“La grande pulizia? Questione di mesi! Questione di giorni! Ah sì! Presto fatto!… Rallegramoci… Bengalizziamo!…
È mica difficile, in fin dei conti, la rimescolata! Lo scannatoio della classe al completo! Si sfondano delle gran porte aperte, e tutte tarlate perdipiù! Fucilare i privilegiati, è più facile che sparare alle pipe!… È la gloria naturale, ecco! La rivincita del più piccino! Il risarcimento strameritato! I poveracci che recuperano, tutti quanti!”.
Louis-Ferdinand Céline
Sulla rivoluzione della stupidità hollywoodiana
Pretestuoso!… falso!… supponente!… manicheo!… furbo!… stupido fino all’impossibile!… è ciò che abbiamo visto in Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson… fin dal titolo… che è tratto da una frase di Angela Davis — « non ci sarà mai una battaglia finale. È sempre una battaglia dopo l’altra» —… allieva di Marcuse, filosofa, militante del Partito Comunista degli
Stati Uniti (fino al 1991) e sostenitrice del Black Panther Party… afroamericani che presero le armi per autodifesa… nel 1970 fu inclusa nella lista dei 10 ricercati più pericolosi dell’FBI con l’accusa di complicità in un sequestro e omicidio… dopo 18 mesi di prigione e una vasta mobili- tazione internazionale (campagna “Free Angela”), fu assolta da tutte le accuse nel 1972. Si è dichiarata lesbica ed è considerata una delle madri del femminismo moderno… nei suoi studi ha individuato come razza, classe e genere s’intreccino nelle strutture di oppressione.
Su Angela Davis, come si sa, furono scritte alcune canzoni a caldo… la prima in assoluto fu Angela (1971), del Quartetto Cetra (scritta da Virgilio Savona)… i The Rolling Stone fiutarono il momento e al culmine della loro falsa trasgressione musicale inserirono nell’album Exile on Main /t., /weet Black Angel (1972), scritta da Jagger (il testo) e Keith Richards (la musica)… i fan strinsero i pugni al cielo, la casa discografica alzò i dividendi in banca… e l’allegra brigata dei Rolling Stone prese il volo da un castello all’altro cercando di trovare le origini della protesta sociale degli afroamericani sugli indici di Borsa di Wall Street. Alla sensibilità culturale del tempo, non poteva mancare il tributo di John Lennon & Yoko Ono… e in quello che viene considerato l’album politico dei due artisti milionari, /ome Time in New York City, appare Angela (1972)… dall’alto del loro palazzo al Central Park di New York, Lennon e Ono, dichiarano (nella canzone) che la Davis è una “sorella” e il mondo intero la sta guardando… peccato che i neri degli slum continuavano a essere picchiati e uccisi dalla stessa polizia che proteggeva la fama e la celebrità dello “star system” del quale facevano parte. Nel 2018 il gruppo jazz britannico, Sons of Kemet, pubblicano l’album Your Queen Is a Reptile — un manifesto politico che contesta la monarchia britannica e il colonialismo — inseriscono My Queen Is Angela Davis e pongono la Davis tra le grandi figure femminili della storia nera.
Una battaglia dopo l’altra è una tomba di illusioni… con lo schermo pieno di fantasmi, una sorta di fossa comune delle idee di libertà e di giustizia che il film dice di sostenere. Paul Thomas Anderson… regista celebrato della giovane ondata hollywoodiana… autore (tra gli altri) di Boogie Nights – L’altra Hollywood (1997), Magnolia (199), Il petroliere (2007)… lavori sempre un po’ altezzosi, che hanno in comune con Una battaglia dopo l’altra, una certa ruffianeria di fondo. Per compiacere al pubblico Anderson impacchetta film sulla fatalità segreta, il doppio gioco del lieto fine e storie che hanno un corso ma non un senso… se non quello del botteghino… una merce magniloquente che contiene il nettare della vacuità.
Per noi il cinema di Anderson rappresenta la noia del riciclo estetico d’abituale consumo che rasenta la disperazione e Hollywood è la sua maçtresse… nella città degli angeli di cartapesta, hanno ucciso il “cuore messo a nudo” di Baudelaire e l’hanno sostituito con la cine-letteratura da bottegai di Steven Spielberg, Quentin Tarantino o dell’ultimo Martin Scorsese… di fronte alla visione di questo fare-cinema, anche un pensatore eccezionale come Ernst Jünger — che sosteneva il ribelle che “passa al bosco” e tiene le proprie armi in cantina, si rifiuta di non farsi annientare dagli imperativi del potere —… diventa un portinaio con la voglia di sgozzare l’uomo che non la pensa come lui… se avessi saputo, mi sarei ucciso!… diceva. Del resto, di fronte alla civiltà dello spettacolo che nega l’intelligenza dell’uomo e la sostituisce con le lusinghe e le desolazioni confezionate dalla cultura, dalla chiesa, dalla politica dominanti… il pensiero del suicidio mi aiuta a vivere… senza l’idea del suicidio mi sarei ammazzato subito in un mare di zucchero filato. Un piccolo lascito per i bambini irrequieti: “Non occorre suicidarsi. Occorre sapere che lo si può fare. L’idea è esaltante. Ti permette di sopportare qualsiasi cosa” (E.M. Cioran, uno dei miei “cattivi” maestri), perfino quella di vedere in faccia chi sono davvero i tuoi genitori e metterti a ridere del loro appoggio al trionfo dell’utilitarismo delle guerre, dei genocidi, delle disuguaglianze accettati nelle farse elettorali e nei regimi “comunisti”… tutta roba da macelleria orchestrata dai piani finanzieri delle banche internazionali, dai governi complici, dalle chiese e dai servizi segreti che organizzano terrorismi di prima qualità per destabilizzare l’ordinamento del pianeta a favore di un manipolo d’imbecilli che si credono giganti. Ai popoli basterebbero cinque minuti di profonda libertà per far crollare l’intera impalcatura… tutti allo scannatoio!… fucilazione dei privilegiati all’istante!… bruciare le ghigliottine degli sportelli di banca!… la giusta rivincita degli ultimi, degli impoveriti, degli spossessati di tutto, anche della dignità, parte da qui… il nostro ordine si oppone al vostro disordine, Pietro Gori (il poeta dell’anarchia), cantava… poiché la struttura sociale, economica e politica esistente è ingiusta e oppressiva, va abbattuta e sostituita con un “ordine” basato sulla libertà, l’uguaglianza e la giustizia. E io ci credo.
Ora… che Paul Thomas Anderson venga a farci la lezioncina (in salsa americana) sulla rivoluzione di un gruppo di estrema sinistra (?!), senza nemmeno aver visto i maglioni inzuppati di sangue versato sui marciapiedi della storia dalla generazione del ’68, che sì ha cercato di prendere il potere, ma per meglio distruggerlo… proprio non ci va, anzi ci fa incazzare… è vero… quei giovani dettero l’assalto al cielo del conformismo e furono sconfitti, ma avevano ragione… molti furono uccisi, alcuni vennero assoldati dall’industria culturale, dalla partitocrazia, dalla dossologia mercantile… altri ancora continuarono la lotta contro gli autoritarismi di destra e di sinistra con altri mezzi… in attesa che dalle ceneri della disobbedienza possa sorgere un nuovo fuoco di resistenza sociale… tutti i pezzi di merda sono capaci di fare la predica!… stanno solo proteggendo il loro potere… l’ingiustizia regna ma non governa… “bisognerebbe far fuori tutti gli adulatori, sono loro il grande oppio del popolo! (E.M. Cioran, ancora)… impiccarli ai cancelli dei pubblici giardini… per mettere fine ai crimini che commettono contro l’umanità.
Di Una battaglia dopo l’altra
Il film di Anderson è tratto dal romanzo di Thomas Pynchon, Vineland… non l’abbiamo letto né ci interessano le chiacchiere manichee sui movimenti di estrema sinistra che ovunque si danno alle stampe… Anderson vorrebbe raccontare lo spirito di ribellione giovanile che si opponeva alla politica repressiva di Ronald Reagan… intento decoroso, certo… ma lo narra mescolando il dramma, il thriller e la commedia grottesca che in alcuni punti suscita la caricatura (il personaggio di Leonardo di Caprio) o il ridicolo (la sovra-recitazione di Sean Penn)… il film di Anderson è stato osannato dalla critica internazionale… le definizioni passano da un’opera incendiaria a un capolavoro galvanizzante, al cinema puro?… ma dove?… si vede che le veline della produzione, accompagnate da lauti assegni, sono state accolte col solito fervore dalle “scimmie sapienti” della stampa specializzata… i tappeti rossi non saranno avari di riconoscimenti e forse Una battaglia dopo l’altra sarà imbalsamato nel tempio più osceno della macchina/cinema: il Dolby Theatre di Los Angeles, 6801 Hollywood Boulevard (California), dove si consegnano i premi Oscar… e i grulli ci credono.
La banda di saprofiti di Hollywood (tra gli affiliati non pochi gli israeliani) segue la morale del film — Gli angeli con la faccia sporca (1938) di Michael Curtiz —, dove preti e gangster agiscono sul tema del conflitto tra il bene il male… il cattivo viene condannato alla sedia elettrica e il buono conquista il cuore dei fanciulli-ladruncoli che imperversano nella miseria delle periferie… ma quella miseria generata da un sistema feroce, resta, e non sono presidenti neri né buffoni col cappellino da baseball e decretarne la fine… chi ha il potere conduce la danza e anche se è macabra, basta che la falsità sia ripetuta più volte nei mezzi di comunicazione di massa, e all’arbitrario, il mostruoso, il fatale trionfano sull’inclinazione degli uomini a servire.
Una battaglia dopo l’altra figura un gruppo di ex rivoluzionari degli anni ’80… Anderson mostra il fallimento politico degli attivisti radicali e la rinascita personale e affettiva di uno di loro,
Pat/Di Caprio, che percorre quasi l’intero film in accappatoio da bagno, pistole, fucili e uno smartphone… fa discorsi, capriole, salti dai tetti, lancia bombe incendiarie in maniera maldestra, come fosse a bordo piscina di una villa di Beverly Hills (proprio come quando imbraccia un lanciafiamme nel brutto film di Tarantino, C’era una volta a… Hollywood, 2019)… Sean Penn veste i panni di un militare razzista… è così debordante che sembra essere proiettato in un altro film di guerra… forse non aveva compreso che il conflitto in Vietnam era finito e gli americani avevano perso… tutto questo mi ricorda un mio amico ubriacone che aveva perso tutto dopo aver fatto la Resistenza e tutti si erano dimenticati di lui… anche il partito comunista (perché non condivideva la svolta borghese che aveva preso)… viveva in uno scantinato sotto casa mia… una volta mi ha detto che stava bene solo al cinema… tuttavia si era accorto che il cinema mercantile, come il regime che l’aveva spogliato di ogni cosa, cercava di espropriarlo anche del suo immaginario, per questo gli era riconoscente… perché perdendo tutto aveva trovato in certi randagi del cinema — Erich von Stroheim, Sergej M. Ėjzenštejn, Dziga Vertov, Friedrich W. Murnau, Fritz Lang, Georg W. Pabst, Luis Bunuel, Jean Vigo, Jean-Luc Godard, François Truffaut, Jean Renoir, Yasujirō Ozu, Kenji Mizoguchi, Akira Kurosawa, Vittorio De Sica, Roberto Rossellini, Pier Paolo Pasolini —… il cenacolo della bellezza che anticipa tutti i sommovimenti dell’anima e si riversa nelle rivoluzioni sociali. La libertà intellettuale non è un privilegio che si concede, ci si prende.
La sceneggiatura di Una battaglia dopo l’altra (Anderson) è una sequela interminabile di azioni forzate… gli attentati dei rivoluzionari del French 75 sembrano usciti dai fumetti degli anni ’80… si agitano, gridano frasi sconnesse, sparano con la facilità degli imbecilli… liberano gli immigrati da un centro di detenzione in Californa e con l’euforia dei venditori di pop-corn, saccheggiano banche, uffici e infrastrutture delle rete elettrica… Pat (Leonardo Di Caprio) e l’esuberante nera Perfidia (Teyana Taylor) che imbraccia il mitra come al tirassegno di un Luna Park, vivono una storia d’amore… qualche tempo dopo nasce la figlia Charlene… Pat cerca di convincere Perfidia ad abbandonare la lotta armata… lei tenta la rapina a una banca ma è catturata dal capitano Lockjaw (Sean Penn) e diventa la sua amante e la sua spia… denuncia i compagni in cambio di una condanna ridotta… poi entra nel programma di protezione testimoni e scappa in Messico… le fila del French 75 sono decimate.
16 anni dopo Pat ha cambiato nome in Bob, la figlia in Willa, e vivono nella città di Baktan Cross… Pat /Bob ha ormai rinunciato alla lotta rivoluzionaria… è dipendente da droghe e alcol… padre affettuoso e ansioso cerca di proteggere Charlene/Willa dalla sua giovinezza… qui il quadretto familiare di padre e figlia scende nel più squallido sentimentalismo da soap-opera, lei va con gli amici e lui sprofonda nella droga. In virtù della sua politica di repressione degli immigrati, Lockjaw è promosso colonnello… cerca di entrare nella società segreta fascista, suprematista, Pionieri del Natale (?!)… mi viene da ridere… cazzo… ma proprio Anderson non aveva un altro nome da dare a questa sorta di Massoneria… nel rito iniziatico a Lockjaw viene chiesto se aveva avuto rapporti interrazziali, altrimenti non sarebbe stato accettato.
Lockjaw ordina alle truppe antidroga d’invadere Baktan Cross e catturare Charlene/Willa, che potrebbe essere sua figlia e va uccisa… Deandra (Regina Hall), un’ex-attivista del French 75, mette in salvo Charlene/Willa in un convento di suore che appoggiano il movimento (?!) e le dicono del tradimento della madre… qui comincia il fotoromanzo della fuga di Pat/Bob… aiutata da un Benicio del Toro/sensei Sergio St. Carlos (maestro di karate), piuttosto cartolinesco… per niente iconico come nell’eccezionale La trama fenicia (2025) di Wes Anderson. Pat/Bob si dimentica la password/codice dello smartphone per mettersi in contatto con gli ex-rivoluzionari… corre un poi di qua, un po’ di là, non ci crede nemmeno lui a quello che fa, ma forse i 25 milioni di dollari per la sua partecipazione al film, sono sufficienti a rendere una cosa stupida, ancora più stupida, e quando grida «¡Viva la revolución!», sembra pubblicizzare una crema da barba. Pat/Bob viene arrestato ma Sergio St. Carlos riesce a liberarlo come i ragazzi che giocano a “moca cieca” nell’oratorio… intanto i Pionieri del Natale hanno trovato le prove che Charlene/Willa è la figlia di Lockjaw e inviano un loro affiliato per uccidere il colonnello… che affida Charlene/Willa a un cacciatore di taglie Navajo (?!). Il sicario dei Pionieri del Natale rintraccia Lockjaw, gli spara e si schianta con l’auto, ma non muore… gravemente sfigurato, si presenta ai Pionieri del Natale… che gli confermano l’ammissione alla società segreta… la gioia di Lockjaw è straboccante, quasi una pantomima… gli viene presentato il suo nuovo ufficio… lo uccidono col gas per poi disfarsi del cadavere.
Il cacciatore di taglie Navajo consegna la ragazza al 1776, soldati mercenari (1776, forse indica la guerra d’indipendenza americana, 1776-1789?)… ma il Navajo s’intenerisce per la giovane età della ragazza (?!), non la sopprime e dopo una sparatoria con i fuorilegge (dove muoiono tutti), Charlene/Willa fugge in auto. Il sicario dei Pionieri del Natale la insegue… Charlene/Willa, ferma la macchina dopo un dosso, il sicario non riesce a evitare lo schianto e lei lo finisce a colpi di pistola. Di lì a poco arriva Pat/Bob e tornano a casa. Pat/Bob legge una lettera di scuse della madre alla figlia… lei chiede di andare a una protesta a Oakland e lui acconsente. The End.
La fotografia (Michael Bauman, Paul Thomas Anderson), il montaggio (Andy Jurgensen), la scenografia (Florencia Martin) e i costumi (Jonny Greenwood) alimentano la struttura di un film inconsistente, manierato, una furbata commerciale nemmeno ben fatta (i 130 milioni di dollari della produzione proprio non si vedono) e con l’insensatezza delle inquadrature, dei tagli scorciati, dei primi piani ripetuti, di sequenze girate nel nero della notte dove si vede solo il nero… ne esce un prodotto di basso profilo strutturale… a vedere questo tipo di film, mi convinco sempre più che la macchina/cinema abbia ucciso la filosofia del cinema dei maestri, senza grazia… poeti che vedevano lo schermo come rovesciamento di un mondo rovesciato e la storia un’infamia che intima l’avvicendarsi di grandi potenze nella soppressione della libertà e della giustizia dell’umano. Allo spettacolo del mattatoio preferiamo il mattatoio dello spettacolo. Amen, e così è.
Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 14 volte gennaio, 2026


















