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Crianças. Ritratti dall’infanzia brasiliana

Inserito da serrilux

Crianças. Ritratti dall’infanzia brasiliana

Pino Bertelli, 2000 con scritti di Rigoberta Menchù, Premio Nobel per la pace, Leonardo Boff, Marcelo Barros, Ando Gilardi, Oliviero Toscani…

Pino Bertelli rende liberamente disponibile questo libro su Traccedizioni.

anteprima delle fotografie del libro di Pino Bertelli, 2000 (con scritti di Rigoberta Menchù, Premio Nobel per la pace, Leonardo Boff, Marcelo Barros, Ando Gilardi, Oliviero Toscani...)

La lotta dei Paesi latinoamericani non è una lotta congiunturale, è una lotta permanente. È una lotta che implica rischi, perché proprio i violatori dei diritti umani sono poteri molto forti. Questi assassini sono cattivi – cattivi, hanno molto potere e hanno forza. Io non posso pensare che ci possa essere un baratro tra impunità e giustizia. Io lotto per la lotta contro l’impunità e quindi lotto per la giustizia. Qual’è la prospettiva dei popoli dell’America Latina, i popoli indigeni? Io credo che uno degli obiettivi dei popoli indigeni sia il recupero della memoria storica. Per molti anni coloro che hanno scritto la storia dei popoli indigeni sono stati dei conquistatori, autori di genocidi, gli assassini. E negli ultimi anni i popoli indigeni hanno cominciato a scrivere la propria storia. E non hanno scritto in una camera buia, senza luce. Hanno scritto nel mezzo di operazioni come terra bruciata, massacri, costrizioni. Le popolazioni indigene non vogliono dimenticare il genocidio e lo fanno attraverso la propria testimonianza.
Il potere non vuole più indigeni. Nel senso che sono stati distrutti. Perché sempre sono stati emarginati.
Perché gli indigeni da sempre sono stati criminalizzati. E addirittura negli ultimi anni hanno detto che le nostre idee non sono solo arretrate ma sono bugiarde. Io penso che la cosa più importante nella storia dei popoli è che le popolazioni indigene non sono state completamente annichilite e in qualche modo abbiamo passato il millennio. Perché siamo riusciti a passare il millennio in mezzo a tanto dolore? Perché i nostri popoli hanno un sistema proprio, un modello proprio. E questo sistema è molto forte, come la pietra. È un sistema che non rivendica l’odio, è un sistema che non è fascista, è un sistema che rivendica l’equilibrio. Dovreste capire cosa potrebbe succedere se le popolazioni indigene proclamassero l’odio. Noi non solo siamo sempre nel dialogo ma predichiamo la solidarietà. Così incominciamo subito a intenderci. Io credo che il futuro dei nostri popoli è quello di affrontare la sfida contro la distruzione che sta prosperando in questo momento.
Vorrei dire di alcune idee che mi stanno a cuore. In primo luogo non siamo i più poveri o gli unici poveri della terra. Ci sono molti più bambini nelle strade, ci sono molte madri adolescenti senza lavoro che vivono nelle strade, c’è ancora più gente che soffre il razzismo e in molti parti del mondo la pace è sinonimo di guerra. E pertanto siamo ormai molti, siamo troppi. La lotta per la pace non può essere solo dei popoli indigeni. Se c’è globalizzazione economica perché non c’è globalizzazione nella difesa dei diritti umani? Il genocidio che si è commesso in Guatemala è una vergogna dell’umanità. E se l’umanità dimentica questo genocidio (sto pensando)… sono sicura che ritorneranno a fare gli stessi genocidi nel prossimo futuro. Quindi il genocidio del Guatelama non è già più solido di altri ma è già un genocidio che fa parte della storia dell’umanità. Io vi invito a non dimenticare il genocidio del popolo Maya.
Dobbiamo creare le condizioni perché non si facciano genocidi in Guatemala e in altre parti del mondo. Cosicché essere contro l’impunità è riconoscere il genocidio che attualmente si sta commettendo in altre parti del mondo. E tutti ne siamo responsabili. Alcuni responsabili sono gli assassini, certo, però abbiamo anche dei compiti. Il nostro silenzio può contribuire al genocidio. Non si può avere il perdono se non riconosciamo il nostro peccato. E riconoscere il nostro peccato significa risarcire il danno causato.
Per me è un grande orgoglio dire che sono parte dei sopravvissuti del genocidio del Guatemala. Con la mia famiglia abbiamo preso atto che c’è una parte morta, una parte della famiglia che non c’è più e c’è una parte viva. Vogliamo dare dignità alla parte che è stata vittima, cioè ai nostri familiari morti. E vogliamo anche dare dignità alla nostra sopravvivenza di vivi. Così che abbiamo iniziato da alcuni mesi a cercare i resti mortali di mio fratello Patrocinio, a cercare i resti mortali di mio fratello Victor, a cercare i resti mortali di mia madre. E ci siamo imbattuti in una sorpresa. Io pensavo che mio padre stesse in una tomba, perché lui morì bruciato vivo insieme a trenta persone nell’ambasciata di Spagna. Risulta che mio padre l’hanno tirato fuori dalla tomba e così stiamo cercando di trovare i resti di mio padre. E quindi dobbiamo confrontare il suo Dna con tutte le esumazioni che sono state fatte in questi tempi in Guatemala e lo stesso faremo per tutte le esumazioni del futuro. Se ci vorranno venti anni per incontrare i loro resti mortali, lotteremo questi venti anni. Speriamo di incontrare i loro resti. Il giorno che troveremo i resti di mio padre gli daremo una sepoltura degna. E risponderemo a tutti i revisionisti storici del mondo.
Perché siamo disposti a dimostrare con quale prodotto chimico hanno bruciato mio padre. La corrente revisionista, di destra, degli Stati Uniti… un certo antropologo… dice che io sono bugiarda perché dico che papà è stato bruciato col fosforo bianco… e lui sostiene invece che non è stato col fosforo bianco ma con il kerosene. Grande differenza. Ma questo antropologo non ha mai detto che mio padre è stato portato via da questa tomba. Come ha saputo lui che mio padre è stato bruciato con kerosene o non col fosforo bianco? Chi gli ha dato queste notizie? Magari lui sa dove sta la fossa comune di mio padre. Lui dice che mio fratello Patrocinio non è stato bruciato vivo. Io l’ho visto con i miei occhi. E magari è stato ammazzato in un altro posto. E se mi avessero detto che mio fratello fosse andato negli Stai Uniti in modo illegale, e in questo momento sta guadagnando i dollari, io sarei molto contenta. E io riconoscerei che sono una bugiarda.
Questo che sto dicendo per noi è molto duro. Perché quello che abbiamo capito è che loro vorrebbero tornare a torturare la memoria dei torturati. Se sono disposti a torturare la memoria dei torturati, non hanno avuto sicuramente nessuna pena a profanare i nostri morti. Per noi i morti sono sacri. Loro possono discutere con me, nel modo in cui io penso, perché sono viva. Però profanare i morti non lo possiamo accettare. Noi non siamo gli unici ad aver vissuto questo. Lo hanno vissuto gli ebrei. Gli ebrei, anche in Italia e molto vicino a voi, hanno vissuto questa vicenda. Hanno tentato di affermare che i campi di sterminio non stavano in certi posti ma in altri posti. Sono 200.000 morti e desaparecidos che noi dobbiamo difendere… difendere le loro tombe perché non siano portati via. Difenderemo la memoria dei nostri morti. Noi lo faremo. E per questo io ho presentato una denuncia in Spagna, perché ho bisogno di un tribunale idoneo per difendere la mia verità. Lì abbiamo medici forensi, antropologi forensi… vogliamo usare la scienza al servizio dell’umanità ma dobbiamo mettere una quota su quello che è il genocidio, dobbiamo conoscere cosa sono le atrocità per capire cos’è il reato di lesa umanità.
Per questo dicevo che la mia famiglia è un caso paradigmatico. Per noi è stato incredibile sapere che eravamo
importanti perché eravamo simbolo di terrore. Siamo famosi noi, famiglia Menchú, per i grandi orrori con cui hanno ammazzato i nostri amati. Ma siamo anche famosi perché coloro che hanno commesso questi eccidi criminalizzano le vittime. E invece di perseguire i genocidi perseguono le vittime.
Non permettiamo che in Guatemala, in America o nel mondo siano perseguitate le vittime. Devono essere perseguitati i genocidi.

Pino Bertelli, Quarrata, Estate duemila

Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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Diane Arbus. L’Angelo nero della fotografia in anarchia

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LIU XIA: Sulla fotografia dei diritti umani

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