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SULLA FOTOGRAFIA DEL DOLORE E DELLA TENEREZZA

Inserito da serrilux

SULLA FOTOGRAFIA DEL DOLORE E DELLA TENEREZZA

A mio padre che prima di morire si è fumato un sigaro toscano, ha bevuto un bicchiere di vino rosso che ungeva la bottiglia e senza parole mi guardava piangere sul suo basco nero… ma lui rideva e mordeva un pezzo di tovagliolo di lino bianco, e se ne fregava della pioggia e del vento che sciupavano le rose di mia madre… poi, ridendo con la dolcezza innocente degli esseri di un’altra terra, se n’è andato a giocare nel cielo bambino di Alzheimer insieme agli angeli con le ali di carta velina blu… mi ha lasciato in sorte queste parole: «Un uomo ha diritto di guardare un altro uomo dall’alto, soltanto per aiutarlo ad alzarsi!»…

Sulla fotografia del dolore 1

“Penetrando fino al cuore delle cose, l’amore le unisce senza confonderle.
Può modificarne le forme, scandirne i luoghi, senza per questo distruggerle nel loro essere elementare.
L’amore riunisce i dissimili… L’amore dell’altro e l’amore di sé organizzano il mondo”
Luce Irigaray

TRE PROLOGHI

Uno. Un giorno, mentre facevo delle fotografie nel mezzo del deserto africano… vidi venire dal fondo dell’orizzonte una ragazzina… aveva sulle spalle un grosso carico, sotto una coperta… grondava sangue. Mi avvicinai e le dissi: “Come fai a trascinare quel peso su di te?”. Lei mi guardò un po’ sbigottita e mi disse: “Non è un peso, è mio fratello”. Da quel giorno, ogni volta che qualcuno in difficoltà mi permette di aiutarlo… mi dico, non è un peso, è mio fratello”.

Due. Mentre Parigi era sotto l’occupazione nazista… un generale della Gestapo chiamò Picasso e gli mostrò il quadro che raffigurava “Guernica”. Picasso lo aveva dipinto dopo che il piccolo paese basco era stato raso al suolo dalle bombe degli aerei di Hitler. Il generale mostrò il quadro al pittore e gli disse: “L’hai fatto te?”. Picasso rispose: “No! L’hai fatto te”.

Tre. C’era una volta e una volta non c’era… che sulle coste della Catalogna, in Spagna, un giovane pescatore di frutti di mare molto speciali, che nessuno riusciva a mai pescare… vendeva i suoi frutti — uno alla volta — alle famiglie povere del quartiere. Un giorno, uno dei più ricchi affaristi di Barcellona, gli disse: “Senti ragazzo, pesca questi frutti di mare per me… te li compro tutti insieme e al doppio di quanto li vendi a quei poveracci… li porterò ai migliori ristoranti della città”. Il giovane pescatore rispose: “No signore, preferisco venderli uno alla volta a chi pare a me”. L’uomo chiese: “E perché? Ti risparmio molto lavoro e te li pago il doppio?”. Il ragazzo rispose: “Perché io sono il padrone della mia fame”.

I

La fotografia del dolore e della tenerezza o dell’empatia amorosa… mostra che ogni immagine scippata alla ferocia della vita quotidiana è un evento, storia di tante storie. Soltanto ciò che è ri/fotografato, ri/raccontato, ri/disvelato senza truccherie mercantili o sciocchezze estetizzanti può diventare storia di anni vissuti al limitare del bosco… assumersi il coraggio dell’accoglienza, dell’ospitalità o dell’alterità (non solo nella fotografia sociale) significa riconoscere anche le cadute dell’intera società e la solidarietà verso i meno fortunati non è nulla se non c’è rispetto di sé e dell’altro. Sentire insieme vuol dire fare dell’amicizia e dell’amore il terreno della fraternità che si allarga oltre il previsto e lo scontato. Bevendo alla fonte della politica, si trovano soltanto acque putride. Il ricongiungimento con la propria diversità è una scoperta spirituale. Vuol dire praticare un’apertura amorosa nel muro dell’indifferenza, operare uno spostamento dell’Io verso l’Altro. È la coscienza (e la conoscenza) della diversità che costituisce l’esperienza empatica tra soggetti distinti e differenti. Tra persone in difficoltà e persone che aiutano gli altri a superare le loro difficoltà. “Ci rallegriamo per lo stesso evento, ma non si tratta del tutto della stessa gioia che ci riempie; forse all’altra persona la cosa gioiosa si è dischiusa in modo più ricco e, empatizzando, colgo questa differenza, empatizzando giungo a quei “lari” della cosa gioiosa che sono rimasti nascosti nella mia propria gioia. Questo accende la mia gioia e solo in questo momento ha luogo la piena coincidenza con la gioia empatizzata. Lo stesso può accadere agli altri e così, empatizzando, arricchiamo il nostro sentire” (Edith Stein). La povertà non è un destino… e solo il popolo ne fa le spese… il male governa e s’impara a disobbediere (per non obbedire mai più) solo aprendo gli occhi sulle menzogne istituzionali. Ogni uomo è la testimonianza bella che è in lui.

II

Fotografare il dolore e la tenerezza è “rendersi conto” delle sofferenze che leggiamo sul viso degli indifesi e dove non c’è cuore non ci può essere la Fotografia. Bisogna amare senza chiedersi perché, per fare certe fotografie e non altre. Non conosciamo differenza tra fotografia e lacrime. Tra disobbedienza e libertà. L’incontro avviene solo dove la comprensione si è sostituita al dovere o al compenso. “La comunità è il superamento dell’alterità nell’unità vissuta… Comunità è là dove la comunità avviene… La collettività si fonda su una diminuzione organizzata della personalità, la comunità sull’aumento e sulla conferma della personalità nella reciprocità” (Martin Buber). Il giusto e l’ingiusto sono solo convenzioni… una contro-morale del dispendio è la sola via da perseguire per accendere i fuochi nella notte, danzando intorno, e abbattere senza colpevolezza la morale e i valori imposti. La critica radicale dell’ingiustizia e l’abolizione profonda del sopruso sono necessari… e solo nella pratica quotidiana dell’uomo in libertà può nascere l’“innocenza del divenire” della quale parlava Nietzsche… gli spiriti liberi combattono contro la repressione dell’esistenza organizzata dalla chiesa, dai governi, dai saperi, dagli eserciti, dalle merci… per questi uomini del no! Ciò che conta è solo la libertà dei piaceri, dei desideri, dei sogni ad occhi aperti liberati nella comunità che viene. L’innocenza rinnovata di tutta l’umanità è nella capacità degli uomini d’insorgere contro la cattiveria dei potenti e dare loro la lezione/sorte che meritano. Rompere l’impero delle anime pie, significa infrangere anche l’impostura criminale che siede sugli scranni del governo… i tiranni, come gli stupidi, quando bruciano, emanano un fetore nauseabondo. La sola realtà che conta è l’amore, la bellezza, l’accoglienza, la fraternità in terra, qui e ora… l’eccellenza della povertà è tutta ancora da scoprire. Il potere incolto e interessato lavora sulla cosmogonia della genuflessione, della confessione e del tradimento… conta solo l’istante della sottomissione istituzionalizzata e il silenzio del consenso… effervescenza, dialettica, abilità retorica, stato di polizia, tirannia dell’informazione negata… sono le armi con le quali i dominatori della società consumerista mantengono l’ordine dei simulacri e la condizione dei servi… la solo la verità cambia le cose e quando la verità libera pezzi di popolo che insorgono contro i loro affamatori, i tenutari del potere tremano. “Non possiamo liberare i nostri scritti da ogni costrizione più di quanto non possiamo essere noi stessi liberati da tutto. Ma possiamo renderli tanto liberi quanto lo siamo noi” (Max Stirner). L’ignoranza, l’illusione e le atrocità delle guerre sono le cause sulle quali l’uomo ha fondato l’educazione planetaria di una società della predazione ed ha fatto di ogni cosa una merce… la Madre Terra è ferita a morte per le aggressioni che subisce da parte dei popoli civilizzati e il marchio del nostro tempo sembra ormai decretare la fine degli uomini che avevano fondato i loro cammini sulla fiera saggezza (il rispetto della vita e del pianeta azzurro) dei loro antenati. Di là da ogni marcatura politica, religiosa o culturale… soltanto l’amore dell’uomo per l’uomo ci farà liberi.

Sulla fotografia della tenerezza

“Un concorso di circostanze ha conferito a tutto ciò che ho fatto una certa aria di cospirazione…
La decadenza generale è un mezzo al servizio dell’impero della servitù.
E solo perché è questo mezzo le è permesso di farsi chiamare progresso…”.
Guy Debord

III

Le fotografie della tenerezza o del dolore cercano di comunicare la situazione reale di uomini e donne colpiti malattie o accidenti irreversibili… sotto un certo taglio si leggono come icone della sofferenza e della carezza e trovano, al di là dell’immaginale che ha animato il fotografo, connessioni e fondamenti che portano verso un umanesimo possibile. Quello di “vedere in trasparenza” l’evidenza di un dolore e la percezione di una tenerezza. Un fare-fotografia che restituisce a ciascuno dei ritrattati l’origine della propria dignità e le attenzioni al desiderio di amare e di essere amati. L’estremo saluto dell’amore lascia capire la frattura, gli spazi interrotti della rete sociale. Nei sospiri sfaldati dei soggetti martoriati dal destino nessuno è esente da colpe e tutti siamo colpevoli dell’infelicità degli altri.

IV

La fotografia della tenerezza (come quella del dolore) contiene lo sguardo introspettivo dell’accoglienza, della fraternità della solidarietà… in fotografia “è il soggetto che conta e il ruolo di un buon fotografo è quello di essere lo strumento sensibile grazie al quale una personalità si manifesta”(Gisèle Freund). Le conoscenze tecniche sono poca cosa. Ciò che vale è saper vedere di là dall’immediato e del conforme. È la sensibilità del fotografo che fa del soggetto che lo abbaglia, il principe di ogni emozione. Più ci saranno uomini felici, più sarà facile ricordare le radici della nostra esistenza. Gli occhi non hanno bisogno d’imparare per capire. La gioia precede il gesto. I bambini, i folli e i poeti non hanno bisogno di favole per essere felici. “I poeti sono grandi uomini, ma i degenti lo sono anco- 5 ra di più, credimi… darci tutto per un po’ di allegra umanità” (Alda Merini). L’odore del genio appartiene all’amore dell’uomo per la nascita di una comunità senza confini. V Le fotografie della tenerezza sono semplici, pudiche, amabili, commoventi… non ritraggono i “malati”, gli impoveriti, gli ultimi… ma il rispetto delle persone in frammenti rubati alla loro dura sopravvivenza. Il fotografo sta loro addosso, li accompagna nei loro giochi, nelle loro difficoltà motorie, nelle loro speranze più estreme… riesce anche a catturare momenti di intima felicità (nella malattia, nella miseria, in guerra, nei disagi provocati dalla sperequazione economica globale…) elaborati in una tessitura estetica che spazia tra il reportage e la ritrattistica sociale. Forse questa è anche la chiave di lettura più consueta. Trattata da molti fotografi amatoriali evoluti o professionisti del fotogiornalismo da settimanale illustrato o scandalistico. La fotografia del margine (ma non marginale), con una certa dose di sfrontata innocenza, non si ferma agli stereotipi né fotografa il dolore soltanto. Che è un giochetto facile-facile. Vecchi, bambini e disabili vanno bene per tutte le stagioni della fotografia mondana o consumerista. Specie quando dentro quelle immagini si distruggono le identità delle persone… la scusa è fotografare la fatalità del dolore, ciò che ne esce poi è sempre la mancata meraviglia della vita. La fotografia del margine o della tenerezza mostra l’afflato amoroso con i ritrattati e denuncia che i fotografi dell’autenticità sono sempre più rari degli imbecilli incapaci di fotografare, pensare o sognare fuori dalle categorie della propria epoca. VI L’iniziazione di una diversa coscienza sociale (anche della fotografia) passa attraverso tragedie personali e promesse convenzionali (naturalmente tradite o mai mantenute, specie dagli imbonitori della politica o delle religioni monoteiste). Qui l’inconscia amarezza o trascendenza dell’infanzia riemerge tutta intera nei risentimenti dell’anima. È difficile perdonare ritardi o incuranze che riguardano il popolo degli svantaggiati, degli sfruttati, degli impoveriti… ”Per chi non ha provato che cosa vuol dire essere umiliati o essere offesi fin nel profondo, persona e umiltà, sono solo parole. Il perdono acquista senso soltanto quando non ci è possibile né dimenticare né perdonare” (James Hill- 6 mann). L’amore è il principio del bene ed è l’ultima fermata per il paradiso in terra, che è il senso di accoglienza verso ogni forma di erranza etnica o di svantaggio. L’anima è anche immagine, parola, segno. Ciò che conta è lo sguardo, il respiro del cuore, l’oblio della vita innominata che si cela o si ignora. Quando la parola non ha più forza, lo sguardo e la carezza continuano a parlare per i corpi come contenitori di anime. VII Nella fotografia della tenerezza o della sofferenza c’è un’attenzione alla comprensione, alla solitudine, al dolore intimo e condiviso… riconosce l’altro nel dialogo e mostra le sue ali intatte nel cielo figurato di giorni tutti uguali e di sofferenze che afferrano l’aria della speranza attimo dopo attimo… ciò che ferma con la fotocamera (o negli sguardi violati della domesticazione degli uomini) è il presente, non l’effimero che scivola via, ma ciò che si fa presente nel tempo nuovo di una vita ancora autentica. In qualche modo “è un dar luogo ad un nuovo inizio proprio là dove tutto sembrava concluso” (Hannah Arendt). Ogni fotografo (come ogni ribelle o interprete della disobbedienza sociale) è un sacerdote del nulla o un ladro di stelle. Dietro la crosta del dolore c’è una felicità possibile… i poeti non credono alla crudeltà dell’abbandono, ma cantano la bellezza dell’anima e chi è innamorato della propria felicità è anche il testimone della rovina conviviale nella quale si perde molta parte della società dello spettacolo. La fotografia del dolore e della tenerezza è quasi sconosciuta, ma ovunque è praticata contiene in sé una dimensione etica, politica, estetica ed esprime un’idea radicale e universale di umanità ritrovata. Non c’è fotografia che non dia testimonianza della nostra mediocrità o della nostra bellezza. La storia della fotografia è commovente… se i migliori autori — che hanno preso parte alle sue lotte — si sono talvolta mostrati meno insigni delle loro opere… la storia non ha mai mancato di comunicare passioni, rivolte, rivoluzioni sociali… e trovato gente disposta a sacrificare la propria giovinezza per la conquista di una società libera e aperta… siamo fatti della stoffa di cui sono intessuti i nostri sogni, diceva. La fotografia del dolore e della tenerezza insegna a ben vivere come a ben morire… agli uomini in libertà tutto è permesso! La gioia, la felicità, la contentezza sono il cammino in Utopia degli uomini in libertà che attraverso una poetica della rêverie si battono contro la genealogia dei poteri tristi e si spingono verso la costruzione (con tutti mezzi necessari) di una società di liberi e uguali.

1 Questo scritto sulla fotografia del dolore e della tenerezza è apparso come prefazione al libro di Adriano Gallo, I volti dell’Alzheimer, Edizioni Primula, 2001, insieme all’introduzione di Rita Levi Montalcini e una nota critica diNicola Micieli. Qui appare in modo un po’ diverso, a ricordo di mio padre e di mia madre… loro mi hanno insegnato ad amare la bellezza degli ultimi, degli sfruttati, degli oppressi… e fare dell’amore dell’uomo per l’uomo l’inizio di tutte le insurrezioni sociali e disobbedienze civili. E per l’amore come per la libertà non ci sono catene.

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