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MI RICORDO SÌ, MI RICORDO DI CHET BAKER

Inserito da serrilux

MI RICORDO SÌ, MI RICORDO DI CHET BAKER

“Posso credere soltanto a degli dei morti, angeli banditi dalle ali infrante,
vergini di legno dipinto che si scrostano, e cristi in pietra a cui l’intemperie
hanno cancellato i lineamenti alle porte delle chiese”.
Jean- Michel Maulpoix

Mi ricordo sì, mi ricordo di Chet Baker1 … sul nascere degli anni ’80, in un giorno di prima estate… l’ho conosciuto Chet Baker, nella città-fabbrica dove vivevo e dove vivo… quando non sono in qualche periferia della terra a fare fotografie dalla parte degli ultimi, degli esclusi, degli oppressi, di chi non ha voce né volto… è stato dopo mezzogiorno (non ricordo bene), al mercato coperto… stavo fotografando una pescivendola con un polpo tra le mani e vedo una figura singolare… un uomo magro, dentro un maglione rosso un po’ grande, appeso a dei pantaloni a quadri arancioni… era proprio lui, Chet Baker, quello che suonava come nessuno mai Blue Moon, una canzone che aveva accompagnato tutta la mia giovinezza… e mi com- muove ancora.

Lo salutai amicalmente e in piombinese stretto lo invitai a bere un bicchiere di rosso nella fiaschetteria del Toni… Chet parlava un italiano affascinante, smozzicato… gli feci qualche fotografia in totale amore per lui e poi comprammo delle acciughe, un po’ di salame, un po’  di prosciutto toscano, del pane casalingo, un paio di fiaschi di vino e una bottiglia di aleatico dell’Elba con i cantuccini… ci scordammo di parlare di musica ma  della vita quotidiana di un musicista singolare/anomalo e della sua emarginazione dal mercato e dagli affari delle classifiche… tirò corto… ciò che era importante, disse, era vivere in amore con i fratelli e le sorelle della terra.

Chet aveva una risata senza denti che metteva una certa allegrezza… così andammo a Marina, si bevve alle Fonti delle serpi in amore e poi ci sedemmo sul muretto del porticciolo… ricordo che tirava il pane ai pesci… e sorrideva, sorrideva… restammo a lungo su quel muricciolo… spesso in silenzio, a guardare il mare e un pescatore che puliva le reti… quasi verso sera ave- vamo finito tutto… vedevo due campanili del comune… il mare mi sembrava una strada di sabbia… la Lega Navale un veliero pirata in disfatta… ridevo anch’io, un po’ sguaiato… Chet mi prese sottobraccio e con la macchina fotografica al collo (un poco ammaccata) tornammo dal Toni… a bere qualche ciuchino… c’era anche mio padre, al solito posto, che fumava il toscano e rifacemmo qualche giro di Stravecchio insieme… mi portarono a casa che cantavo in maniera sciagurata Blue Moon.

La sera comunque andai al Circolino delle Acciaierie dove Chet suonava… ero ancora un po’ confuso… c’era con lui la sua ragazza, magra, sorridente, che armeggiava non so quale strumento… feci alcune fotografie, poche, perché ero sempre nel giardino a vomitare… a un cer- to punto Chet fermò il concerto e disse che voleva dedicare una canzone ad un amico incon- trato per strada, Pino! un’emozione forte mi attraversò la gola… e a cappella cantò My funny Valentine.

Ci lasciammo con un abbraccio stretto… là tra la fabbrica e il cielo rosso… come compagni di strada che hanno spezzato e diviso il pane… non si diviene eretici dell’eresia o inclassificabili impunemente… non si abita un Paese, una Fede, una Ideologia, si abita un amore, un’ami- cizia, un incontro di malinconiche diversità, fratture, turbolenze esistenziali… la vita autenti- ca è questo e nient’altro. Finché vi sarà un solo simulacro in piedi, il compito dei poeti maledetti non sarà finito.

Quando ho saputo della scomparsa di Chet Baker (il 13 maggio 1988 muore cadendo da una finestra del Prins Hendrik Hotel di Amsterdam), ho ricordato quello che mi diceva mio padre e aveva avuto in sorte dal padre suo (o forse erano parole di un mio amico cenciaio un po’ avvinazzato?): “L’universo è contenuto nel palmo della mano e nulla è più prezioso del- l’amore che riusciamo a darci!”… poi mi sono seduto sul muretto del porticciolo di Marina e ho pianto! Quando la leggenda è più bella della realtà, si scrive la leggenda.

My funny Valentine

“Your my funny Valentine sweet comic Valentine
you make me smile with my heart
your looks are laughable, un-photographical yet you´re my favorite work of art
Is your figure less than Greek? Is your mouth a little weak?
When you open it to speak, are you smiling? But don´t change a hair for me
Not if you care for me stay little valentine, stay
each day is Valentine´s Day each day is Valentine´s Day…”.

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“Tu sei la mia spassosa innamorata dolce simpatica innamorata
il mio cuore sorride con te
le tue espressioni fanno ridere per niente fotogeniche
resti sempre la mia opera d’arte preferita
La tua figura non è all’altezza di quelle greche?
La tua bocca talmente sottile
che appena la apri per parlare sembra che sorridi ma non cambiare un solo capello per me
Non farlo, se ti sto a cuore
resta la mia spassosa innamorata
ogni giorno è il giorno degli innamorati ogni giorno è il giorno degli innamorati”.
(Traduzione a cura di Arianna Russo ed Alessandro Menegaz).

Chet Baker, My funny Valentine – 2:20
(Richard Rodgers, Lorenz Hart)
Album: My funny Valentine (1954)

1 Dal taccuino (Moleskine) di un fotografo di strada, senza data né altro che parole sparse a ricordo di Chet Ba- ker (riprese e rivisitate nell’estate del 2016).

Danilo De Marco. Sulla fotografia di resistenza e insubordinazione

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Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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