“I padroni, che schiattino! All’istante! Putridi rifiuti! Tutti insieme, o uno alla volta!
Ma subito! Subitissimo! In quattro e quattr’otto! Neanche un secondo di pietà! Di morte atroce o soave!
Me ne fotto! Ah, non sto nella pelle! Soldi per salvarli, tutta quanta la razza, non ce n’è più!
Al carnaio, Sciacalli! Nei tombini!”
Louis-Ferdinand Céline
Il cinema italiano continua sciorinare oscenità cosiddette “autoriali” e scemenze abissali che sbancano i botteghini (un film per tutti, Buen camino, 2025, di Gennaro Nunziante, con le fesserie provinciali di Checco Zalone)… si filmano caterve di sciocchezze prive di talento e tutte colte in flagrante reato di ottimismo… il successo è una sorta di religione pervertita e anche i migliori non sanno sottrarsi alla celebrazione del nulla, come certi rivoluzionari/restauratori all’entusiasmo delle ghigliottine. Darei tutto il cinema di Benigni e della Cortellesi per una noce condivisa con un ragazzino con i piedi scalzi nel sole e il viso nella pioggia… almeno lì non supplisco alle categorie morali che i buffalmacchi del cinema italiano vogliono farmi digerire… tutta gente che avvelena lo sguardo degli spettatori e ne specifica i componenti… il gregarismo, il pietismo, il miserabilismo, verniciati spesso a sinistra, a destra convergono piccoli oltranzisti da “faccette nere” (come Checco Zalone), è ciò a cui più mirano… è l’incoronazione mercificata della loro vacuità artistica… in fondo… un cinema senza idiozie sarebbe altrettanto noioso quanto un parlamento senza iene.
L’ultimo film di Paolo Sorrentino, La grazia (forse sarebbe stato meglio titolarlo La noia), ci ha davvero portato sull’orlo del suicidio assistito… il regista napoletano ci è anche simpatico, fuma il sigaro con una certa eleganza e anche quando fa delle pubblicità per qualche marca di qualche cosa o quando parla nelle interviste o sui tappeti rossi dei festival, è veritiero quanto basta… un mago dell’adulazione di se stesso. Sorrentino debutta nel cinema con tre film di un certo spessore culturale — L’uomo in più (2001), Le conseguenze dell’amore (2004), L’amico di famiglia (2006) –… poi prende il volo verso le galassie del mercato d’alto bordo, fabbrica — Il divo (2008), This Must Be the Place (2011), La grande bellezza (2013), Youth – La giovinezza (2015), Loro (2018), È stata la mano di Dio (2021), Parthenope (2024) e approda alla pedanteria forzata di La grazia (2025) —… a parte alcuni eccessi di brutture estetiche come This Must Be the Place e Youth – La giovinezza… la filmografia sorrentiniana ripercorre instancabilmente un’idea di “cinema eletto”… che è stato definito anche “sontuoso” (?!)… vero niente… quello che deborda dalla narrazione filmica di Sorrentino, sovente estetizzante, vibra nel vuoto di sentimenti truccati… una sorta di imperio dell’apparenza condannata alla spiritualità di una società che ha sostituito le ideologie col mondo degli affari… quello che dice non prevede nessuna negazione del futuro, semmai contempla la restaurazione della classe borghese, ammantata da bagliori di santità, come appunto in La grazia.
Va detto. Lungo sette film di Sorrentino si snodano le interpretazioni quasi macchiettistiche di Toni Servillo… che Servillo sia un bravo interprete non c’è alcun dubbio… e in Morte di un matematico napoletano (1992) di Mario Martone, Luna rossa (2001) di Antonio Capuano, L’uomo in più o Le conseguenze dell’amore di Sorrentino… mostra tua la sua notevole gamma recitativa… poi sono venuti gli altri film di Sorrentino che lo hanno proiettato una ripetizione algida, teatrale o incorporea dei personaggi che incarna… una bozzettistica ragionata fino all’ossessione postulare, facciale, gesticolatoria che cola dai film come un calvinista o un santo qualsiasi davanti a una cappella di angeli senza ali… interpretazioni che oscillano tra un’immaginazione priva di creatività e la falsa raffinatezza destinata alla nausea dell’acclamazione… basterebbe studiare la filmica di Jean Gabin, Jean-Pierre Léaud, Michel Simon o Vittorio De Sica, Franco Citti, Marcello Mastroianni… per capire che il cinema consacrato è la peggiore delle punizioni esposte al pubblico… per questi attori non si trattava d’imparare le battute a memoria… ma di costruire una verità emotiva fatta di gestualità minime che crescono d’intensità fino a sfociare in momenti di pura rappresentazione della vita.
Di La grazia. C’era una volta che il presidente della Repubblica, Mariano De Santis (Toni Servillo), è a fine mandato ed è entrato nel semestre bianco… è vedovo inconsolabile da otto anni della moglie Aurora… fervente cattolico… ha scritto anche un manuale di diritto penale di grande competenza (2046 pagine)… ha due figli… Dorotea (Anna Ferzetti), anch’essa giurista, che si cura del padre in tutte le sue cose, anche dell’alimentazione… e Riccardo (Francesco Martino), compositore di musica contemporanea che vive a Montréal… il presidente è soprannominato “cemento armato”… si trova davanti a due problemi etici… il primo riguarda la richiesta di grazia per Isa Rocca (Linda Messerklinger), picchiata a lungo dal marito… lo ammazza nel sonno e l’amante va ogni giorno sotto le finestre del carcere (?!)… il secondo è per Cristiano Arpa (Vasco Mirandola), che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer… il presidente non sa se firmare o no la legge sul diritto all’eutanasia ed è tormentato sul cosa fare… è assillato dai ricordi… l’immagine della moglie Aurora che fluttua nella sua mente (non poteva mancare una sequenza bucolica nei boschi) e da legami profondi con l’amica, Coco Valori (Silvia Marigliano), che gli confida di averla amata (mentre lui pensava che l’avesse tradito col ministro della Giustizia, Ugo Romani (Massimo Venturiello)… c’è anche una videochiama con un astronauta che sballonzola nella capsula interstellare e il coro degli alpini con i calici di birra alzati alla patria, alla famiglia e a Dio che cantano: “Capiva dalle nostre facce quando sbagliava”… ci mancava di vedere la mungitura delle capre è lo spot promozionale era compiuto. C’è anche un cameo del rapper Guè (Cosimo Fini) che al Quirinale rappa il brano Le bimbe piangono… boh?… meglio passare oltre… in chiusa, il presidente concede la grazia a Isa Rocca per la sua sincerità e mette un mattone giuridico a favore dell’eutanasia.
Sorrentino c’inzuppa anche la Prima della Scala… l’ovazione al presidente della “bella platea” è di quelle che fanno vomitare subito… e poi c’è l’intervista che il presidente concede alla direttrice di Vogue Italia… ti pareva che il giornale al quale affidare le proprie memorie non fosse questo?… il favoreggiamento della cretineria al completo… il santuario dei velleitari gracchianti, dei rimbambiti griffati, banda di scimuniti ripuliti nella moda… l’asineria cosciente che beatifica caricature di menzogne… tutte puttanate pubblicitarie adatte a vendere bene la loro robaccia timbrata Made in Italy che va verso la merda come le mosche.
Bisognerebbe far fuori tutti gli adulatori, sono loro il grande simulacro del popolo… “ci vorrebbe lo scannatoio della classe al completo!… fucilare i privilegiati, è più facile che sparare alle pipe!… è la giusta rivincita del più piccino”, diceva il nostro maestro in tutto (Louis-Ferdinand Céline). Quel che seduce di riviste come Vogue Italia è la stupidità del prestigio infondato… una truffa continua e come la politica imperante, è una sconcezza senza rimedio… i loro deliziosi protagonisti e i loro lettori passivi vivono nella fermentazione, nelle scorie, nella feccia nobilitata… sono l’espressione di un sistema totalitario che crea il perfetto imbecille o il minorato mentale come antidoto alla disobbedienza che incrina il loro regno parassitario.
Se questa cultura dell’inginocchiatoio scomparisse all’istante, e non m’importa in quale modo, anche il più estremo, ne riderei sonoramente… poiché c’è più verità nelle lacrime di un bambino scampato a un bombardamento che in tutte le pagine di questa cultura e di questa politica da marcitoio… né convertire né convincere dunque… chi ha la sfortuna di aver letto molto, di aver visto molti film e fotografie… sa che tutte le formule del potere sono vuote e prostituite ai megafoni che le sostengono… comprende che una lavandaia può avere maggiore esperienza di un politico e le pagine di Vogue Italia non sono buone nemmeno per incartarci il pesce al mercato. Per chiudere come per aprire: la voglia di sgozzare ogni impostore blasonato è grande… tuttavia non occorre sporcarsi troppo le mani… poiché sappiamo che tutti i destini “eccezionali” implicano una caduta… si tratta di lavorare al debutto di questo fallimento e tutti gli strumenti per iniziarlo sono buoni… e senza nessun rimorso.
Il presidente di Sorrentino espone i dubbi e le sue pene sull’eutanasia all’amico Papa Nero, il Padre Generale dei Gesuiti (Rufin Doh Zeyenouin), una sorta di “rasta” che ama le motociclette… che dice all’amico giurista: “La grazia è la bellezza del dubbio”, insomma, si tratta di trovare Dio in tutte le cose. Mica è facile… Dio è dappertutto e da nessuna parte, meno che mai nel cuore dei potenti, che di Dio conoscono solo la spada, mai la cacciata dei mercanti dal Tempio. C’è anche Elvis, il cavallo amato del presidente (fa parte dei Corazzieri, la guardia d’0nore del presidente)… è affetto da una malattia terminale e soffre molto… lo sguardo umano, morente di Elvis, induce il presidente a firmare la legge sull’eutanasia… ed ecco che entra in scena un cane robot dei carabinieri che pattuglia i giardini del Quirinale… oh cazzo!… una critica alla tecnologia moderna, hanno detto frotte di critici esaltati su questo colabrodo di cinema lustrale… una sorta di lavacro filmico su un presidente teso a espiare le proprie colpe e più solo di un impiccato innocente… la politica che ha fatto risulta cinica e coinvolta in affari tristi (promesse di successori ad amici di partito), sembra ormai lontana dalla sua esistenza… ci viene da ridere… la politica, quale che sia, non ha nessun gusto!… gli piace solo il falso!… la spazzatura!… e non c’è presidente di un qualsiasi Stato che non sia una bella carogna, sempre accanto ai pregiatori delle fosse comuni e del linguaggio del manganello della polizia… tutto il resto è solo intrigo massonico, guazzabugli di criminali, bugiardi incalliti, esperti pagati dalle banche per affossare l’opinione pubblica… per spazzare via ogni forma di dissenso ed eliminare i dannati della Terra. Amen e così è.
Il soggetto, la sceneggiatura e la regia di Sorrentino… si dipanano in una sequela di banalità orchestrate a favore delle platee sognanti… la cinecamera sembra vagare fra i personaggi in cerca di autore… sequenze oniriche si inframmettono in realtà auliche, stanze vuote, silenzi inghiottiti di facezie precettistiche e con l’odore di Roma sullo fondo, s’aggrappano alla decadenza del potere di un uomo integerrimo… è difficile credere ai trasalimenti di una nequizia funebre che ammanta i potenti… poiché il loro spirito comunitario sfiorisce sulle rovine degli impoveriti… i loro pensieri più illuminati sono appesi come bare a un ciliegio in fiore, diceva… tutte le parole dei potenti hanno il colore della peste… le loro anime sono sempre in bilico tra un plotone di esecuzione e un’aureola.
La fotografia di Daria D’Antonio è giocata sui marroni e sui neri paludati… insieme al montaggio lento, fino al torpore di Cristiano Travaglioli, costituiscono la mortificazione del bello che intendono imbellettare… ciò che fuoriesce dallo schermo è la variabile di un cinema andato in frantumi, colpevole d’imbecillità, che ha invalidato tutte le prospettive della poetica del vero, nell’abbaglio di un cinema-merce agonizzante di originalità. Bisognerebbe essere fuori del mondo come un idiota o come un Cristo morto sul divano, per credere che il cinema mercatale (che si autodefinisce di un certo lignaggio), possa davvero non finire nei sommari di decomposizione del cinema in forma di poesia.
Dell’attorialità di La grazia. Il protagonista assoluto del film è Toni Servillo… per la sua interpretazione prende la Coppa Volpi per la migliore interpretazione maschile alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia del 2025… porca d’una Madonna!… i cortigiani del festival hanno visto nella pietrificazione attoriale di Servillo, qualcosa di fenomenale… a noi ci è sembrato di vedere un fantasma che si aggira nel Quirinale e si affaccia sul cielo dei Roma con la spocchia di chi si trova sul ponte di comando… la sigaretta leggermente alzata, i mezzi sorrisi sornioni, le espressioni incrociate con i parassiti istituzionali che gli stanno attorno, i canti atroci degli alpini… lo proiettano in un mondo avulso dalla realtà e l’attore campano resta attaccato a un cliché come una scimmia a una gruccia… degli altri interpreti non importa menzionare alcunché… rientrano tutti in quel formalismo deteriorato che abita una lingua del cinema come una tomba. “Vi è del ciarlatano in chiunque trionfi in qualsiasi campo” (E.M. Cioran), diceva… non ho mai incontrato un solo spettatore disturbato che sia stato curioso del cinema randagio… quello, per intenderci, che costruisce il film come un’opera eversiva buttata contro il conformismo generalizzato… si deve concluderne che esiste una rottura tra la disgregazione del cervello e l’utopia che porta alla liberazione degli sguardi assoggettati.
Il cinema-merce è uno strumento per mantenere il popolo nell’ignoranza e nella sottomissione… poiché lo spettatore/cittadino medio non ha opinioni proprie, ma riflette sempre quelle del potere in carica… per ottenere consensi o sostenere schede elettorali… il cittadino/spettatore ha imparato l’arte di strisciare che, come sappiamo dall’insegnamento del barone d’Holbach (1723-1789), filosofo ateo, fustigatore della corruzione morale del suo tempo e per questo largamente censurato… richiede ipocrisia e la rinuncia a ogni brivido d’orgoglio o integrità personale… il cinema che non veleggia sulla ricerca della felicità collettiva e sull’utilità sociale, non vale niente, se non per i produttori di sogni bacati di superficialità… la conoscenza del cinema è un delitto d’indiscrezione… conoscere la mediocrità del cinema è ricredersi su qualcosa… conoscere la bellezza libertaria del cinema è ricredersi su tutto… quando non ci sono più vittime dell’inganno, l’ultimo sguardo dell’illusione frana nella rivolta dell’immaginario liberato. Non c’è nulla di più arcaico della rivolta, vale a dire la più vitale delle reazioni dell’uomo dalla sua nascita.
Piombino, dal vicolo de gatti in amore, 13 volte marzo, 2026

















