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Dogman (2018), di Matteo Garrone

Inserito da serrilux

Dogman (2018), di Matteo Garrone

“La via dell’eccesso conduce al palazzo della saggezza…
Le prigioni sono costruite con le pietre della Legge,
i bordelli con i mattoni della Religione ”.
William Blake

Nel cortile domestico del cinema italiano, tutto banalità e intrattenimento da “tappeto rosso” dei festival… ogni tanto esce qualcosa che ha a che fare col cinematografo, come Dogman di Matteo Garrone. Diciamolo subito, la storia di Garrone riprende un po’ la vicenda di cronaca nera — il delitto del canaro della Magliana, Pietro De Negri —… er Canaro uccise in modo brutale (dopo averlo torturato, dissero i giornali, poi smentiti dall’autopsia) l’ex-pugile dilettante Giancarlo Ricci, era il 1988. La storia è accattivante, c’è la periferia romana, gli spacciatori, la rabbia dell’emarginazione che sfocia nell’assassinio. Il cinema se ne occupa due volte… con Rabbia Furiosa Er canaro di Sergio Stivaletti (esce nel novembre 2017 alla Mostra Internazionale del cinema di fantascienza e del fantastico) e Dogman di Garrone (distribuito nelle sale cinematografiche italiane nel maggio 2018), selezionato in concorso al Festival di Cannes nel medesimo anno, si prende il Prix d’interprétation masculine con Marcello Fonte, Dog Palm all’intero cast canino e fa incetta di Nastri d’argento e dintorni… che bello! anche la critica italiana, la più servile e cortigiana del mondo, s’accorge che c’è altro e non solo la commedia (ridicola) italiana o quella d’impegno sociale (che è anche peggio), che è l’arte del cinema alla portata di un barboncino.

Va detto. Nei rapporti festivalieri (le fotografie degli attori, la passerella, il selfie con i divi, le puttanelle che alzano il pugno chiuso d’infausta memoria per una manciata di pubblicità), l’intesa fra critica e pubblico è profonda, si parla solo di bidè o dell’ultimo vestito di Armani addosso a qualche coglione che figura anime devastate e subito salvate al botteghino con l’affluenza di spettatori… il film non c’entra, ciò che importa al baraccone delle illusioni è fabbricare consensi, e tutti gli stupidi, dentro e fuori lo schermo, finiscono negli effetti speciali. Disertare il cinema mercatale (e tutte le cazzate che si porta dietro) non solo è necessario, è vantaggioso per evitare l’inedia del cervello che estromette dai vivi, dall’umanità che viene.

Il film di Garrone racconta le atmosfere, le inquietudini, il dolore di vivere nella periferia di una città… Marcello (Marcello Fonte) ha una toelette per cani… ama il suo lavoro, è dolcissimo con la figlia e ha rapporti cordiali con gli abitanti del luogo… spaccia cocaina per un amico, Simone (Edoardo Pesce)… delinquente di piccolo cabotaggio, terrorizza l’intero quartiere… nessuno ha il coraggio di contrastarlo. Simone costringe Marcello a fare qualche rapina. Il locale di Marcello confina con il negozio di un orafo… Simone coinvolge Marcello per scassinarlo… il furto viene commesso e la colpa cade su Marcello… ma il tosacani non denuncia l’amico e va in carcere per un anno. Quando esce la vita è più dura da riprendere… anche gli amici lo emarginano… Marcello chiede la sua parte del furto a Simone, ma l’ha già dilapidata… si è comprato una motocicletta e Marcello la prende a sprangate… il giorno dopo Simone lo picchia e l’umilia davanti alla gente del quartiere.
Marcello tende una trappola a Simone… inventa una falsa partita di droga e con uno stratagemma infila Simone nella gabbia dei cani… la situazione si fa tragica… Simone riesce quasi a distruggere la gabbia, Marcello impugna una barra di ferro e lo colpisce selvaggiamente alla testa… quando è svenuto gli lega mani e piedi e gli mette una catena al collo. Simone si sveglia e cerca di strangolare Marcello, lo ferisce soltanto e il tosacani lo impicca tirando l’argano della catena. Marcello porta il cadavere di Simone in campagna per bruciarlo… poi dice alla gente che ormai è libera dalle violenze di Simone… tutti lo ignorano… Marcello torna indietro, spegne le fiamme sul corpo di Simone e porta a spalla il cadavere fino alla piazza (vuota) del quartiere, seguito sempre dal suo cane e, solo, guarda il giorno che si leva.

Ora, al di là di alcune trovate di sceneggiatura — il negozio dell’orafo vicino alla bottega del tosacani, la parete di carton gesso da sfondare o le scorribande in motocicletta dello spacciatore — che sono abbastanza esili o piuttosto semplificate… l’ossatura dell’intero film è forte e restituisce bene l’atmosfera disperante della periferia di una metropoli… Garrone è attento ai particolari… la piazza ignuda, le case semidistrutte, i volti e i corpi degli abitanti del quartiere… una straordinaria cartografia di sopravvivenza, mai troppo visualizzata o filmata male in serie televisive, videoclip di cantanti pop falsamente arrabbiati o film che attraverso la narrazione edulcorata o perturbata della degradazione sociale… e restituisce appieno il male di vivere ai bordi della società spettacolare.

Dogman è un film che scavalca le ideologie, le fedi, i buoni sentimenti, le illusioni legati alle promesse (mai mantenute) degli scranni elettorali… mostra che i padroni, i politici o il sistema burocratico sanno come si fa a manipolare la povertà, sanno fino a dove ci si può spingere per la completa domesticazione sociale. La crescita delle disuguaglianze nella società destituita o dello spettacolo integrato, è opera del potere politico e finanziario ed è deplorevole che i più ricchi continuino a esercitare il loro dominio sui più poveri, fino a determinare la scomparsa dell’opinione pubblica. Dogman non lo dice così, ma lascia trasparire che l’eccessiva povertà dei molti è causa dell’eccessiva ricchezza di pochi… la periferia di Garrone, dunque,  è l’evidenza di qualcosa che regola leggi e protegge abusi e distorsioni… una sorta di dottrina della sufficienza nella quale la libertà è obbligatoria e anche i diritti sono calpestati nella  fame, nella sottomissione e nell’indifferenza… privare del rancore le periferie della Terra, significa allevare schegge di realtà dissidenti nell’apatia e cercare d’impedire che il dissenso della disperazione non possa tracimare in forme di rivolta sociale.

Per Garrone, « Dogman non è soltanto un film di vendetta, anche se la vendetta (ma meglio sarebbe chiamarla riscatto) gioca un ruolo importante, così come non è soltanto una variazione sul tema (eterno) della lotta tra il debole e il forte. È invece un film che, seppure attraverso una storia “estrema”, ci mette di fronte a qualcosa che ci riguarda tutti: le conseguenze delle scelte che facciamo quotidianamente per sopravvivere, dei sì che diciamo e che ci portano a non poter più dire di no, dello scarto tra chi siamo e chi pensiamo di essere ». Tutto vero. Dogman è un film sul riscatto degli ultimi e sulla disumanità di un’esistenza deportata nella miseria… visto in questo senso, Dogman non trae conclusioni da romanzo provinciale, evita anche il sentimento abituale della pietà o dell’infelicità provvisoria, e quel che più conta, mostra che dietro le categorie morali si celano criminali o entusiasti del dominio dell’uomo sull’uomo, e prima o poi dovranno fare i conti con la realtà che si libera dalle proprie catene. Se Marx voleva cambiare la storia, Rimbaud diceva di cambiare la vita quotidiana!, e aveva ragione.

La sceneggiatura di Dogman (Ugo Chiti, Massimo Gaudioso, Garrone) è asciutta, rigorosa… dice che nessun uomo può sfuggire al suo destino e, forse, denunciare qualcosa d’ingiusto, di anomalo o di maledetto è già insegnare che la natura dell’uomo non è malvagia, è l’ambiente nel quale viene segregato a vita che produce violenze ad uso dei servi… l’emarginazione va combattuta ed è il riflesso (o l’eruzione) della società che condanna. La filosofia del fatalismo dei governi conduce l’uomo all’impotenza, a oggetto della storia che subisce, sino a quando non afferra gli utensili espressivi (non importa quali), con i quali rovesciare una lingua come una patria… quando l’utopia si scontra con la storia, cadono i confini e si gettano le basi della società egualitaria che viene.

Il film di Garrone si avvale di un’attorialità minimale, di una bellezza comunicazionale di notevole presa del reale… la verità è nello stile, quindi nel pensiero… Garrone si sofferma sui volti, i corpi, gli sguardi degli interpreti… specie su quell’accezione figurale di Marcello Fonte… qualcosa che non si vedeva dai tempi dei ritratti pasoliniani, accattoni che avevano addosso (senza saperlo) i buffoni della commedia dell’arte di Shakespeare o i demoni dissacratori di Dostoevskij… Fonte non interpreta né se stesso né er canaro… è il Volto/Specchio delle periferie che spinge all’estremo il diritto contro l’ingiustizia… la mancanza di misura non è quella di Cane di paglia (Straw Dogs, 1971) di Sam Peckinpah… che imbraccia il fucile e si vendica dei propri aguzzini… è invece, credo, la visione di un uomo che parte da ciò che sente, da ciò che vive e al culmine della sofferenza, la sua azione assume più peso di qualsiasi mitologia sull’uomo probo e rispettoso di Dio e dello Stato! Dietro le mascalzonate degli angeli c’è sempre un sorriso invendicato ed è una forma di saggezza mai letta nei libri sacri. La grande scusa dell’umanità.

Le figure comprimarie di Dogman sono testimoni o vittime che traducono gli stati d’animo di una vissutezza calpestata… Edoardo Pesce (Simone), Nunzia Schiano (madre di Simone), Adamo Dionisi (Franco), Gianluca Gobbi (commerciante del quartiere), Aniello Arena (commissario di polizia), Alida Baldari (figlia di Marcello)… mostrano i rantoli dell’ottimismo moderno, una successione di falsità politiche che li destina a rassegnazioni o durezze senza scampo… se non quello d’imputridire nei marcitoi delle certezze dei partiti, che rappresentano la farsa e il ghigno della demenza.

La fotografia del film (Nicolaj Brüel) è tra le più belle realizzate del cinema italiano degli ultimi anni… brumosa, stringata, greve quanto basta a raccontare la realtà di un quartiere marginale… infonde a Dogman una malinconia ineluttabile… qualcosa che a che vedere con la quotidianità di anime devastate dall’incuria, dalla cattività, dalla devastazione di tutto ciò che è speculazione edilizia e architettura selvaggia, come elusione della verità in nome della politica e della conoscenza del mondo. Insieme al montaggio (Marco Spoletini) e alla partitura musicale (Michele Braga) danno al film di Garrone quel senso di compiutezza che porta al riscatto dell’impossibile come fine di ogni umiliazione. Chi inventa il cinema, a volte disvela la realtà che l’uccide.

Dogman è l’opera di un poeta del margine… come i filosofi greci che tenevano i loro discorsi nei mercati, nelle strade, nei bordelli… le immagini di Garrone formano un’unica cosa con la vita stessa… discettano sulla percezione, sui valori, sulla diversità e anche nella caduta di ciò che trattano, approdano sui crinali della coscienza sociale… il limite della ragione e che bisogna superare, è sempre una vertigine creativa che estromette i padroni dell’immaginario dal delirio di cui sono responsabili… la voglia di sgozzare un tiranno non è un’intemperanza ma un atto di giustizia! Perché ha senso solo se il vissuto è nell’atto che ne consegue! La liberazione dell’uomo da parte dell’uomo non è un ballo di gala né un esercizio intellettuale! Nessuno ha mai chiesto a un filosofo o a un bandito di essere anche un saggio, diceva… e ogni forma di rivolta libera la mente e il cuore. Ogni forma di sopraffazione a un dato momento è matura per scomparire. Il dominio spettacolare è la grande maledizione dell’umanità.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 19 volte settembre, 2018

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