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GLI “ANNI DI PIOMBO” IN UNA FOTOGRAFIA, ANZI DUE!

Inserito da serrilux

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a Renato Curcio,
perché sapeva che quando il sogno di pochi si trascolora nel sogno di tanti, diventa storia!

“Erano i giorni migliori, erano i giorni peggiori, era un’epoca di saggezza,
era un’epoca di follia, era tempo di fede, era tempo di incredulità, era una stagione di luce,
era una stagione buia, era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione,
ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo”.

Charles Dickens

“Il sistema rappresentativo è in crisi, in parte perché nel corso del tempo si è privato di tutte quelle istituzioni che consentivano l’effettiva partecipazione dei cittadini e in parte perché è affetto dalla malattia che attanaglia il sistema partitico: la burocratizzazione e la tendenza [degli schieramenti] a non rappresentare nessuno eccetto i loro apparati”.

Hannah Arendt

“La conclusione è che l’istituzione dei partiti sembra proprio costituire un male senza mezze misure. Sono nocivi nel principio, e dal punto di vista pratico lo sono i loro effetti. La soppressione dei partiti costituirebbe un bene quasi allo stato puro.
È perfettamente legittima nel principio e non pare poter produrre, a livello pratico, che effetti positivi. »

Simone Weil

I. Il piombo, il pane e le rose

Prologo in forma di eresia. L’obbedienza non è mai stata una virtù! o del vento che provoca il pianto! Ho solo cattivi discepoli”, diceva un professore universitario. “Mentre cercano d’imitarmi, mi tradiscono, e quando vogliono apparire simili a me, si discreditano.

“Sono più fortunato di te”, gli rispose un maestro di strada. “Ho trascorso la mia vita nell’interrogazione, ed è naturale che ora non abbia alcun discepolo”. Ed aggiunse: “È questo il motivo che ha spinto i controllori dell’ordine a condannarmi per attività sovversive” (a ricordo di Edmond Jabès, nei vicoli di Napoli). Conficcare le pietre nei cieli o agguantare la coda della luna, disse il visionario! La prima scalata dell’umanità si svolge qui, con quel sentimento di umiltà che serve ad ogni inizio. Non ne voglio mangiare di quel pane, disse ancora, che non sia del fratello che accolgo e spezzo con lui… sarai fuorilegge, fuori casa, fuori patria fino al giorno che anche l’ultimo degli affamati avrà messo fine alla secolarizzazione delle lacrime.

La fotografia imperfetta è pericolosa, perché unisce le distanze (respinge l’approssimativo e il conforme), è uno scambio di vite con la vita! (non so cosa ho detto ma non dev’essere una cosa intelligente e forse tutto il contrario). La fotografia del dissidio non è mai stata molto legittimata (spesso premiata e non sempre a ragione) dai profittatori dell’ordine mercatale e militare che tengono le leve del mondo… figuriamoci la fotografia che contiene lo “spirito rivoluzionario” di un’epoca… cioè quella fotografia sulla disobbedienza civile (o in armi) che interroga la causa dei vinti e quella dei vincitori… la fotografia radicale che dà inizio a qualcosa di nuovo, di diverso, che contiene azioni di contrasto e il desiderio di cambiare il mondo. La partecipazione attiva della fotografia contro la dittatura dell’economia-politica fa appello ai princìpi del dissenso e dell’arte di dissociarsi da tutte le imposture che determinano la schiavitù o la servitù a ogni angolo della Terra… i governi dell’economia globale sono tirannie dove una sparuta cosca di saprofiti si arricchisce (con le guerre e neocolonialismi) con lo sfruttamento del maggior numero… e spetta a tutte le forme di disobbedienza, rivendicare i diritti fondamentali dell’uomo.

In principio è stato il ’68… la più grande festa planetaria, libertaria, che la storia abbia mai conosciuto… in quell’anno di profondi sconvolgimenti sociali, le giovani generazioni avevano sdoganato l’arrembaggio al potere, non per possederlo, ma per meglio distruggerlo. In quella primavera di bellezza anche i vini e la marmellate vennero più buoni! Erano belli quei giovani che sulle barricate di Parigi che chiedevano il diritto di avere diritti, e dopo nessuno è stato bello così! E niente è stato più come prima!1 “Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone, senza diventare quel padrone” (Pier Paolo Pasolini, diceva). Il tacito consenso non è una finzione è una complicità ed è propria della condizione umana, come, del resto, la disobbedienza contro i partiti, gli apparati, le burocrazie che impediscono la partecipazione dei cittadini alla redistribuzione del bene pubblico.

Il conflitto politico uscito della rivoluzione della gioia nel ’68 divampò ovunque e si ramificò in tutti i luoghi del sociale. “Lo scontro percorse tutti gli anni settanta, uno scontro duro, forse il più duro, tra le classi e dentro la classe, che si sia mai verificato dall’unità d’Italia. Quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia di anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti… nei cortei si gridava: «Basta coi parolai, armi agli operai»”2. Il tema era un po’ forte… il vento della Resistenza ancora soffiava sul collo della meglio gioventù (Pasolini, diceva) e in molti di quei ragazzi c’era il desiderio, il bisogno, il sogno di vedere sorgere il sol dell’avvenire 3nella vita quotidiana… i popoli hanno adorato soltanto coloro che l’hanno messi a catena, qualche volta nella storia qualcuno ha detto no! e ha fatto ciò che era giusto… sapendo anche che Gulliver può essere sconfitto soltanto da una folla indignata di nani… a volte le favole si avverano, altre volte restano a memoria di quanti vogliono toccare il cielo con la punta delle dita.

Come sappiamo, semplificando, gli “anni di piombo” sono situati tra il 1969 (la strage di piazza Fontana a Milano) e il 1980 (la strage della stazione di Bologna)… in mezzo ci stanno le stragi di Gioia Tauro (1970), Gorizia (1972), Questura di Milano (1973), Brescia (1974), del treno Italicus (1974), il “caso Moro” (1978)… dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l’83 percento dei quali di chiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano 113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti), la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale)4. Seguiranno altre morti, altre carcerazioni, altri tradimenti, altri pentimenti… ma questa è un’altra storia… sapremo la verità sugli “anni di piombo”, le “stragi di Stato” e le connivenze fra politica e mafie, soltanto quando gli armadi dei servizi segreti e le cloache dei partiti (e della chiesa) saranno scardinati. Qui è d’altro che ci occupiamo. Del senso profondo e del disincanto di una fotografia, anzi, due!, che contengono il disavanzo di un’epoca dove l’immaginazione osava pensare e lottare per la conquista di un mondo tra liberi e uguali.

A rivedere il piombo, il pane e le rose nella creatività in utopia nel Movimento 1977… una messe di filmati, fotografie, fumetti, giornali, riviste… si resta abbacinati di tanta fantasia e voglia di cambiare il mondo… c’è dignità, amore, bellezza in quelle tracce di vita e, più anco- ra, c’è la verità che scende in strada e diventa rivoluzionaria. Per non dimenticare: «La nostra penisola, dopo aver inventato la Chiesa, il papato, il capitalismo, la banca, il debito pubblico, la cambiale, la Controriforma, la mafia, il fascismo, il terrorismo sotto falsa bandiera, il “compromesso storico”, Gladio e la Loggia P2, dopo aver eretto ad arte l’assassinio politico, quest’Italia continua a far storia escogitando ed esportando tutto il peggio che si può infliggere all’umanità:

Godi, Italia, poiché se’ si grande, Che per mare e per terra batti l’ali,

E per lo Inferno il tuo nome si spande.

Già durante la Restaurazione, Giacomo Leopardi notava che “Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci”. È a causa di questo cinismo che gli italiani sono rassegnati a lasciarsi violentare senza reagire» (Gianfranco Sanguinetti)5. Il genio del paradosso, dell’iperbole, dell’ironia s’addossa alla burocrazia politica, alle stragi di Stato, al terrorismo pilotato dai servizi segreti deviati, alla droga diffusa dai centri di potere per cancellare i giovani ribelli dalla storia. Non si è veramente letta la storia finché non la si è riletta, vista o raccontata nelle testimonianze o riflessi vitali di chi l’ha vissuta. Davanti al dolore degli altri restano solo la commozione e il ringraziamento per tutti quegli spiriti liberi, sensibili alle foglie, che hanno dato l’assalto al parassitismo per respingere dappertutto l’infelicità.

Il 14 maggio 1977 via De Amicis, a Milano, il movimento del ‘77 aveva organizzato un corteo, in teoria pacifico, per protestare contro la morte di Giorgiana Masi (avvenuta Roma due giorni prima), durante una manifestazione indetta dai radicali per festeggiare il terzo anniversario della vittoria nel referendum sul divorzio. Quel giorno l’architetto Paolo Pedrizzetti (fotografo dilettante) scatta una fotografia che fa il giro del mondo (a differenza di altri quotidiani e televisioni, il Corriere della Sera rifiuta di pubblicarla). L’icona è quella del ragazzo (Giuseppe Memeo) con il passamontagna e la pistola impugnata con due mani che spara contro la polizia6. Nel conflitto a fuoco resta ucciso Antonio Custra, 25 anni, vicebrigadiere (la moglie era all’ottavo mese di gravidanza)… come si vedrà poi, lo sparatore era un altro e l’ironia acida di qualcuno (dal passato guerrafondaio e antisemita, anche) lo renderà meno innocente7. Per alcuni quella fotografia indicava il tempo della scelta: “Era chiaro che da quell’istante in poi, da quando si decise di sparare in piazza – ricorda l’allora giudice istruttore Guido Salvini che condusse le indagini che individuarono tutti gli sparatori – si sarebbe andati verso un’accelerazione e un innalzamento dello scontro armato: c’è chi scelse di uscirne, altri invece di entrare nelle Br, Prima Linea e altre formazioni combattenti. Il fatto che non fossero stati individuati subito gli aggressori diede un forte senso di impunità che favorì il passaggio di molti alla lotta armata”8. La storia tuttavia non è solo avere la pistola sotto il banco, né fuggire le proprie responsabilità9… e non ci sono epiloghi quando si è combattuto e perso… solo la fine di qualcosa che indicava una via, anche sbagliata, tuttavia era espressione di un tempo dove regnava l’ingiustizia e, come ai nostri giorni, una minoranza di saprofiti teneva i popoli inginocchiati e rendeva gli uomini servi. La ricerca della verità e della giustizia non passa solo dall’uso della polvere da sparo, certo… ma anche nei maglioni inzuppati di sangue di quei ragazzi che chiedevano l’impossibile, lasciati sui marciapiedi della storia: “Le ideologie [e le religioni monoteiste] furono inventate solo per dare lustro al fondo di barbarie che si mantiene attraverso i secoli, per coprire le inclinazioni omicide comuni a tutti gli uomini” (E.M. Cioran)10 e a tutti gli Stati.

Nel 1989, la scoperta delle fotografie di Antonio Conti (e la collaborazione di alcuni pentiti… permisero di conoscere la persona che aveva esploso il colpo sul poliziotto, Marco Ferrando, detto “Coniglio”. Come è noto – dopo il primo processo dove non era stato individuato il responsabile della morte di Custra -, nel processo-bis Ferrandi, Memeo, Marco Barbone, Corrado Alunni e altri furono condannati a varie pene11. I fotografi (tra altri più defilati) che si trovarono il 14 maggio 1977 in via De Amicis erano cinque – Paolo Pedrizzetti, Antonio Conti, Paola Saracini, Dino Fracchia e Marco Bini -. Pedrizzetti e Fracchia dettero le fotografie ai giornali e consegnarono i rullini alla polizia (o viceversa)… e anche se lo scatto di Pedrizzetti12 è passato alla storia, le fotografie decisive per le indagini furono quelle di Conti. Niente incuriosisce più della nascita di un’icona, che poi sia quella degli “anni di piombo” o della Rivoluzione sociale di Spagna del ’36 (la morte del miliziano di Robert Capa, che giornalisti, fotografi e il giudice Salvini citano in varie interviste)13, poco importa, degno del nostro interesse è soltanto chi non ha mai tradito il proprio passato né per le convenienze, né per la mancanza di stupore davanti all’irrimediabile.

Nel libro Storia di una foto (quella di Paolo Pedrizzetti), Sergio Bianchi annota: – “Milano, 14 maggio 1977. Giorno di una manifestazione contro la repressione. Lo spezzone dell’«autonomia operaia» si stacca dal percorso ufficiale per sfilare sotto il carcere di San Vittore. Nei pressi della prigione, un collettivo di quartiere imbocca via De Amicis e, armi in pugno, spara sulla polizia schierata per contenere i manifestanti. Un agente, Antonio Custra, viene colpito a morte. Uno dei tanti fotografi presenti immortala la figura di un dimostrante col passamontagna, solo, in mezzo alla strada, con le gambe divaricate e le braccia tese a impugnare con ambo le mani una pistola puntata verso la polizia. Quella foto diventa la rappresentazione dell’aspetto tragico del Movimento del ’77: così nasce l’immagine icona degli «anni di piombo».

Un’immagine che è stata l’incubo di una generazione e che oltre trent’anni dopo continua a evocare un passato che non passa per tutti quelli che ne furono i protagonisti: i rivoltosi, le vittime, le istituzioni, i politici, i media e l’opinione pubblica. Umberto Eco ne scrisse a riguardo: «Questa foto non assomiglia a nessuna delle immagini in cui si era emblematizzata, per almeno quattro generazioni, l’idea di rivoluzione. Questa immagine evoca altri mondi, altre tradizioni narrative e figurative che non hanno nulla a che vedere con la tradizione proletaria, con l’idea di rivolta popolare, di lotta di massa. Manca l’elemento collettivo e l’eroe individuale ha il terrificante isolamento degli eroi dei film polizieschi americani o degli sparatori solitari del west».

Il libro è composto da una ricca documentazione iconografica e offre per la prima volta la possibilità di analizzare a fondo il contesto politico e sociale che ha prodotto l’evento fissato in quelle immagini. A dare credibilità a questa analisi vi è il fatto che tra gli autori figura Raffaele Ventura, regista documentarista esule a Parigi da tre decenni, il quale per quei fatti è stato condannato in via definitiva a 26 anni di carcere per «concorso improprio», ovvero per non aver tentato di evitare l’omicidio Custra”14. Ma sono i negativi di Conti comunque che permettono un’effettiva cronaca dei fatti di Milano.

L’icona degli “anni di piombo”. Un ragazzo col viso coperto dal passamontagna (Memeo), leggermente piegato sulle gambe, punta la pistola (verso la polizia) e spara. Dietro ci sono ragazzi che scappano tra le auto in sosta e un fotografo (Conti) appoggiato a un albero che punta la fotocamera verso lo sparatore. L’atmosfera (e la postura del ragazzo con la pistola) è quella classica dei film-gangster più accreditati e riprodotta fino alla caricatura nei B-movie italiani, che solo un coglione del mercato come Quentin Tarantino poteva celebrare! A un certo grado d’impostura, anche gli stupidi appaiono intelligenti e finiscono in politica, nel cinema! I loro film sono concepiti altrettanto male del mondo spettacolare che li suscita. Proprio come i fotografi dell’entusiasmo, che accettano tutte le convenzioni indecenti dell’ordine sociale, fino a celebrare lo spettacolo indecoroso dell’ingiustizia umana.

L’immagine del “ragazzo con la pistola e il passamontagna” però non è solo una fotografia di cronaca… nell’inquadratura originaria (spesso tagliata dai giornali per renderla più “sensazionalistica”) si coglie una certa asciuttezza formale… alla sinistra dello sparatore c’è un’ombra sfocata (sulla quale poggia l’intera architettura fotografica)… il ragazzo è poco più avanti, impugna (con due mani) la pistola con forza e uno spicchio di viso esce dalla fessura del passamontagna… lo sguardo è diretto contro le figure del conflitto (che non si vedono), il corpo ha una leggera inclinazione verso la sua sinistra, subito dietro ragazzi in fuga… un fotografo inquadra la medesima scena dall’altro lato, è Antonio Conti… la visione ha qualcosa di surreale o di rituale al contempo… una sorta d’inclinazione al “manierismo” d’occasione… la prefigurazione di qualcosa che scopre la vita nel momento che l’annienta. I personaggi che raccontano la tragicità del momento sono neri (alcuni impugnano altre pistole), la strada e la Fiat 500 sul marciapiede, bianche… il fotografo, forse per un innato senso delle proporzioni (in fondo è un architetto), mette lo sparatore al centro di molte confluenze strutturali e ciò che ne esce è il carattere distintivo di un tempo che alle minacce si rispondeva con le minacce… non si tratta di sostenere una ragione o un torto (non solo in fotografia)… ciò che conta è il racconto di una fotografia (quale che sia) che, quando è compiuta, figura il ritratto di un’epoca.

II. 14 maggio 1977: Breve storia di una fotografia, anzi, due!

A ritroso. Nel 1989 (dietro rivelazioni di qualche pentito, come si è detto), il giudice Guido Salvini ordina una perquisizione in casa di Antonio Conti (cognato di Oreste Scalzone, una delle figure preminenti di Autonomia Operaia)… in mezzo alle pagine di un libro vengono trovati 28 negativi che riguardano gli scontri di via De Amicis e permettono una più chiara ricostruzione dei fatti (che si svolgono tra 15.37 e le 15.39 di quel 14 maggio 1977). Dopo l’uccisione di Giorgiana Masi a Roma (12 maggio) e l’arresto di due avvocati di Soccorso Rosso, Nanni Cappelli e Sergio Spazzali, il Movimento ’77 decise la manifestazione del 14 a Milano. Così Stefano Nazzi: – “Esiste la trascrizione di una registrazione radiofonica che venne fatta nel pomeriggio del 14 maggio. Il corteo arriva da via Olona, gira verso via Carducci. C’è un urlo: «Romana fuori». Una quarantina in tutto, non di più, escono dal corteo, corrono in via De Amicis, tra di loro ci sono anche i ragazzini. Ci sono Azzolini, Grecchi, Sandrini. La polizia è all’incrocio con via Ausonio. Saltano fuori le pistole, sparano in tanti.

Quello nella foto più famosa è Giuseppe Memeo, lo chiamavano “terrone” per il fortissimo accento meridionale. Nel 1979 entrerà nei Pac, i proletari armati per il comunismo, quelli di Cesare Battisti. Memeo parteciperà all’assassinio del gioielliere Torregiani. Dal Brasile Battisti [scriverà] una lettera ai giornalisti scaricando tutte le colpe di quell’omicidio proprio su Memeo e su altri. Memeo rispose: «Per quei fatti ho pagato, non ho barattato la mia libertà con quella di altri». Spararono Mario Ferrandi detto “coniglio”, Enrico Pasini Gatti, Giancar- lo De Silvestri, Luca Colombo, Marco Barbone. In una sequenza di immagini, Memeo corre verso la fotografa Paola Saracini, le punta la pistola alla testa, la fa inginocchiare e si fa consegnare il rullino. Ma altri stanno fotografando… Un manifestante spara contro un fotografo, il proiettile si conficca nel muro. Ci furono feriti: Maurizio Golinelli, un passante, venne colpito a un occhio. Patrizia Roveri, anche lei passava di lì per caso, venne ferita da un pallino di fucile. Due agenti sono feriti, un altro, Antonio Custrà, è a terra, morirà 24 ore dopo. Armi e proiettili erano arrivate il giorno prima dal gruppo terrorista di Corrado Alunni: 200 proiettili, acquistati regolarmente in un’armeria da un insospettabile. Grecchi, Sandrini e Azzolini vennero individuati dalle fotografie e arrestati qualche mese dopo mentre erano in classe, durante una lezione. Il giudice Guido Salvini stabilì, anni dopo, che a sparare il colpo di 7,65 che uccise Custrà fu Mario Ferrandi. È sua la voce che nella registrazione audio urla “Romana fuori”. Lui e Barbone erano incaricati di dare l’ordine dell’assalto. La figlia di Custrà, Antonia, due anni fa ha voluto incontrare Ferrandi, sono andati insieme in via De Amicis proprio all’incrocio con via Ausonio, sotto la targa che ricorda la morte di suo padre. Quel giorno Ferrandi ha raccontato tutto ad Antonia Custrà, l’ha fatto senza reticenze, davanti a un giornalista: «La verità giudiziaria dice che fui io a uccidere tuo papà. Non lo vidi cadere, non vidi nulla. Mi assumo tutta la responsabilità di ciò che accadde quel giorno». Lei disse: «Sono qui per mettere una lapide sul mio passato, per fare il funerale a mio papà».

C’è una fotografia ripresa pochi minuti dopo la sparatoria in via Carducci. Scappando, i manifestanti hanno dato fuoco al Pantea, una discoteca allora piuttosto famosa. C’è un ragazzo, con un berrettino in testa, che cammina tranquillo. È Marco Barbone, spiega la didascalia. Se ne va lungo via Carducci con calma. Nella mano destra ha un fucile con il manico segato. Barbone compare anche in altre fotografie, sul lato sinistro di via De Amicis.

Due anni dopo Barbone fondò a Milano la Brigata XXVIII marzo: con Paolo Morandini, Daniele Laus, Manfredi De Stefano, Francesco Giordano e Luigi Marano, il 28 maggio 1980, uccise Walter Tobagi. La storia è nota: Barbone fu arrestato nell’ottobre del 1980, si pentì e collaborò con i magistrati. Venne condannato a otto anni e sei mesi ma in base alla legge sui pentiti venne scarcerato. Oggi lavora per la Compagnia delle Opere, legata a Comunione e Liberazione. Marco Ferrandi ha pagato il suo debito con la giustizia, ha lavorato a lungo nella comunità Exodus di don Mazzi. Molti furono arrestati, alcuni scapparono in Francia. Azzolini ha pagato, poi, non so quando, è stato assunto dal Comune di Milano. Sono passati 35 anni, la storia di un giorno maledetto a Milano torna in prima pagina. Quegli anni, che conosciamo come “anni di piombo”, restano sempre sospesi lì, in attesa che qualche rivolo di storia giunga fino a noi e si riapra, tra polemiche e urla.

Una pistola P38 impugnata con le braccia tese, pronta a sparare, impugnata da Giuseppe Memeo. Una foto inconfondibile, scattata a Milano in via De Amicis il 14 maggio del 1977, nei cosiddetti “anni di piombo” – 15. La lunga citazione era necessaria per non innalzare monumenti ai caduti né inoltrare pratiche di beatificazione di apostoli folgorati dalla fatalità dell’atto… occorre l’ossequio di un credente o il vuoto di un idiota per credere che i privilegi possono essere azzerati con un’opera di merletto… mettete le persone al loro posto: avrete solo l’apprezzamento dei ciarlatani o il riso delle iene… la verità che caratterizza i momenti culminanti della storia non ha equivalenti se non nell’uomo in rivolta o del ribelle che esce dal bosco e oltrepassa la linea dell’universo convenuto.

Il film fotografico delle “compagne P38” di via De Amicis (dicono giornali e mezzi di comunicazione prezzolati, che nulla c’entrano con quegli avvenimenti)16. I fotografi che sono nel cuore degli eventi e arrivano là dove le telecamere della Rai si fermano, sono Paolo Pedrizzetti, Marco Bini, Paola Saracini, Dino Fracchia e Antonio Conti… circa 40 persone dell’Autonomia, con il volto coperto (armati di molotov, pistole, fucili, sassi), si staccano dal corteo e dopo essere passati davanti al carcere di San Vittore, procedono verso via De Amicis… un reparto della Celere è inviato sul posto e incrocia la manifestazione… un filobus è dato alle fiamme… si aprono gli scontri a fuoco con la polizia… i fotografi documentano come possono… qualcuno fa qualche scatto e poi fugge, altri restano sulla strada invasa dal fumo… Pedrizzetti si rifugia in un portone (al n. 59) insieme a Paola Saracini (poi scapperà sul tetto dell’edificio)… Memeo alza la pistola contro la polizia, nella strada, di fronte a Pedrizzetti… che fa due scatti senza inquadrare… con la macchina appoggiata sulla pancia… anche la Saracini scatta qualche immagine… Memeo va verso di lei e le chiede la fotocamera, lei rifiuta, hanno una colluttazione e la ragazza cade per terra… Memeo le punta la pistola addosso… la ragazza apre il dorso della fotocamera e brucia i negativi con la luce. La sparatoria dura poco più di un minuto… ma la guerriglia continua… sorgono delle barricate, una discoteca va a fuoco… la sera il telegiornale di Rai 1 (Emilio Fede) dà la notizia che l’agente napoletano Custra è stato colpito alla testa ed è in fin di vita, morirà il giorno dopo. Il Corriere d’informazione è il primo giornale a pubblicare l’immagine di Pedrizzetti con il titolo: Il poliziotto assassinato. Ecco l’ultrà che spara (documento esclusivo) e diventerà la l’immagine/tomba del Movimento ’77.

I fotografi Pedrizzetti e Fracchia inviarono le immagini alle redazioni dei giornali e poi dettero i rullini alla polizia (c’è chi sospetta che i rullini vennero prima consegnati alla polizia e poi ai giornali). L’espresso definisce i manifestanti guerriglieri e mette una fotografia di Dino Fracchia in copertina (tre ragazzi col viso coperto che fuggono, uno spara contro il cordone dei poliziotti)… sono Valter Grecchi, Massimo Sandrini e Maurizio Azzolini… li arrestano a scuola (Istituto Cattaneo), due sono minorenni… i fotografi sono accusati di delazione dal Movimento e lo scantinato di Fracchia va a fuoco. I ragazzi del Cattaneo sono condannati per concorso in omicidio ma, come è chiaro, nessuno di loro può avere ucciso Custra (erano molto distanti dallo sbarramento di polizia). Il processo per il delitto di via De Amicis si chiude senza il nome dell’uccisore. Nelle fotografie si vedono diverse persone armate… il giudice Salvini scoprirà poi che tra protagonisti di quella battaglia ci sono anche quelli che “salteranno il fosso” (dice Salvini) ed entreranno in clandestinità, si schiereranno dalla parte della lotta armata (Brigate Rosse, Prima Linea e altri gruppi eversivi). Dopo la manifestazione in molti (non solo quelli di “Rosso”) si ritrovano nei locali di un appartamento in via Gluck (Adriano Celentano non c’era)… c’è apprensione e si comincia a riflettere sull’accaduto. A volte delitti e sogni si confondono!

La cartografia fotografica allestita da Salvini sulla sua scrivania17, dice che la morte dell’agente è avvenuta all’inizio dell’attacco… da una quarantina di metri di distanza… il rullini di Conti consentono di individuare chi ha sparato in via De Amicis… i ragazzi del Cattaneo lanciano delle molotov contro i blindati della polizia… la sparatoria sta per iniziare… poi si ritirano… Custra è già stato colpito… dietro di loro, due persone incappucciate, armate di pistole, sono i più vicini alla polizia… al riparo di una autovettura sparano contro i blindati… dietro di loro si vede Memeo quasi inginocchiato che spara… uno è Mario Ferrandi… la pistola di Ferrandi è calibro 7,65 e quella di Memeo, calibro 22… l’arma che ha ucciso il poliziotto è calibro 7,65. Ferrando si assumerà tutte le responsabilità della azione e di quel delitto18. Le fotografie di Conti sono convulse, quasi anonime… il taglio è quello amatoriale, incerto, confuso, financo banale… non suscitano nessun interesse estetico, hanno solo valore d’indizio… l’immagine che resterà nell’immaginario collettivo del Movimento ’77 (e di tutta una casistica ribellistica legiferata dalla partitocrazia) è quella di Predrizzetti (dettata più dalla paura o dall’occasione), che contiene la figurazione di un tempo dove miti e dottrine non avevano più senso: la libertà rifioriva nella conoscenza e la conoscenza ridestata spazzava via la volgarità di tutti i poteri.

L’immagine-simbolo del Movimento ’77 è stata analizzata da letterati, politologi, sociologi, critici, giornalisti, servizi segreti… si è parlato di Far West, gangster, banditismo efferato… a molti è sfuggita la vestizione architetturale della fotografia… la disattenzione generale sull’immagine di Pedrizzetti parte dalla disattenzione alla storia del momento… le cose significate in quello scatto non sono solo i vocaboli e le articolazioni di un omicidio (che nei fatti non era stato commesso dal “pistolero”), ma è proprio la ridondanza della fotografia che fa da eco ai flussi iconografici della società spettacolare, ha infeudare l’immaginale popolare nell’infelicità (o nella paura) degli epigoni… i commentari che ne seguono non suscitano interesse soltanto per i seguaci della restaurazione o dei falliti della gloria divina, il consenso contro la “perduta gente” è generale e nessuno sa più dove comincia il bene o finisce il male… resta comunque il disprezzo e il disgusto verso tutto ciò che stato bollato come un naufragio generazionale! Davanti all’ultimo dei tribunali, nemmeno gli angeli sarebbero assolti.

Accadrà la medesima cosa con le polaroid di Moro prigioniero delle BR… l’immagine non racconta solo la storia di un evento tragico ma, soprattutto, diventa memoria o profilo di una caduta al di qua o al di là di conquistare l’impossibile e renderlo possibile. Moro non è più Moro né il prigioniero delle Brigate Rosse… è un’effigie addolorata, specchio di qualcosa che sorge o si ricompone sulla sua deposizione… tutti (i partiti e i loro gazzettieri) s’intrecciano nella menzogna ma ciò che vogliono è sono l’instaurazione di un potere più duro. L’imma- gine dell’onorevole Moro è solo il mezzo per giungere al fine, non proprio secondo gli ordinamenti militari sognati da Machiavelli19o la lezione su come dominare gli uomini col minimo dispendio di Clausewitz20, ma è l’arte della guerra di Sun Tzu (un manuale usato nelle moderne tecniche di addestramento per manager, diplomatici, chiave di lettura di movimenti politici, strategie militari, un vero e proprio trattato di antropologia dei comportamenti), che deborda dall’immagine di Moro con la stella a cinque punte dietro… lo scenario è spoglio, quasi dolente, come si conviene a certi santi marginali… l’aureola è la sua condanna e le istituzioni, i partiti, il papa giocano a mosca cieca con la vittima… solo la fotografia lo assolve! Volge le spalle al tempo, ne fa una questione di lingua non di esistenza! Travolge la maschera, figura l’epitaffio del politico, non dell’uomo! L’assassinio dello statista passa, l’impronta del suo tormento orchestrato nel gioco dei poteri, resta nella fotografia a memoria di un crimine istituzionalizzato. È quanto sosteneva Sun Tzu (verso la fine del del VI secolo a.C.), e cioè — “manovrare un’armata è molto vantaggioso, con una moltitudine indisciplinata è molto pericoloso” —21. Pertanto i potenti “illuminati” dovranno tener conto di spie, sicari, doppiogiochisti e nella “manipolazione divina delle trame”, raggiungere obiettivi straordinari d’assoggettamento delle masse… si deve guidare uno Stato o un’armata come un solo uomo, non offrire nessuna opportunità al nemico e instaurare il consenso…. e tutto questo si chiama essenza dell’inumanità.

La fotografia non mente. Va oltre la secolarizzazione del dolore o di ogni apologia di riscatto… ogni epoca è intossicata da ideologie, assoluti, apparenze… e la fotografia — quale che sia il proprio valore estetico/etico — risveglia l’immaginario dal vero e lo riconduce al proprio tempo. La verità comincia e finisce con il romanzo di ciascun individuo… e come scriveva il Bardo: “La vita è un tempo breve, se viviamo è per danzare sulla testa dei re”. La fotografia è la ruggine della storia che rode la coscienza degli uomini, testimonia lo sprofondare o le qualificazioni delle cose e il fuoco della bellezza che le suscita o le divora… porta con sé il profumo del disincanto davanti alle giustificazioni delle morali, dei princìpi e delle formule che annunciano l’Apocalisse. Non c’è alcun bisogno di credere a una verità per sostenerla, né di amare un’epoca per giustificarla, diceva… dato che ogni avvenimento precede ed è legittimato dal clima d’insensatezza nel quale affoga la lezione della storia o la rovescia.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 29 volte gennaio 2018


1 Pino Bertelli, Il cinema di Guy Debord, Breviario sull’Internazionale Situazionista e la rivoluzione della gioia nel ’68, Interno 4, 2018
2 Primo Moroni e Nanni Balestrini, L’orda d’oro, Milano, SugarCo Edizioni, 1988
3 Il documentario Il Sol dell Avvenire (2008) di Gianfranco Pannone, che riunisce al tavolo di una trattoria emiliana alcuni militanti della lotta armata (Alberto Franceschini, Paolo Rozzi, Tonino Loris Paroli, Roberto Ognibene) e, malgrado alcune cadute di stile (“Se avessimo preso il potere, con la testa di cazzo che avevamo, Pol Pot ci avrebbe fatto un baffo”), ci sembra un frammento importante per ricostruire o analizzare i sentori rivoluzionari (giusti o sbagliati che fossero) di un’epoca dove un certo numero di giovani si erano presi il diritto di di resistere e di agire contro il monopolio del potere. “Sembra che sia meglio essere padroni e servi di se stessi – Hegel, diceva – anziché di qualcun altro”… ciò che importa è che l’uomo combatta per il perseguimento del bene, del giusto e del bello per il maggior numero. Il resto è bassa letteratura.
4 Tribunale di Savona, ufficio del giudice per le indagini preliminari, Decreto di archiviazione procedimento penale 2276/90 R.G. pag 23 a 25, citato nel libro intervista al generale dei carabinieri Nicolò Bozzo: Michele Ruggiero, Nei secoli fedele allo Stato, Fratelli Frilli Editori, 2006.
5 Il piombo e le rose. Utopia e Creatività nel Movimento 1977, di Tano D’Amico e Pablo Echaurren (testi di Gabriele Agostini, Tano D’Amico, Pablo Echaurren, Diego Mormorio, Raffaele Perna, Kevin Repp, Claudia Salaris, Gianfranco Sanguinetti), Postcart Edizioni, 2017
6 Un’altra icona del Movimento ’77 è la fotografia di Tano D’Amico, la ragazza con il viso coperto dal fazzoletto che sfida i carabinieri con lo sguardo… sembra dire che la stupidità vede ovunque simulazioni, violenze e proclami elettorali, l’intelligenza solo ingiustizie, repressioni e rivolte sociali.
7 Indro Montanelli e Mario Cervi, L’Italia degli anni di piombo, Rizzoli, 1991
8 ANSA, 12 maggio 2017: 40 anni fa fotografia icona Anni di piombo. Il 14 maggio ’77 a Milano fu ucciso poliziotto Antonino Custra.
9 Enrica Recalcati, La pistola sotto il banco. Lettera a un compagno di scuola ex terrorista, Miraggi Edizioni, 2012
10 E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996
11 Vedi: Procedimento penale nei confronti di Giuseppe Memeo e altri 24 imputati per i fatti di via De Amicis e l’uccisione del brigadiere Antonio Custra, Tribunale Civile e Penale di Milano, n. 609/85F R.G.G.I. — n. 3216/85A R.G.P.M., Giudice Istruttore, Guido Salvini.
12 Paolo Pedrizzetti, affermato product manager a Milano e militante del PD, è morto con la moglie, Raffaella Mattia, il 16 dicembre 2013, precipitando dal balcone di casa ad Arona (Novara), mentre montavano gli addobbi dell’albero di Natale.
13 Il Giudice Salvini, in un’intervista televisiva, compara l’immagine di Pedrizzetti con quelle di certi film americani o con la fotografia-icona di Robert Capa sulla Rivoluzione di Spagna, la morte del miliziano, ma confonde Frank Capa con Robert Capa (uno tra i più grandi fotoreporter di guerra). Frank Capra è invece un celebre regista hollywoodiano, autore, tra gli altri, di celeberrimi film sentimentali come È arrivata la felicità (1936) o La vita è meravigliosa (1946), riproposti ad ogni Natale in tutte le televisioni del mondo. Sono raccomandati a famiglie, nonni e nipoti, ma con la scorta di fazzoletti.
14 Sergio Bianchi, Storia di una foto, Edizione Derive/Approdi, 2011
15 Stefano Nazzi, giornalista del settimanale Gente, http://www.ilpost.it
16 Porci con la P.38 (1978) di Gianfranco Pagani, è un film di bassa levatura che richiama (non solo nel titolo) i conflitti dell’epoca e li rovescia in omicidi di mafia. Riprende in malo modo il titolo del romanzo di Marco Lombardo Radice e Lidia Ravera, Porci con le ali. Diario sessuo-politico di due adolescenti , Savelli Editore, 1976, e il film omonimo di Paolo Pietrangeli, che esce nel 1977. In vero, né il romanzo né il film entrano a fondo nel cuore dei rapporti genitori-figli che dicevano di trattare. La fine della scuola coincide anche con la loro rottura e forse con l’impegno politico. Un po’ poco per ciò che circolava nelle teste dei giovani di quegli anni e anche le scene di omosessualità sono, come dire, un po’ all’acqua di rose. Tuttavia il romanzo-diario e il film ebbero un notevole successo, dovuto anche a problemi con la censura, e non pochi ci videro dentro la ribellione giovanile del tempo… a noi sembrò però che l’uno e l’altro contenessero poco delle realtà profonde, anche sconnesse, di quella generazione all’inferno, forse. Paolo Pietrangeli, vogliamo ricordarlo, è l’autore di una delle più importanti canzoni di protesta degli anni sessanta, Contessa… uscì nel ’68 e i ragazzi nei cortei cantavano: « Compagni dai campi e dalle officine /prendete la falce e portate il martello /scendete giù in piazza picchiate con quello/scendete giù in piazza affossate il sistema ». Formidabili quegli anni.
17 Dal Procedimento penale nei confronti di Giuseppe Memeo e altri 24 imputati per i fatti di via De Amicis e l’uccisione del brigadiere Antonio Custra, Tribunale Civile e Penale di Milano, n. 609/85F R.G.G.I. — n. 3216/85A R.G.P.M., Giudice Istruttore, Guido Salvini.
18 Lotta Armata – Uccisione Antonio Custra, La storia siamo noi, https://www.youtube.com
19 Niccolò Machiavelli, L’arte della guerra, Mondadori, 2017
20 Karl von Clausewitz, Della guerra, Mondadori, 2017
21 Sun Tzu, L’arte della guerra, Gherardo Casini Editore, 2009

Danilo De Marco. Sulla fotografia di resistenza e insubordinazione

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Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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