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Ottimismo (malgrado tutto). Capitalismo, impero e cambiamento sociale

Inserito da serrilux

Ottimismo (malgrado tutto). Capitalismo, impero e cambiamento sociale

di Noam Chomsky (con C. J. Polychroniuou), Ponte alle Grazie 2018, pp. 318, € 16,80

Il libro di Noam Chomsky (con C. J. Polychroniuou) è una serie di interviste che vanno dal 2013 al 2017… ma è anche qualcosa di più, certo… alle domande penetranti e anche provocatorie di Polychroniuou sulla situazione politica e sociale del mondo e cosa rappresenta l’ingerenza militare americana nel presente (come nel passato) nei conflitti planetari, Chomsky, — “la coscienza morale dell’America (Polychroniuou) —, risponde con la saggezza e la fermezza di chi si è sempre opposto ad ogni forma di autoritarismo… e fa anche una critica radicale e rigorosa contro una sinistra che ha voltato le spalle alla lotta di classe. Chomsky vede nelle società socioeconomiche e politiche occidentali avanzate (si fa per dire), nelle contraddizioni della globalizzazione capitalistica e nelle politiche neoliberiste che ne conseguono, una devastante crescita dell’ingiustizia e dell’impoverimento di interi popoli. Un attacco alla pace sociale, all’ambiente e all’intera civiltà umana.

A gatto selvaggio, possiamo cogliere nelle parole di Chomsky la coercizione del dogma neoliberista al quale neanche Obama si è sottratto… gli istituti finanziari, il mercato delle armi, i presidenti americani (Reagan. Clinton, Bush, Trump), la lobby israeliana americana, esprimono il capitale oligopolistico e attraverso i mezzi di comunicazione di massa creano suggestioni e illusioni per ottenere il consenso delle masse. Avverte anche che la violenza genera violenza e in molti si chiedono se la guerra al terrore sia davvero una guerra contro il terrorismo o se non sia piuttosto un ballo in maschera per giustificare una strategia di conquista generalizzata. Chomsky è attento alle dittature russe, cinesi, turche, degli Emirati Arabi… ai doppi giochi politici-economici dell’Europa che a tutti gli effetti sono responsabili di catastrofi umanitarie inaudite.

Per Chomsky, l’impero del caos (non solo nel Medio Oriente) risponde alla secolare sottomissione e devastazione dell’imperialismo occidentale… il massiccio afflusso di migranti in Europa, dice Chomsky, è dovuto anche ai crimini angloamericani (e i loro servizi segreti) che orchestrano terrorismo e affari nella medesima maniera… e l’ISIS è parte di un disegno di sfruttamento e oppressione a vantaggio degli investimenti delle grandi banche finanziarie. Riporta inoltre lo studio pubblicato di recente dall’Oxfam, in base al quale l’1% più ricco della popolazione mondiale possederà presto più della metà della ricchezza mondiale. Il processo decisionale, aggiunge il “grande vecchio, è nelle mani di cerchie ristrette che attraverso l’indottrinamento e la propaganda impediscono ai giovani, ai lavoratori, ai disoccupati, ai poveri, alle minoranze di esprimere una qualche ragione o il dissidio contro l’esercizio del potere.

Per Chomsky, in una democrazia il popolo dovrebbe essere sovrano, i cittadini dovrebbero influenzare la programmazione politica e poi il governo dovrebbe intraprendere le azioni indicate dalla cittadinanza… tuttavia ciò che si vede e si vive, è che le classi potenti e privilegiate esprimono una concentrazione della ricchezza e questa genera la concentrazione del potere: “Socialismo per i ricchi e capitalismo per i poveri” (Chomsky). Sono i mercanti e gli industriali a possedere la società e a imporre le scelte politiche, sono “i padroni dell’umanità” (Adam Smith). Se non c’è una reazione popolare di massa, non possiamo aspettarci nulla di diverso, sottolinea Chomsky. La minoranza degli opulenti deve il proprio successo alla maggioranza degli sfruttati, sino a quando i veri protagonisti della democrazia, ossia i poveri, non si uniscono per sottrarre le proprietà ai ricchi. E, come sappiamo, i mezzi sono tutti buoni.

Nel capitolo ventidue, Chomsky parla di anarchia radicale, comunismo e rivoluzioni… dice che chi lavora dovrebbe possedere anche la ricchezza del proprio lavoro e quando il vecchio mondo sta morendo e quello nuovo tarda a comparire, è lì che fioriscono possibilità di cambiamento sociale (Gramsci, diceva). L’utopia anarchica la porta anche più avanti e con estrema lucidità dice: “Le lotte per emanciparsi dal potere e dal privilegio di classe saranno sempre contrastate, talvolta con la forza; e forse può arrivare un momento in cui è giustificata la violenza per difendersi dalle azioni di forza volte a preservare il potere”, è comunque certo che la liberazione dei lavoratori significa anche fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si tratta di convertire i mezzi di produzione e metterli nelle mani di libere associazioni di produttori e renderle “proprietà sociale”, dice Chomsky… mettere fine al padronato dell’iniquità e dell’ingiustizia, andare verso quel “socialismo libertario” che “non confina i suoi obiettivi al controllo democratico dei produttori sulla produzione, ma punta ad eliminare tutte le forme di dominio e gerarchia in ogni aspetto della vita sociale e personale; è una lotta che non si esaurisce mai” (Chomsky). Per chiudere come anche per aprire, le parole di Chomsky innaffiano le passioni e le cadute delle rivoluzioni popolari, sono una seminagione ereticale della trasformazione sociale che verrà e una risposta (valida in tutti i casi) che implica il ripudio dei potentati di Wall Street e incline a mettere fine alla disugualianza montante di un’epoca che sarà stata tutto, tranne che intelligente! E, in ogni caso, senza nessun rimpianto.

 

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 5 volte luglio, 2018

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