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NIENTE È SACRO, TUTTO SI PUÒ DIRE. RIFLESSIONI SULLA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

Inserito da serrilux

NIENTE È SACRO, TUTTO SI PUÒ DIRE. RIFLESSIONI SULLA LIBERTA’ DI ESPRESSIONE

di Raoul Vaneigem, Ponte alle Grazie, 2004, 7 euro.

Ci sono libri che si chiamano fuori da ogni forma di mondanità mercantile.

Uno di questi è firmato da Raoul Vaneigem, figura importante del maggio francese e membro dell’Internazionale situazionista dal 1961 al 1970. È un’opera/manifesto che nel titolo dice già molto del suo contenuto: Niente è sacro, tutto si può dire. Riflessioni sulla libertà di espressione. Vaneigem, com’è nel suo stile sarcastico e irriverente, affabula un pamphlet velenoso contro l’impero dei media e appronta una difesa appassionata della libertà d’espressione perché «non esiste un uso buono o cattivo della libertà d’espressione ma soltanto un uso insufficiente». Il libro di Vaneigem è affilato come una lama e si dispiega sull’etica indimenticabile del Trattato sulla tolleranza di Voltaire. In apertura il belga cita le sue parole: «Non sono d’accordo con ciò che dite, ma mi batterò perché possiate dirlo liberamente» (Voltaire). In questo testo, rapporto o saggio contro l’internazionale del dominio dei saperi o delle politiche istituzionali di guerra, Vaneigem mostra che la libertà d’espressione è una libertà schernita, rifiutata, mortificata dalle stesse persone che la detengono. «L’assoluta tolleranza di tutte le opinioni deve avere come fondamento l’intolleranza assoluta di tutte le barbarie», Vaneigem, ancora.

La società dei simulacri è tirannica. Ciò che sacralizza uccide, perché niente è sacro e tutto si può dire. A partire da Auschwitz, dalla bomba atomica, da Chernobyl, fino alla catastrofe dell’11 settembre 2001 a New York, ciò che è stato mostrato non è la rappresentazione dell’orrore ma la scenografia che lo frantuma. La civiltà dello spettacolo mangia l’anima dei suoi sostenitori e i clienti del mercato globale della fame, per molti versi, istigano le nuove generazioni all’odio, all’indifferenza e al disprezzo. Vaneigem raccoglie antiche seminagioni della critica anarchica e afferma che la libertà d’espressione porta in sé la critica delle idee. In questo senso ciascuno ha il diritto di avere diritti e ricorrere a tutte le misure dissuasive per non essere calpestato, deriso e umiliato.

Le parole sono pietre o «uccidono soltanto coloro che si arricchiscono con la loro falsità», dice Vaneigem. Le coscienze mercanteggiate affondano nel successo spettacolare e nulla fanno per liberare la libertà d’espressione dalla censura del mercato e farla finita col giudizio di dio quanto dei fast food. Sperare in un’etica della politica, o moralizzazione della libertà d’espressione, è vano quanto lavarsi i denti su una montagna di spazzatura alla periferia di Mogadiscio.

Vaneigem chiude il suo libello sulla libertà d’espressione e protezione dell’infanzia. La verità è una scelta, non un obbligo, afferma, e sovente i bambini (anche quelli del proletariato) sono trattati alla stregua dei cani della «buona borghesia», cioè bene, ma inebetiti da una cultura dell’infanzia che li alleva alle menzogne del mercantilismo, alla bellezza dell’effimero, all’onnipotenza del denaro. E l’autore si inalbera anche sul totalitarismo religioso, che è incompatibile con il progresso umano. «Assoggettare un bambino a un dogma – scrive – senza prima informarlo dell’esistenza delle mitologie ebraica, cristiana, islamica, buddista, induista, celtica, greca o azteca significa circuirlo». Tutto vero. Fondare la libertà d’espressione sui diritti dell’essere umano vuol dire lavorare all’abbattimento della barbarie planetaria e fare della poesia, della bellezza e della fraternità dei cuori in amore, un ponte verso il desiderio di esistere tra liberi e uguali, anche. «La libertà non deve mai essere disarmata», osserva Veneigem. È la sovranità della vita che rende obsoleto ogni fucile. Si tratta di rendere libere tutte le opinioni, noi sapremo riconoscere le nostre, impareremo a rifiutare quelle nocive, a disvelare la corruzione del profitto e costruire un florilegio di situazioni radicali per rendere impossibile l’imperio della disumanità. Lo scritto è dunque un invito a ritrovare lo stupore dell’infanzia, a riconoscere quelle passioni che violavano il mistero e fare della meraviglia il ritorno alla speranza di cercare dentro e fuori di noi un mondo più giusto e più umano.

Settembre, 2004

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