zalone), 28.108.350,54 euro e per Diamanti di Ferzan Özpetek 10.370.470,22 euro… quando un giornalista di sini­stra mi ha chiesto che film avrei fatto con tutti questi soldi, ho risposto che avrei cercato di far saltare in aria i carri armati israeliani a Gaza.

Alla visione di The Sea, il Ministro della Cultura e dello Sport israeliano, Miki Zohar, è saltato in piedi e ha annunciato il blocco completo dei finanziamenti pubblici statali destinati alla ceri­monia degli Ophir Awards. La revoca dei fondi a carico dei contribuenti ha l’obiettivo esplicito di punire l’Accademia del Cinema israeliano per aver premiato l’opera di Shai Carmeli-Pollak. Miki Zohar ha accusato il film di promuovere esclusivamente la narrativa palestinese e di ritrarre i soldati dell’IDF (le forze di difesa israeliane) in modo “falso e diffamatorio”… è “uno sputo in faccia ai cittadini israeliani e ai soldati”, ha detto, ed è vero. Sul palco degli Ophir Awards, il giovane attore Muhammad Gazawi, premiato per la migliore interpre­tazione, ha pronunciato queste parole: “Vorrei che tutti i bambini possano vivere e sognare senza guerre”. Dei sogni dei bambini palestinesi, il ministro d’Israele conosce solo il sangue dell’innocenza nel quale sguazzano i bravacci dell’IDF. Siete stati ammazzati sempre troppo pochi… sputeremo sulle vostre tombe fino alla fine dei secoli.

Di The Sea. Khaled è (come già detto) un ragazzo di dodici anni di Ramallah (“Casa di Dio”)… il suo più grande desiderio è vedere il mare che dista 50/60 chilometri dalla città, meno di un’ora di viaggio… l’occasione è la gita scolastica che lo porta sulle spiagge del Mediterraneo… a un checkpoint militare israeliano, i soldati dichiarano che il suo permesso non valido e lo ri­mandano indietro, mentre i compagni di classe proseguono. Il ragazzo torna a casa… quando gli studenti ritornano a Ramallah, descrivono a Khaled la magnifica giornata passata sulla spiaggia… dopo qualche giorno Khaled si mette in viaggio per raggiungere il mare… non cono­sce la strada né parla ebraico… attraversa clandestinamente il confine. Il padre, Ribhi (Khalifa Natour) è un precario clandestino che fa il muratore a Tel Aviv, lascia il lavoro e rischia l’arresto per cercare il figlio scomparso. Khaled vaga per le strade della città israeliana in cerca del mare. Lo sguardo di Khaled diventa una sorta di specchio dove si riflettono grattacieli, negozi, auto, gente che vive una quotidianità molto diversa da quella di Ramallah… i ragazzi si muovono liberi per la città… i turisti sono del tutto indifferenti alla crudeltà della sorveglianza… l’architettura dell’occupazione, le barriere di cemento, i fili spinati, i soldati armati nelle strade… mostrano le disuguaglianze e si basano sull’identità e sul passaporto… i palestinesi sono i nemici da abbat­tere e declassati a criminali, anche i bambini… tutti gli altri, buoni cittadini da accogliere e perpetuare la discriminazione razziale del governo sionista di Israele.

Il padre di Khaled è un lavoratore palestinese senza un permesso regolare. Quando la famiglia lo avverte che Khaled è scappato verso Israele, si mette alla ricerca del figlio… si aggira per le periferie e le strade di Tel Aviv con la paura che la polizia possa fermarlo e arrestarlo… dopo una lunga e disperata ricerca, Ribhi vede il figlio quasi vicino al mare… si ricongiungono, ma non c’è spazio nemmeno per un momento di affetto… interviene la polizia e li arresta perché non hanno i documenti. La scena finale del caffè all’aperto è toccante… clienti israeliani, turisti e la cameriera si fermano un attimo a guardare padre e figlio spinti nell’auto della polizia… appena l’auto si allontana, le persone riprendono a chiacchierare come se nulla fosse accaduto e a ordinare cappuccini… la metafora visiva del regista evidenzia la normalizzazione dell’apartheid e la prepotenza israeliana. Khaled vede il mare solo da una fugace e rapidissima visione dal finestrino della macchina della polizia.

La sceneggiatura di Shai Carmeli-Pollak è estremamente asciutta e la “filmazione” di The Sea ha una sequenzialità quasi documentaria, un vero e proprio “road movie” sulla cattività della politica di sparizione del governo israeliano. I rimandi o i riferimenti del viaggio clandestino di Khaled, più o meno citati… sono Il piccolo fuggitivo (1953) di Raymond Abrashkin, Morris Engel e Ruth Orkin, Tempo d’amarsi (1955) di Elio Ruffo o I 400 colpi (1959) di François Truffaut… più ancora è la “poetica del pedinamento” di Cesare Zavattini che il regista fa sua, e registra la realtà quotidiana delle sofferenze dei palestinesi e le intimidazioni dei militari israeliani attraverso la macchina-sguardo degli interpreti… un’attorialità asciugata in ogni sguardo-gesto che non lascia nulla allo spettacolo. La fotografia di Shai Goldman è lavorata nella semplicità diretta del film, le immagini sono figurate come in un album di famiglia, senza fronzoli né artifici accattivanti. Il montaggio di Yosef Grunfeld (o Joseph Greenfeld) alterna la narrazione lineare con accelerazioni improvvise e restituisce lo smarrimento del protagonista in una sorta di odissea metropolitana vissuta dal ragazzo, legata all’angoscia del padre. La musica di Avi Belleli si snoda in una frammentazione percettiva che suggerisce una vicinanza spirituale con i protagonisti… una notevole partitura musicale che si fonde con le immagini del film… fino allo scioglimento sensoriale della sequenza finale, quando la polizia impedisce al ragazzo di vedere il mare. The Sea è una denuncia della disumanizzazione del governo sionista israeliano e rivendica il diritto universale dell’infanzia e di un popolo alla libertà.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 4 volte giugno, 2026

Shai Carmeli-Pollak

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