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DON ANDREA GALLO, UN TRAFFICANTE DI SOGNI. IN CAMMINO CON FRANCESCO

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DON ANDREA GALLO, UN TRAFFICANTE DI SOGNI. IN CAMMINO CON FRANCESCO

di Don Andrea Gallo, Chiarelettere, 2013, pp. 171, Euro 12

Ouverture.

L’amore fa bene all’amore e anche alla dignità di ciascuno, perché non ci può essere nessun poeta (grande) della vita autentica (come Don Andrea Gallo), senza amore per l’umanità intera. Nel normale disordine delle idee, la morale comune della politica, della fede, della cultura è il maneggio di tutte le ipocrisie, è una questione di bravacci della menzogna e di esecutori del terrore. Tutte le eminenze sono grigie, perché le cosmologie del loro pensiero sono morte o prezzolate al miglior offerente. Nelle fornaci del dolore ciò che conta è lo sterminio della ragione e non c’è nessuna pietà per chi nasce povero, “diverso”, escluso, folle o ultimo. Etty Hillesum, prima di farsi eliminare in un mattatoio di prima classe come Auschwitz, scriveva in una lettera pubblicata dalla resistenza olandese nel 1943: “La ribellione che nasce solo quando la miseria comincia a toccarci non è vera ribellione, e non potrà mai dare buoni frutti.

E assenza d’odio non significa di per sé assenza di un elementare sdegno morale… ho potuto toccare con mano come ogni atomo di odio che si aggiunge al mondo lo renda ancora più inospitale. E credo anche, forse ingenuamente ma ostinatamente, che questa terra potrebbe ridiventare un po’ più abitabile solo grazie a quell’amore di cui l’ebreo Paolo scrisse agli abitanti di Corinto nel tredicesimo capitolo della sua prima lettera”[1]. E cioè se un uomo non ha l’amore non ha niente.

In cammino con Francesco è l’ultimo libro di Don Andrea Gallo (recentemente scomparso, che mi è stato amico e compagno di strada), un prete da marciapiede, angelicamente anarchico, diceva. Raccoglie omelie (di nomi noti e gente semplice), scritti, interventi (funerali, matrimoni, battesimi, messe singolari) fatti negli ultimi dieci anni nella chiesa di San Benedetto al porto di Genova. Le sue parole, sentite fino alla commozione, evocano la chiesa dei poveri nella quale credeva e anche in queste pagine non cessa di essere un “trafficante di sogni” che a fianco degli ultimi, degli esclusi, dei diversi, degli sfruttati… lotta per la fine delle disuguaglianze e la conquista di una società più giusta e più umana.

Accanto alle lacrime per Fabrizio De André, Fernanda Pivano o Paride Batini (non hanno bisogno di presentazioni) — il prete partigiano che non aveva timori a cantare nella “sua” chiesa “Bella ciao” insieme ai convenuti —, troviamo riflessioni sulla povertà, la giustizia, la pace e dopo la salita al soglio pontificio di papa Francesco, auspica un rinnovamento radicale della chiesa di Roma, “per ritornare ad essere — scrive il Don — luce delle genti, un popolo di Dio in cammino per annunciare il Vangelo di liberazione per tutti”. I papi passano, certe devastazioni restano.

Il prete degli ultimi pone domande, non licenzia risposte definitive. “La chiesa che vorrei, dice, è una comunità in ascolto della parola di Dio, che non sia sempre pronta a condannare, ma sia solidale, compagna, a fianco dei bisogni delle donne e degli uomini”. Parole forti. Inequivocabili per i credenti, atei o agnostici che frequentano la sua Comunità. Si permette anche di dare un consiglio per il motto papale: “Povertà, giustizia, pace”. Si tratta di sciogliere le catene inique, spezzare i legami del giogo politico, rimandare liberi gli oppressi… i termini sono vestire chi è nudo, dividere il pane con l’affamato, affrancarsi con l’afflitto di cuore.

Non mancano gli strali polemici contro l’Opus Dei, Comunione e liberazione, l’operato di Ratzinger e Karol Wojtyla per la loro politica di cancellazione della Teologia della liberazione o della complicità con le lobby della finanza transnazionale… il richiamo alla richiesta di libertà e bellezza di padre Ernesto Balducci nei confronti di una “chiesa malata” di protagonismo e la scelta della povertà a fianco di chi più soffre, proiettano la visione libertaria di Don Andrea Gallo tra i grandi cacciatori di utopie del nuovo secolo. Lo scritto per Fabrizio De André è toccante. Si apre così: “Caro Faber,

Da tanti anni canto con te, per dare voce agli ultimi, ai vinti, ai fragili, ai perdenti. Canto con te e con tanti ragazzi in Comunità… e ho scoperto con te, camminando in via del Campo, che dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. E ancora: “La tua morte ci ha migliorati, Faber, come sa fare l’intelligenza”. Poi ricorda la Canzone di Maggio: “…verremo ancora alle vostre porte / e grideremo ancora più forte / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti”. La chiusa è di quelle che restano: “Caro faber, parli all’uomo, amando l’uomo. Stringi la mano al cuore e svegli il dubbio che Dio esista.

Grazie.

Le ragazze e i ragazzi con Don Andrea Gallo, prete da marciapiede”. È una requisitoria contro la cultura dell’osceno e la pratica dell’indifferenza istituzionali. La banalità del male della partitocrazia è tutta qui.

Gallo scrive della vita in amore e in pace di Fernanda Pivano e i suoi compagni di strada, Hemingway, Kerouac, Gregory Corso, Allen Ginsberg, Cesare Pavese, Henry Miller, Bob Dylan… riporta negli occhi di molti il coraggio di una bella, dolce, tenera donna che ha fatto dell’antifascismo un’etica di resistenza a fianco del dolore degli altri. Fernanda si chiedeva che “quando si vedono nella società odierna solo frammentazioni di valori, nichilismo e culture di morte non si contribuisce al confronto ma allo scontro. Fermiamo la barbarie che avanza!”. Il prete degli esclusi gli risponde in punta d’amore: “Il male grida forte, ma la speranza grida più forte… bisogna osare la speranza” (che era il motto della sua brigata partigiana). Anche nelle parole di “Nanda” (mi dicevi nei nostri incontri notturni nel tuo archivio della Comunità e che ho ritrovato in questo splendido libro), come nelle canzoni di De André, artista, poeta, antifascista, non violento, anarchico… c’è quella bella anarchia che fa della bellezza un atto di giustizia. “Sì, anarchia è libertà, un atteggiamento profondo dell’anima che aspira alla libertà”, hai scritto, e a ragione sostenevi che “Nanda” era una “rivoluzionaria della tenerezza”. Quando chiedi a Fernanda, “Qual è il tuo sogno?”, lei dice: “Voglio che Dio mi mostri il suo volto… Quasi, forse”. E te: “Cara Fernanda, né quasi né forse. Nel Discorso della montagna, alla nona beatitudine troviamo: Beati i costruttori di pace perché saranno chiamati Figli di Dio. Fernanda, Shalom, Salam, Pace! Ciao, Signora America. Ciao, Signora libertà. Ciao, Signorina Anarchia”. La nostra epoca ha distrutto la bellezza in ogni sua forma, “ha nutrito la propria disperazione nella bruttezza e nelle convulsioni… noi abbiamo esiliato la bellezza, i Greci per essa presero le armi”, Albert Camus, sosteneva. La tua esistenza a fianco degli emarginati Don, ha restituito la bellezza a chi non l’ha mai conosciuta, né ha mai avuto voce né volto.

Di Paride Batini, figlio di un sovversivo, leader storico dei camalli del porto di Genova e console della Compagnia unica dei lavoratori (gli stessi che hanno accompagnato il funerale di Don Andrea Gallo nella chiesa del Carmine da dove quarant’anni prima era stato scacciato)… hai scritto che si trattava di “un sacerdote laico in questo tempio per dimostrare l’amore ai suoi ragazzi, al porto, alla città”. Racconti la sua vita straordinaria, i suoi difficili incontri istituzionali, le sue lotte di strada… comunista, intellettuale che si è fatto da solo… “insofferente ai dogmi dei potenti. Uomo autoironico.

Appassionato e razionale, intelligente di una intelligenza antica del passato, presente e futuro.

Marxista umanista e cristiano libertario.

Arrivederci, caro Paride, arrivederci bandiera rossa”. Il diritto di avere diritti si rinnova a partire da una coscienza più profonda del valore di giustizia, fondamento della democrazia partecipata uscita dai valori inalienabili conquistati con i sessantamila morti della Resistenza.

E poi tutti gli altri discorsi che compongono il libro… legati insieme da una sensibilità del giusto, del bello, del buono, ci insegnano a fare buon uso della sofferenza, dell’indignazione, della resistenza sociale e ci portano a riflettere che un nuovo mondo è possibile, e va costruito con i dannati della terra. È un cammino in amore contro ogni forma di schiavitù, contro la sofferenza ingiusta, contro ogni emarginazione, esclusione, discriminazione… occorre combattere il dio neoliberista che riduce a schiavi milioni di fratelli, ridotti alla povertà e alla miseria… dobbiamo alzare la testa, dicevi, ed essere pronti al martirio per donare la libertà e l’uguaglianza a tutti. Grazie a te, amico caro, maestro di vita piena, ho compreso che la libertà non si concede, ci si prende.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 31 volte maggio, 2013.

[1] Etty Hillesum, Diario (1941-1943), Adelphi, 1996

Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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Diane Arbus. L’Angelo nero della fotografia in anarchia

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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LIU XIA: Sulla fotografia dei diritti umani

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