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Il potere del cane (2021), di Jane Campion

Inserito da serrilux

Il potere del cane (2021), di Jane Campion

Siamo abbastanza chiaroveggenti da essere tentati di deporre le armi; nondimeno il riflesso della ribellione trionfa sui nostri dubbi; e benché potremmo diventare degli stoici perfetti, l’anarchico rimane desto in noi e si oppone alla nostra rassegnazione”.
E.M. Cioran

Il cinema è colpito dalla maledizione iniziale del mercimonio… sin dal principio un nugolo di forsennati del consenso, del successo e del potere (salvo i soliti sovversivi o randagi d’ogni arte), hanno prodotto modelli e fanfaronate prese sul serio, e attraverso l’idolatria dello spettacolo sono passati alla domesticazione dell’immaginario collettivo! L’esultazione del cinema come uno dei mezzi di comunicazione di massa è un esercizio d’empietà che detiene il monopolio della lusinga e della falsità… gli insoddisfatti, i velleitari, gli imbonitori di kermesse divinizzate, sono avvinti in un’inedia incenerita d’approssimazione e tutti sono stretti appassionatamente nel mercantilismo d’annata. I conventi aperti delle televisioni, del resto… spargono film come veleno per i topi e la pandemia di stupidità che ne consegue è il riflesso del sistema finanziario, politico o culturale che celebrano come santo! E senza nemmeno ricevere uno sputo in faccia!
Gli spettatori-clienti ridotti all’apparenza, ingozzati di beatitudini da serraglio, fanno della mediocrazia che li nutre, il crocevia di tutte le suppliche o liquidazioni della soggettività e ciò che resta dopo ogni the end è una perfetta platea di iloti al servizio della dissimulazione che non vuole interrogativi né disvelamenti. Il cinema-oracolo diserta la poetica del rovescio quanto dell’assurdo incontrollato, dell’inconcepibile che strucca gli artifizi da commedianti e li denuda nello sconcerto del vero! I libertari hanno dunque ragione nel cercare il valore dell’uomo in se stessi o nel dispregio epicuero, fuorché in questo mondo di cui fare tabula rasa e abbandonarsi alla rivolta come detonatore di un dissenso più ampio che porta verso una società dell’umano, più umano.
L’intera macchina/cinema è dipendente dalle piattaforme digitali… complici dell’assassinio virtuale della percezione… dispositivi del mercantilismo battezzato dalle multinazionali del crimine organizzato — quelle che producono o comprano o inventano le star-marionette della musica, dello sport, del cinema, della fotografia, della televisione, della letteratura, della politica, della guerra, delle mafie —… tutta gente che andrebbe impiccata sull’altare della patria nell’ora del tè per lesa maestà all’intelligenza, e così mettere fine agli eccessi dell’inganno e della ferocia sui quali i “buoni samaritani” di Wall Street hanno eretto il loro impero del male. Tuttavia, dicevamo… anche da queste cloache dell’insignificanza, come Netflix ad esempio… può uscire talvolta il figlio differente o mai voluto… e un film di una qualche vitalità possa varcare il grado zero dell’imbecillità dell’azienda. Si tratta de Il potere del cane di Jane Campion… regista neozelandese di una certa grazia estetica che non teme di affondare il suo sguardo nelle viscere del potere maschile che annienta… un film esiste e si afferma solo grazie a strappi del prontuario merceologico… quando comincia a rinsavire si deposita o si sgretola sulla soglia dei mercanti-ladri del tempio!


Il potere del cane non è un capolavoro… i costruttori di “capolavori” come Steve Spielberg, Sergio Leone o Quentin Tarantino… sono pericolosi quanto i criminali, i mafiosi, i giullari della politica, rimasti impuniti… piacciono a tutti, perfino agli ospiti delle case di riposo… peccato che dietro il loro stile c’è solo una tecnica declamatoria senza stile… non si diventa Orson Welles, Jean-Luc Godard, Luis Buñuel, Jean Vigo, Roberto Rossellini o Pier Paolo Pasolini se non si è prima provocato il declino o la distruzione di chiese, ideologie e polizie! Il genio comincia sempre col dolore!

Il film della Campion è l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Thomas Savage… prima di diventare scrittore aveva fatto il mandriano nel ranch di famiglia, saldatore, operaio alle ferrovie e professore di letteratura alla Suffolk University (Boston)… non celò mai la sua omosessualità, né alla moglie né ai figli, e Il potere del cane racconta del bene e del male di due fratelli in un ranch agli inizi del XX secolo… c’è la rabbia, l’omosessualità repressa, la misoginia… la forza anche della parola pronunciata che provoca l’interrogazione del vissuto quotidiano… Savage sapeva che ci lega alla vita quel che passa attraverso ciò che ci libera dalla vita, il resto è solo uno spettacolo di corruzione, schiavitù o ignoranza.
Di Il potere del cane. I fratelli Phil e George Burbank sono i ricchi proprietari di un ranch del Montana, è il 1925… durante la transumanza conoscono la locandiera Rose Gordon e il figlio efebico Peter. Phil è ossessionato dal ricordo di un cowboy che gli ha fatto da mentore, “Bronco” Henry, e deride sia Peter che la madre. George sposa Rose e manda il figlio a studiare medicina al college. Durante l’estate Peter torna al ranch dove ormai Rose è diventata alcolista. Phil e i suoi uomini dileggiano sull’effeminatezza di Peter. Il ragazzo scopre le riviste con uomini nudi di Phil e lo vede masturbarsi col fazzoletto di “Bronco” Henry in uno stagno. Phil cambia atteggiamento con Peter… inizia a intrecciare un lazo per lui e l’insegna a cavalcare… durante una cavalcata sulla montagna Peter trova una mucca morta, forse infetta da antrace… si mette i guanti e taglia stralci di pelle.

L’amicizia tra Phil e Peter è sempre più stretta… Rose li osserva e beve sempre di più… George le sta vicino. Phil e Peter vanno a caccia, Phil uccide un coniglio e si ferisce alla mano. Peter gli confida di aver trovato il corpo del padre impiccato e d’averlo rimosso dal cappio. Rose regala le pelli agli indiani e Phil non può terminare il lazo per Peter. Il ragazzo gli offre il cuoio della mucca morta, senza dire che l’animale era malato e passano la notte nella stalla per finire il lazo. Phil racconta la storia di “Bronco” Henry… quando gli salvò la vita scaldandolo col corpo durante una gelata. Peter chiede se erano nudi. Phil non risponde. La mattina successiva Phil si sente male… la ferita si è infettata… cerca Peter per donargli il lazo finito… non riesce… George lo porta dal dottore e dopo qualche tempo muore. Peter non va al funerale, apre un libro di salmi e legge: “Libera la mia vita dalla spada e salva l’unica vita mia dall’assalto del cane”. Depone con i guanti il lazo sotto il letto e dalla finestra vede George e Rose (sobria) di ritorno dal funerale che si abbracciano. Peter si volge allo schermo e sorride.

Ora non è che una trama del genere ci faccia trasalire né esultare con particolare stupore per una faccenda di omosessualità (repressa o rivelata) nel selvaggio west… nel film della Campion c’è altro che attanaglia la visione… una sorta di elegia dei sentimenti umani che non hanno sete di neutralità… c’è l’impensato, l’interdetto e la morte beffarda o la soppressione della cattività da parte dell’innocenza umiliata, anche… le emozioni prendono il posto delle parole, i gesti, i fatti e le allusioni quello d’irrecusabile verità! L’evidenza del mistero o del disagio a vivere non ha bisogno di testimoni, ma d’amore e di tempeste del desiderio che ne scatenano il senso. Si ama l’amore nel suo manifestarsi o lo si recide nella lesione dell’abbandono! L’amore interroga il segreto in ciò che è dato, poiché non è nascosto e danza nello sguardo che sopprime l’oblio della lingua tagliata. L’amore (non importa quale sesso ami, basta che sia amore) è la fiamma della candela che incendia la pagina bianca e fa delle vampate amorose un tappeto volante di passioni mille volte agognate e mille volte sconosciute che si offrono a noi in sorte… l’amore è l’invisibile che è in tutto ciò che è dentro la nostra coscienza o incoscienza e si mostra in seno alla propria epifanica bellezza.
Le inquadrature della Campion sono epiche… degne del miglior cinema western americano degli anni ’40/’50… insieme alla fotografia (Ari Wegner), il montaggio (Peter Sciberras) e la musica (Johnny Greenwood) affabulano un’architettura filmica di forte presa del reale e restituiscono allo spettatore la presenza scenica di un’epoca rivelata nella sua fascinosa e seduttiva crudezza. L’attorialità di Benedict Cumberbatch (Phil), Kirsten Dunst (Rose), Jesse Plemons (George) e Kodi Smit-McPhee (Peter) è tutta giocata per sottrazione… nell’essenzialità drammaturgica che non necessita di compiacimenti teatrali… l’interpretazione dell’attore britannico Cumberbatch, sospesa tra i ritagli del ricordo e la sofferta omosessualità appena accennata, riporta, in maniera più intima, meno “guerriera”, al rapporto di John Wayne con Montgomery Cliff di Il fiume rosso (opera magistrale) di Howard Hawks. Sorprendente il giovane australiano Smit-McPhee… lascia trasparire una sensualità androgina mai offerta allo sdegno di chi non può comprendere né vuole… gli sguardi, umori, posture — come quando Peter si guarda allo specchio, la citazione del ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde è pertinente —… non sono mai parziali, semmai emanazioni del corpo che fa della malinconia un vezzo, anche uno sberleffo, propri agli amanti del chiaro di luna… checché ne dica quel fottuto fascista di Filippo Tommaso Marinetti.

THE POWER OF THE DOG (L to R): BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK, COHEN HOLLOWAY as BOBBY in THE POWER OF THE DOG. Cr. Courtesy Of Netflix

Sì… il silenzio degli amanti che accendono la gioia in un fiammifero di Jacques Prévert, poeta dell’amore sognato, tradito, odiato, perduto e sempre ricercato come salvezza della propria finitudine… e sono l’invito al viaggio dell’amore in bocca o all’inferno di Arthur Rimbaud verso la Terra che nessuno sa! I naviganti dell’amore senza steccati o confini che fanno della propria intimità spudorata e libertina, il primo o l’ultimo mattino del mondo.


Il potere del cane ha raccolto premi importanti che qui non c’importa menzionare… anche i giusti apprezzamenti del pubblico, certo… la Campion tuttavia sembra continuare un discorso cinematografico che va di là dei consensi ricevuti… persegue una visione personale della forza e della fragilità femminile che si oppongono all’intolleranza di ogni potere, anche nella follia. Nella sua filmografia (Sweetie, 1989; Un angelo alla mia tavola, 1990; Lezioni di piano, 1993; Bright Star, 2009 o Il potere del cane) i ritratti cinematografici di donne sono avvolti in difficoltà che le riverberano nello sconvolgimento della propria condizione sociale e anche quando la subiscono c’è sempre l’intollerabilità al perdono e la risorgenza a un’esistenza senza padroni!
La trattazione degli uomini è irrigata di autoritarismi, stoltezze o aggressioni decisamente senza remissioni dei peccati… il potere maschile non si congeda mai dalla sgradevolezza che lo rivela… poiché gli uomini abitano la maniera, la frase, la posa come affermazione del definito, dell’imposto, del convenuto, sono incapaci di uscire dalla simulazione, volgarità o impotenza che li conduce alla morale del bastone, mai alle lacrime delle loro vittime. Demiurgi di verità obbligatorie, gli uomini non conoscono la ferita originaria e feconda della dismisura, dell’eterno femminile che annulla le differenze e abolisce i limiti… il poema dell’amore (quale che sia) e la sua stessa parola, è l’impossibile che si fa possibile, è la scoperta di un suono, una eco, un canto in rivolta che si oppone alla storia della politica, della vessazione, della violenza e fa dell’indicibile amato, il detto di un’altra umanità.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 22 volte gennaio, 2022

THE POWER OF THE DOG (L to R): BENEDICT CUMBERBATCH as PHIL BURBANK, KODI SMIT-McPHEE as PETER in THE POWER OF THE DOG. Cr. Courtesy Of Netflix

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