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Andreas Gursky. Sulla fotografia della civiltà dello spettacolo

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“Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra individui,
mediato dalle immagini… Lo spettacolo è la principale produzione della società attuale…
Lo spettacolo è il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso, il suo monologo elogiativo.
È l’autoritratto del potere all’epoca della gestione totalitaria delle condizioni di esistenza”.

Guy Debord


 

I.  Commentari sul piombo, il pane, le rose e la fotografia

Merda! Porcaccia d’una miseria! Fine di tutti gli idoli affogati nel catrame bollente! Possibile che nel crepuscolo della civiltà parassitaria, il sistema del dominio spettacolare e il senso totale della fotografia sia ancora quello consolidato o ammaestrato nei premi, workshop, letture di portfoli, stage, chiacchere festivaliere… che gli stolti della fotografia professionale e amatoriale prendono sul serio? Tutti (o quasi) si adeguano allo spettacolo della fotografia per farsi riconoscere o incensare… la genealogia del fanatismo offusca i cortigiani del successo e la plebe dei fotografi (anche di grido) è parte integrante della ragione mercantile (non solo) della fotografia.

The Rhine II 1999 Andreas Gursky born 1955 Presented by the Friends of the Tate Gallery 2000 http://www.tate.org.uk/art/work/P78372

Tra la fotografia e la verità o la bellezza, l’incompatibilità è totale. “La consumazione alienata diviene per i domesticati un dovere che completa quello della produzione alienata” (Gianni-Emilio Simonetti)1 e rende sopportabile il dispotismo dei dominanti sui domesticati. Del resto, il pane, le rose, il piombo e la fotografia (cinema, fumetti, volantini, giornali, libri ed altre cose più insolenti) sono state espressioni di una rivolta generazionale che a partire dal Maggio ’68 si è conclusa (malamente, forse) negli ultimi colpi di coda nel 1977. L’utopia qui era più della vita e il sacrificio dei desideri individuali a vantaggio del rovesciamento di un mondo rovesciato, cercava di porre rimedio a una filosofia della miseria e alla riappropriazione (o scoperta) di sé… il colonialismo, il fascismo, il comunismo, l’imperialismo erano (e sono) il male dell’umanità e gli esclusi, i reprobi e gli oppressi cercavano quelle riserve di utopia per dare inizio alla distruzione di tutti i muri del conformismo… il passaggio dalla soggezione prolungata all’insurrezione dell’intelligenza. Ma le sconfitte popolari sono ferite che restano aperte sugli annali della storia e prima o poi presentano il conto all’onnipotenza del corpo politico.

Là dove i politici, i preti, i sociologi dettavano legge, ora comandano gli economisti, i banchieri, i militari… il nuovo assetto sociale della modernità si consolida fra comunismo e capitalismo, “che unisce in sé il peggio dei due sistemi totalitari, e segna già la via e il divenire del mondo, definisce anche quali siano le fondamenta del nuovo totalitarismo, che sta impunemente affermandosi dappertutto. Libertà totale di espropriazione per i ricchi, e schiavitù totale per i poveri” (Gianfranco Sanguinetti)2. L’efferatezza continua. E al fondo di ogni ordine ci sono i mezzi di comunicazione di massa che amalgamano caste, classi, religioni e perfino razze nel verminaio della politica-spettacolo, e insistono sul dire tutto per non affermare niente. La logica mercatale prospera su cumuli di cadaveri ed è ormai possibile appoggiare governi criminali in cambio di uno smartphone… sotto il cappotto di un politico, un banchiere, un generale o di un mafioso… troviamo spesso un assassino in formato grande.

La fotografia dominante oscilla tra l’apparenza e il nulla, tra la forma ingannevole del bello e la sua assenza… la noia architetturale/fotografica dell’universo convenuto figura una fatalità senza splendore e solo gli stupidi credono ancora nell’ipocrisia che la fotografia si fa per le comparsate televisive e non in difesa della verità calpestata sulla punta dei fucili o nella farsa delle merci… eppure la funzione primaria della fotografia non è quella di vedere, né di piangere, ma andare a fondo della visione radicale del vivere quotidiano e rivelare attraverso il disinganno, l’impronta del vaniloquio… i deliri di grandezza sono vasti… superano la megalomania dei palazzi, dei conventi e dell’industria che alleva i fotografi nella seminfermità mentale… senza sapere mai che avere cognizione della fotografia significa criticare alla radice i fabbricatori di dèi… nella gerarchia delle menzogne la fotografia occupa il primo posto e insieme al cinema, la carta stampata, la televisione, la telefonia, i social network… portano gli adepti del consenso generalizzato all’inutilità di avere una qualsiasi corona, foss’anche quella del babbeo finito sulla croce per un eccesso di narcisismo! L’insignificanza diventa spettacolo e si gloria dell’eccellenza della propria banalità, che è la forma ideale di tutti i begli ingegni deposti sul sagrato dell’utilitarismo.

Prosperano nella fotografia soltanto coloro che accettano l’agio o la condizione di palafrenieri dell’industria fotografica… Ferdinando Scianna (uno dei pochi fotografi che sanno scrivere di fotografia) dice: “Per troppo successo, per eccesso di successo, la fotografia — insieme ai suoi figli, perché il cinema è figlio della fotografia, e lo stesso la televisione, perfino internet nella sua alluvione di immagini viene da quel ceppo lì — ha finito con l’approdare a una specie di non senso, alla perdita di significato della propria funzione. Ed è finita al museo”3 o, peggio ancora, nella testa di schiere di esteti o alfabetizzati dell’immagine verniciata di sublime… ogni barbarie, come ogni fede, ha i suoi proseliti e quando è adottata da una folla di probi emulatori si rovescia nell’arte… le sue nefaste crociate culturali sono di gran lunga più pericolose del sistema di promesse (tradite) che sostengono o quanto mai simili ai crimini coscienziosi di una società dell’odio, che fa della guerra puro intrattenimento per i telegiornali in prima serata. La verità e la bellezza si nutrono di esagerazioni o di eccessi e, come sappiamo, portano fuori dal palazzo dell’idolatria e dell’impostura… il genio comincia sempre col dolore.

Si tira una fotografia così, come si tira uno sputo a un negro o a un barbone che muore di fame sul sagrato del Vaticano… per ispirazione verso il disprezzo santificato in una mostra… per entrare in un calendario di beati dello spettacolare o abbaiare in una università che la migrazione dei morti affogati o la schiavitù sono ingiuste ma nessuno (o solo alcuni disertori dell’ordine costituito) alza la mira contro i responsabili della geografia del dolore… che bello! i mattatoi della Corte spettacolare sono anche i paradisi fittizi dell’ordine del mondo e i carnefici non sono mai deposti dai loro scranni insanguinati, ma adorati in ogni rango e in ogni cosa… e la fotografia cosa fa? Fornisce una giustificazione a tutto… ed ecco che l’immagine di un bambino o un soldato o una donna massacrati dalle bombe possono essere non il risultato di una tragedia inaccettabile, ma il foglio di via per conseguire un riconoscimento, una passerella o un premio e raggiungere l’empireo dell’autoritarismo criminale.

Lo spettacolo organizza magistralmente l’ignoranza di tutto quanto accade e subito dopo ne concerta l’oblio o resuscita lo spaventamento della storia attraverso i funzionari mediali… è possibile uccidere e affermare pubblicamente l’incompetenza dove l’immagine sopprime definitivamente l’immagine, confondere la copia con l’originale, l’artificiale a sostituzione del vero perché il falso è dappertutto e l’autentico da nessuna parte… la mistificazione della visione rende obbligatorio l’incomprensibile e nelle acquasantiere della connivenza politica col banditismo organizzato tutto riluce nel terrore regnante della civiltà dello spettacolo.

Di fronte all’impurità del tempo, della cultura e degli uomini anche i sogni fanno la fine dei congiurati, cioè sono impiccati sulle merci (sui dividendi e gli indici di gradimento) del nuovo Impero. Lasciamo in sorte alle benevolenze dei saprofiti di ogni arte, le parole di un filosofo dell’eresia: “Come piedistallo avrete un letamaio e come tribuna un armamentario di tortura. Non sarete degni che di una gloria lebbrosa e di una corona di sputi” (E.M. Cioran)4. L’eroismo, la celebrità, la rettitudine sono altrettante forme della mancanza di talento. Ancora. Il piombo, il pane e le rose e la fotografia si colgono nella strada o nei sintomi della fine dell’umanità… i fotografi sono diventati un popolo di turisti o, tuttalpiù, dei disperati in cerca di un altare. Un fotografo che si rispetti non ha patria… è una sorta di miscuglio di follia e intelligenza e non si sofferma sulla tristezza di essere capito.

L’aveva già scritto Oliver W. Holmes sul finire dell’800, “la fotografia non mente. È inutile darsi delle arie. Il gentiluomo e la dama artefatti non sono come articoli originali. La mediocrità si mostra per quello che è, non importa quale nome abbia temporaneamente

acquisito”5. Tutto vero. Se non vengono screditati né uomini, né istituzioni, né industrie dello spettacolo… i fotografi non corrono nessun rischio… finché la fotografia è retta dalla demenza, prospera nel nulla, quando si libera dalla tirannia mercatale, figura un’educazione alla libertà. Per distruggere la fotografia dei sogni avvelenati, con le sue falsità e i suoi abissi… la si deve estirpare, insieme al romanzo dell’ossequio che si porta dietro… lo spirito di disobbedienza e disertare i luoghi deputati della messinscena fotografica, basteranno in principio… la fotografia è strumento delle infatuazioni e come tutti i perversi delle religioni monoteiste, i fotografi, anche i più raffinati, trasformano l’eroe in vizio e si fanno inchiodare nel confortorio del cretinismo prolungato. Le fotografie autentiche sono più lievi delle ali degli angeli e respingono il terrore di diventare martiri dell’integrità.

Di Andreas Gursky, un fotografo in odore di santità. Dicono di lui: — Andreas Gursky nasce a Lipsia il 15 gennaio 1955. Il padre ha un negozio di fotografia. Trascorre i primi anni a Düsseldorf… dal 1978 al 1981 studia all’Università delle Arti di Folkwang (a Essen)… ha come professore il fotografo Otto Steinert (sperimentatore non proprio insigne della fotografia artistica). Tra il 1981 e il 1987 passa all’accademia delle belle arti di Düsseldorf… le lezioni sulla fotografia concettuale (di notevole asciuttezza architetturale, in bianco e nero) di Bernhard Becher (Berndt) e Hilla Becher influenzano non poco il suo fare-fotografia. I panorami, supermercati, spiagge, piscine, stadi, edifici, fiumi, luoghi affollati… di Gursky hanno subito successo e i mercanti si contendono le sue immagini in milioni di dollari. Il fotografo tedesco è considerato universalmente tra i maggiori artisti al mondo per le fotografie di grande formato… con Axel Hütte, Jörg Sasse, Thomas Struth, Candida Höfer e Thomas Ruff, fa parte della Becher-Schüler (specializzati in immagini altamente colorate e modellate su quadrati e rettangoli visivi). Nel 2011 la fotografia di Gursky, Rhein II, viene battuta all’asta da Christie’s di New York per la somma di 4.338.500 dollari. È una veduta del fiume Reno scattata nel 1999, misura 190 cm x 360 cm. Qui il fotografo tedesco supera il suo stesso primato, quello di 99 Cent II Diptychon, 3.346.456 dollari (2001). Si tratta di un dittico di dimensioni 207 cm x 337 cm, che rappresenta gli scaffali di due supermercati. Oltre ai dollari Gursky ha fatto incetta di premi, che qui non importa ricordare… naturalmente e secondo le inclinazioni del mercato, le sue fotografie meritano il tabernacolo delle aste dove sono state battute… i piaceri dell’imbecillità non si possono disconoscere e come disse Freud ai giornalisti quando fu liberato dai nazisti (dietro una pressione internazionale) — “Li raccomando a tutti!” —.

La presunzione della società spettacolare non conosce limiti… l’intossicazione di un sistema di speranze uccide più della Santa Inquisizione e quando il vero, il buono, il bello scompaiono dalla fotografia, vi si insedia il mercato! La declamazione della merce sostituisce la frenesia della preghiera e anche i ciarlatani a corto di trucchi incantano ancora, diceva… la prostituzione della fotografia è il sintomo più eclatante del suo avvilimento… il fatto è che non ci può essere fotografia se non nella diserzione dalla fotografia corrente! Per rinfrescare il linguaggio fotografico bisognerebbe che i fotografi cessassero d’immaginare la fotografia che ammira se stessa… ancora oggi stimo più un folle che s’impicca di un fotografo vivo.

II. Sulla fotografia della civiltà dello spettacolo

La fotografia imperante è lo spirito in lutto… la storia della fotografia è la negazione della fotografia… il linguaggio fotografico conduce alla megalomania o alla diserzione… l’insegnamento della fotografia è una grande sventura intellettuale e persino un pericolo per quanti non hanno letto Dostoevskij, Rimbaud o Baudelaire o il libro di Giobbe… l’abbiamo detto… la pratica organizzata dell’espressione spettacolare (in ogni sua forma) è opera di specialisti, di esperti, di tossici inclini a seguire e promuovere l’arredamento dell’industria culturale, financo le convenienze della politica… professori universitari, giornalisti, sociologi, poliziotti, dentisti, portinai, camerieri, operai sindacalizzati, artisti… stanno insieme nel rizomario degli affari e meglio dei terroristi che si conquistano il loro Dio in massacri di sconcertante stupidità… questa messe di adoratori del calcolo egoista sono al fondo del prestigio dello spettacolo come gogna dell’immaginario sociale.

I proprietari del mondo possano dormire sogni tranquilli, la plebe degli spettatori protegge i loro miraggi e lo spettacolare integrato ormai s’impone su scala mondiale, almeno sino a quando le giovani generazioni si decideranno a farla finita con i partiti, i governi, i saprofiti delle banche con una contestazione radicale. “Visto che non viviamo più i tempi della rivoluzione, impariamo a vivere almeno il tempo della rivolta” (Albert Camus)6. Il pensiero unico del mondo globalizzato trionfa ovunque e la sola azione possibile è non accettare mai il mondo così come ci viene consegnato, guardarlo sotto una luce diversa e costruire situazioni con gli insegnamenti radicali dell’uomo in rivolta.

La fotografia spettacolare di Andreas Gursky è l’apice di certe affermazioni dove l’incompetenza e l’omertà investono lo stile di un’epoca della falsificazione ordinaria… per molti giornalisti, mecenati, galleristi, insegnanti, bottegai, fotografi… la fotografia si è affermata come forma d’arte e come mezzo di grande rilievo storico, culturale, economico… ed è anche vero… a creare i giri di affari di grande portata, a determinare il costo di un pezzo venduto all’asta concorrono vari fattori: la storia che sta dietro l’immagine, la fama dell’artista, la quotazione stabilita dai mercanti delle sue opere, che siano arte astratta (o documenti storici) poco importa, hanno un valore artistico che di certo non sfugge a chi le ha acquistate per milioni di dollari (qualcuno sostiene)… ecco una selezione delle cinque fotografie più costose della storia7:

  1. Rhein II, 1999, di Andreas Gursky (4,3 milioni di dollari).
  2. Untitled #96, di Cindy Sherman, 1981 (3,89 milioni dollari).
  3. Dead Troops Talk, di Jeff Wall, 1992 (3,6 milioni di dollari).
  4. 99 Cent II Diptychon, di Andreas Gursky, 2001(3,4 milioni di dollari).
  5. The pond-moonlight, di Edward Steichen, 1904 (2,4 milioni di euro).

Poi ci sarebbe da dissertare sulle dieci fotografie più belle del mondo (consacrate dai grandi premi internazionali) e allora il nostro discorso ereticale si farebbe più vasto e irrispettoso di tanta magnificenza autoriale… siccome siamo qui per cercare di conoscere l’eco fotografico di un autore che sta per essere beatificato sul sagrato dell’arte, ci limitiamo non tanto alla sua intera opera ma ad una sola fotografia, quella da 4,3 milioni di dollari, Rhein II. Quando ci hanno chiesto che cosa avremmo fatto se avessimo ricevuto un pacco di dollari per una nostra fotografia… abbiamo risposto che li avremmo impiegati per cacciare a calci in culo (e mezzi più efficaci o definitivi) gli schiavisti dei migranti nel Mediterraneo (politici, banchieri, Ong, terroristi…) e dare inizio a nuove primavere di bellezza, anche (ma non solo) con la fotografia.

Rhein II raffigura il fiume Reno che scivola tra due sponde verdi… l’acqua grigia, una pista ciclabile e il cielo plumbeo… la conversione in digitale ha comportato l’eliminazione di passanti, cani ed edifici, si racconta… la stampa della fotografia (detta cromogenica8) in grande formato (190 cm x 360 cm), montata su cornice 210 cm x 380 cm, posta su vetro acrilico, restituisce la compiutezza dell’immagine. Rhein II è stata venduta all’asta Da Christie’s di New York per 4.338.500 di dollari, il compratore non è mai stato identificato. C’è chi insinua che era un mercante d’armi americano, un mafioso russo che traffica con il Polonio o un vescovo dell’Istituto per le opere di religione (IOR)… ma non crediamo a queste illazioni invidiose… forse era solo un disc-jockey di sinistra che ha intravisto l’arte dove l’arte era morta. Tuttavia ciò che conta in ogni opera d’arte non è l’arte ma il prezzo. Quando metteranno in commercio la “prima” fotografia, peraltro fatta da una puttana redenta (Maria Maddalena) — la Sacra Sindone —, anche Gesù Cristo finirà nella cassaforte di una banca e andrà a perpetuare la sfilata di falsi assoluti che trionfano sull’effervescenza del ridicolo. I veri criminali sono coloro che instaurano un’ortodossia dell’inganno e rendono indistinguibili il piano religioso, il disegno politico e la menzogna dello spettacolo nella vita quotidiana.

D’infilata… a leggere con attenzione il flusso fotografico di Gursky si resta abbacinati da tante illustrazioni geometriche o decorative… il lavoro di post-produzione è copioso, anche avvincente, tuttavia una volta che hai visto un mazzo d’immagini del fotografo tedesco ci prende lo sconforto… la possanza delle linee, l’enunciazione dei colori, la sovrabbondanza dei segni, la grandezza delle stampe… affogano lo sguardo in un’enunciazione foto-grafica che si rovescia nella guarnizione o nella passamaneria di un evento che vive nell’assoluto del proprio valore o della propria nullità. Il corpo dell’uomo è affogato nella perfezione presunta e l’insieme delle sue opere, anche le meno riuscite, esprimono comunque l’imballaggio, l’etichetta, i codici a barre del mercificato… una deflagrazione sulla psicologia di massa che accudisce le responsabilità della storia e aderisce perfettamente al negativo della modernità. Così gli scaffali di un supermercato e le merci che contengono, ad esempio, diventano discorso spettacolare dell’egemonia dominante, dove illusionisti, imbonitori e protettori dell’industria culturale, politica, economica, detengono gli apparati di domesticazione sociale e l’organizzazione del silenzio (e del controllo), per mantenere ciò che è istituito. Abbiamo guardato a fondo le immagini di Gursky, ma non abbiamo visto niente.

Un immortale della fotografia sociale, Lewis Hine, a ragione, sosteneva che “la fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare”. Tutto vero. L’immaginale consumerista di Gursky però non è gravido di bugie… semmai fecondo di banalità… giacché in ogni fotografia sussiste la dissimulazione o la sconvenienza, il coraggio o la fierezza… ogni assoluto, personale o astratto, è una maniera di eludere i problemi o un modo di affrontarli… la fotografia dunque è un sottoprodotto del sistema spettacolare o è la sovversione non sospetta di ciò che interroga. Da una parte la genuflessione, dall’altra la libertà. Nessuna fotografia è innocente. Se lo sguardo è un’interrogazione della luce, esso è anche un’interrogazione dell’ombra. “Si può interrogare soltanto il Potere. Il non-potere è l’interrogazione stessa” (Edmond Jabès)9, e la verità conosce ogni forma di sovversione. Il servo del Principe e il servo del mercato hanno il medesimo statuto di servo! Solo chi conosce l’innocenza del divenire si trova a vivere nell’infanzia del mondo. La fotografia si crea nel delirio o si disfa nella realtà creativa di tutte le dismisure… all’infuori dei cospiratori dell’uguaglianza, tutti i saltimbanchi dell’euforia fotografica (o i condannati dell’ottimismo) paiono asserviti allo spettacolo che li nutre! L’edificio delle lusinghe li ospita come scemi in attesa di essere battezzati dall’ultima fotocamera o cresimati dagli idoli che emulano… c’è sempre una definizione all’origine di un mito, una formula o una condizione di credente a tutto, perfino a fare della fotografia un oggetto di culto dove l’uso uniforme del linguaggio fotografico costituisce il cimitero delle buone intenzioni.

Di Rhein II e dintorni. Cazzo! È inconcepibile che una siffatta fotografia possa affascinare turbe di fotografi (non solo) concettuali… quando un fotografo non ha niente da dire (o da dirsi) ecco che si butta a capofitto nell’astrazione o nel concettuale… e ci viene anche a spiegare cosa vuol dire la sua fotografia… alla madonnaccia! Dio di un mondo ladro! Al macero tutti, maestri e allievi… tutta gente da macello! Alle fosse comuni! Nessuno ha il diritto di spiegare la propria opera, nemmeno il boia! Non si spiega l’evidenza né la trascendenza… è intollerabile che qualcuno ci dica come ha fatto una fotografia… non c’importa una sega di come l’ha concepita, né cosa ne vuol fare… la fotografia esiste per quello che è, e non può essere altro… una bella fotografia o una brutta fotografia… le migliori non sono né brutte né belle, sono tracce del desiderio o schegge (anche surreali) di coscienza dell’infelicità che infrangono il marcio dei precetti… figurano il superamento del presente nella periferia dell’eccelso. Coltivano l’imperfezione come disvelamento dell’oppressione mercantile… quando la fotografia è in stato di grazia, la sua bellezza è così autentica e così mirabile che supera tutto ciò che viene diffuso come bello nelle vetrine del mercato. Occorre concludere che è imminente e ineluttabile un ricambio alla radice della casta che gestisce la subordinazione spettacolare, e in particolare dare inizio allo smantellamento dell’autocrazia “illuminata” per accelerarne la fine.

Va detto. Rhein II è una brutta fotografia e nemmeno un operaio sindacalizzato l’appenderebbe nel salotto buono (tra Cristo e Che Guevara)… solo un’esteta del liberismo può vedere in questa fotografia quello che non c’è, l’arte, appunto! Qui Gursky dà il meglio di sé… poggia la fotocamera di grande formato su una sponda del fiume Reno… fa vedere una fetta di prato attraversata da una pista ciclabile, in mezzo corre il fiume un po’ increspato dal vento, di là un altro filo di verde e il cielo grigio-topo che troneggia su tutto… se ci sono passanti, cani, edifici, fabbriche, cartelli non fa niente… il computer cancella tutto il superfluo, resta solo ciò che serve a monitorare la probità e la finzione che implicano l’avvicinamento all’idiozia… e pensare che questa sciocchezza, nemmeno astratta, è diventata l’ossessione d’arrivo (il simulacro riconosciuto in dollari) della moltitudine fotografica… solo gli ingenui o i ritardati possono credere che quest’immagine abbia valore d’arte… come non sapere che dietro ogni opera d’arte c’è il prezzo di un banchiere, un macellaio o un uccisore delle belle arti? I grandi (maledetti) che hanno lavorato per la chiesa o i principi, hanno dipinto le madonne come puttane e le puttane come madri di famiglia… non seguivano nobili aspirazioni superficiali, lo facevano per denaro, ma in cambio non si genuflettevano per niente ai committenti… e qualche volta hanno usato il coltello al posto del pennello, Caravaggio per tutti! La presunzione della modernità non conosce limiti e l’universo di ogni arte comincia e finisce con l’apprezzamento o il disprezzo del mecenate o dell’arricchito… quando uno stupido che disegnava scarpe per vetrine (Andy Warhol) o un genio che infrangeva tutti i codici dell’arte (Pablo Picasso) hanno messo a disposizione la loro creatività nei baccanali del mercato, lì sono morti, ricchi, ma sono morti. Si sono dimenticati della tenerezza delle lacrime e del dolore degli altri.

Rhein II non si rivolge agli uomini, s’intrattiene solo con gli dèi del mercato… nella classificazione delle ossessioni (o nella letargia sepolcrale dell’incuriosità) questa fotografia ha un certo peso… mentre la bellezza s’accontenta di una cornice di fortuna e s’accorda alla malinconia di essere fraintesa… qui ogni cosa è chiara… il fotografo ha fatto proprio quello che voleva fare, cioè un rituale estetico come attrattiva o retorica da commedia borghese… una qualificazione del nulla che viene quotato in Borsa, dove le truffalderie suscitano quello che divorano. Un cretino alla cena dei cretini può passare per un santo o un genio! Sotto un regime di nani, un nano travestito da artista può sembrare un gigante. Avere del genio (o un “grande stile”, Nietzsche, diceva) significa confutare tutto ciò che lo nega.

La macchina artistica della modernità commemora la liturgia del denaro… una congrega di caimani promuove un’epoca dell’incultura e della privazione… “lo stile di un’opera non dipende solo dall’elemento impersonale, dalla potenza creativa, ma anche da ciò che resiste e quasi entra in conflitto con essa” (Giorgio Agamben)10. Il sommo artista è definito precisamente da un’assoluta incapacità di concepire la sua arte a favore di categorie del possesso, ma per raggiungere le più alte forme di umanità. Gli artifici dell’ideologia si definiscono in rapporto all’istituzione che li autorizza a decretare l’intelletto soggiogato, costruito o accondicendente a una morale di padroni, sempre associata agli sbirri che reprimono il diritto a tutto, anche quello di uccidersi o di sopprimere l’origine del male. Dannato è colui che non ha più nulla oltre la propria arte e vive secondo l’amore dolente che nulla vuole se non un mondo più giusto e più umano.

Se andiamo a vedere la cartografia visuale di Gursky, l’incantamento non gli fa difetto… ogni fotografia perpetua se stessa e si distingue a malapena dalla tappezzeria di una galleria americana o dei un musei vaticani… l’insincerità è da manuale… i gialli, i rossi, i marroni, i verdi… sono disposti per una visione d’insieme… tutto è simmetrico, gli uomini e le cose sono parte di una mistica mercantile destinata all’aristocrazia di miserie sporche… Gursky non ha capito (o lo ha capito bene e gli conviene far finta di non sapere) che il compito dell’arte (da sempre) è ludismo e talento per l’improvvisazione, accendere al genio collerico di ogni rivolta appassionata che contiene “la fine delle costrizioni, la liberazione, il superamento delle sottomissioni, il godimento al posto dell’obbedienza, il piacere al posto dei rapporti padrone-schiavo” (Michel Onfray)11. Economia e destino significano la medesima cosa: da una parte gli arricchiti, dall’altra gli esclusi. I massacri delle guerre fanno il resto. E ancora ci sono degli imbecilli che fanno gli artisti con immagini colorate di grandi dimensioni e ci rompono i coglioni con l’edificazione dell’arte come promessa di felicità? Tutto ciò che non riporta nella strada e la bellezza che ne consegue, provoca il rigetto sociale e si fa complice del contagio dei cattivi esempi… ci vorrebbe un Bonnot in buona salute per delegittimare le signorie della disuguaglianza e fare dell’egualitarismo un’opera d’arte.

La merce, il fucile e l’aspersorio vanno sempre d’accordo… Nietzsche o Jiménez, Machiavelli o Graciàn, Ernesto Che Guevara o mia nonna partigiana… ci hanno fatto capire che le grandi idee abitano le vette, là dove l’aria è fredda, viva e tagliente, dove non si temono le virtù delle tempeste, la rudezza e le rarità, dunque i valori che contano… e solo la politica edonistica libertaria può spezzare il cemento dell’economia e la religione del capitale sacralizzato. C’è un impiccato in ogni artista, uno scemo in ogni santo, un becchino in ogni martire… raggiungono l’estasi creativa solo quando si pisciano addosso o come tutti i pensatori falliti si vendicano con i trenta denari che intascano nei marcitoi dell’arte. La perdita di sensibilità implica l’avvicinamento alla soggezione, mentre la vertigine dell’imperfezione protegge dal terrore di diventare eroi di un mondo a perdere. Le raffinatezze di certe crudeltà dell’imperfetto non sono molto comprese… l’irrompere e lo sprofondare nella vita attraverso l’arte significa non credere né sperare, non comandare né essere comandati… dove l’inganno trionfa, lo stupore e la meraviglia dell’imperfetto esondano su infanzie intramontabili: la fotografia mercantile uccide la conoscenza, la conoscenza ridestata uccide la fotografia dello spettacolo. Ogni forma d’arte può essere dinamite con la quale minare l’arroganza di un’epoca e renderla più conforme al rispetto dei diritti dell’uomo.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 11 volte gennaio, 2018


1 Gianni-Emilio Simonetti, La domesticazione sociale. Sulla modernità e il disagio che la governa, Derive e Approdi, 2003

2 Gianfranco Sanguinetti, da Il piombo e le rose. Utopia e Creatività nel movimento 1977, Postcart, 2017
3 Ferdinando Scianna, Lo specchio vuoto. Fotografia, identità e memoria, Laterza, 2014
4 E.M. Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996
5 Oliver W. Holmes, Il mondo fatto immagine. Origini fotografiche del virtuale, a cura di Giovanni Fiorentino, Costa & Nolan, 1995
6 Albert Camus, L’uomo in rivolta, Bompiani, 1957. Qui Camus scrive: « Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi. Uno schiavo che in tutta la sua vita ha ricevuto ordini, giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando.»
7 Questa classifica è naturalmente provvisoria… di giorno in giorno i proprietari dell’arte e del mondo l’aggiornano facendo buon uso degli eccessi mediali… sembra che la fotografia di Gursky, Rhein II, sia stata scavalcata dall’immagine del paesaggista Peter Liik, “Phantom”, scattata alle pareti rocciose dell’Antelope canyon in Arizona, venduta dal fotografo australiano ad un collezionista privato (e anonimo) per la cifra di 6,5 milioni dollari. Qui non stiamo parlando di classifiche o transazioni a colpi di dollari dove l’arte non c’entra nulla, ma di operazioni economiche a sostegno della società spettacolare… come sappiamo, il regno autocratico dello spettacolo si consolida ovunque impone lo statuto di sovranità sul consenso della servitù volontaria.

8 Si definiscono materiali cromogenici quelle sostanze capaci di mutare le proprie caratteristiche ottiche in risposta a stimolazioni esterne. La definizione è dovuta a Carl Lampert e Claes Granqvist, due dei più importanti studiosi in materia. Una sostanza cromogenica varia il suo comportamento ottico grazie a particolari peculiarità chimico-fisiche, in risposta ad uno stimolo elettrico, al variare di una particolare radiazione elettromagnetica (infrarosso, visibile, ultravioletto) in risposta all’aumento di temperatura del materiale. Queste variazioni inducono una modifica, anche consistente, dello stato fisico-ottico. Viene anche definita anche come trasparenza trasformista. https://it.wikipedia.org

9 Edmond Jabès, Il libro della sovversione non sospetta, Feltrinelli 1984

10 Giorgio Agamben, Creazione e anarchia. L’opra nell’età della religione capitalista, Neri Pozza, 2017

11 Michel Onfray, La politica del ribelle. Trattato di resistenza e insubordinazione, Fazi Editore, 2008

Danilo De Marco. Sulla fotografia di resistenza e insubordinazione

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Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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