Naviga per Categoria

Sul cinema in anarchia di Fernando Birri e cronaca di un film mai fatto

Inserito da serrilux

Sul cinema in anarchia di Fernando Birri e cronaca di un film mai fatto

A Fernando, esiliato in Italia perché un po’ anarchico…

“La fabbrica dei sogni produce speranza infantile e instilla la coscienza della guerra.
Sottovaluta la solidarietà umana ed esalta esageratamente la morale costituita.
Il cinema perde la propria funzione culturale e assume un ruolo diseducativo.
Il pubblico ormai ha eletto i suoi Eroi e non offre spazio alla nascita di altri…
Non ci sono principi della legge che giustifichino l’oppressione dell’umanità…
Ma ora non affronteremo più le loro armi con le lance e la magia.
Contro l’odio l’odio, contro il fuoco il fuoco”.
Glauber Rocha

I. Il cinema in anarchia di Fernando Birri

Lega il tuo cinema a una stella, quella del grande utopista del cinema Latinoamericano, Fernando Birri, si potrebbe dire… il regista argentino che abbiamo conosciuto alla fine degli anni ’80 al Festival del cinema Latinoamericano di Trieste… mi ricordo sì, mi ricordo di Fernando Birri… era attorniato da molti giovani e parlava della scuola di cinema che aveva fondato a Santa Fe, che era la prima scuola di cinema di tutta l’America Latina (1957)… gli dissi che stavo lavorando a un saggio su Glauber Rocha e il cinema di guerriglia in America Latina per la rivista di critica radicale Tracce… sorrise un po’, più volte… e tra un bicchiere di rosso e l’altro si fece l’intervista (filmata), ma si finì per parlare solo di anarchia… per Birri cinema e vita quotidiana erano la medesima cosa e non ci poteva essere cinema libero se anche la vita dei popoli oppressi non era libera… come Rocha, Birri considerava Hollywood una fabbrica delle illusioni che produce ingenuità calcolate e porta alla dittatura dell’immaginario.
A gatto selvaggio. Fernando Birri nasce a Santa Fe (Argentina) il 13 marzo del 1925, muore a Roma il 27 dicembre 2017. Cineasta teorico, attore, poeta, scrittore… Birri lascia l’Argentina nel 1950 e fino al 1953 studia a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Il suo primo documentario lo gira in Sicilia, Selinunte (1951). Il regista argentino è assistente di Carlo Lizzani (Ai margini della metropoli, 1953), Vittorio De Sica (Il tetto,1954), Francesco Maselli (Gli sbandati, 1955)… nel 1956 ritorna a Santa Fe e dà vita all’ Istituto di Cinema nella Universidad Nacional del Litoral. A Cuba fonda la Escuela International de Cine y Tv di San Antonio de los Baños. Tra il 1956 e il 1958 Birri lavora al documentario Tire dié ed elabora il manifesto — Per un cinema nazionale, realista, critico e popolare — (1961), un vero e proprio atto di accusa contro il cinema-merce e nascita del Nuovo cine latinoamericano. Il cinema che morde il cinema, non tanto per mangiarlo, ma per nutrirsi della ribellione che si trascina dietro… innalzare la vita fino alla scoperta del cielo stellato, dopo la tempesta.
L’anarchia di Birri è sparsa nei suoi film: La verdadera historia de la primera fundación de Buenos Aires (1959), Los inundados (1961, che vince il Premio Opera Prima alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia), La pampa gringa (1963), Castagnino, diario romano (1967), Org (1968-1979). Nel 1982 l’esiliato anarchico fonda all’Universidad de Los Andes di Merida (Venezuela), il Laboratorio ambulante de poèticas cinematograficas Cátedra Glauber Rocha, per spostarlo poi a Roma, Bilbao, Città del Messico, Managua, Bogotá, Medellin, Luanda, Maputo, Stoccolma, Goteberg, Buenos Aires. Poi gira Rafael Alberti, un retrato del poeta (1983), Mi hijo el Che (1985), Entreacto habanero (1985). Nel 1986 Birri fonda con Gabriel García Márquez, Julio García Espinosa e Tomàs Gutiérrez Alea – compagni di studio ai tempi del Centro Sperimentale – la Escuela Internacional de Cine y TV de Tres Mundos (EICTV), a Cuba. Ancora film radicali come Remitente Nicaragua (1988), Un señor muy viejo con unas alas enormes  (1988), ispirato al racconto omonimo di Gabriel Garcia Márquez, che firma la sceneggiatura con Birri. Sur, Sur, Sur (1994), Che: ¿Muerte de la Utopía? (1997), El siglo del Viento (1999), tratto dal libro omonimo di Eduardo Galeano, nel quale sintetizza i generi documentario storico e fiction e disinveste il cinema della sua alfabetizzazione mercatale. Gli ultimi lavori: El fausto Criollo (2011), Decile a mamá que estamos todos bien (serie tv, 1 episodio, 2017). Sotto ogni taglio e qualsiasi cosa Birri abbia interpretato, diretto o solo sognato… resta a memoria di tutti i libertari che non hanno aderito al grande sonno del cinema, ma imboccato vie personali, rifiutato l’ossessione del successo, evitato la gloria dello smarrimento e affrontato l’avventura del dissidio… fatto incursioni devastatrici nelle tenebre nella civiltà dello spettacolo… ridicolizzato la tirannia e la nullità della convenienza… e, più di ogni cosa, hanno cercato di distruggere alla radice il sudario della macchina/cinema.

II. Cronaca di un film mai fatto. Mal d’America

Nel 1965 Birri si incontra con Vasco Pratolini (che aveva scritto per il cinema, Le ragazze di Piazza di Spagna, Paisà, Rocco e i suoi fratelli, Cronaca familiare o i romanzi sociali, Cronache di poveri amanti, Metello…) e lavorano per mesi a una sceneggiatura sull’insurrezione anarchica nel Matese del 1877… tratta la conquista e la distribuzione delle terre ai contadini in Lucania e, dopo la sconfitta degli insorti, la fuga di una famiglia anarchica in Argentina, gli Scota che, dopo la fallita insurrezione, sono costretti a lasciare San Lupo (nel Matese) ed emigrano in Argentina. Qui conoscono altre comunità di emigranti… scoprono accoglienza e sfruttamento, lavoro e ribellione… alcuni raggiungono agiatezze economiche, altri duri fallimenti… le generazioni si succedono e la politica in Argentina diventa più violenta, repressiva, discriminatoria… l’ultimo degli Scota si chiama Matese… invece d’imbarcarsi per andare a Napoli a studiare legge, s’affranca agli operai in uno sciopero generale… negli scontri muore un’operaio… Matese impugna il fucile e dietro le barricate inizia il suo destino di ribelle.
Il produttore del film doveva essere Marcello Mastroianni, ma il colpo di Stato militare del giugno 1966 (del generale Onganía) bloccò tutto e la sceneggiatura sparì in un cassetto. Ritrovata da Goffredo De Pasquale, è stata di recente pubblicata, s’intitola, Mal d’America1. Il film di carta si apre con l’organizzazione della rivolta, ci sono anche Errico Malatesta e Carlo Cafiero… i contadini sono allertati, il parroco è con loro, il primo obiettivo è il Municipio: bisogna dare alle fiamme l’ufficio registri per cancellare gli atti di proprietà dei fondi e liberalizzare le terre. L’assunto di Mal d’America è nelle parole di Cafiero: “E il popolo non sarà libero quando sarà educato, ma sarà educato quando sarà libero”. La struttura visionaria del film di Birri e il realismo magico di Pratolini intarsiano la storia degli Scota con inserti di telegiornali e come si è portati a credere, il risultato finale doveva raggiungere quell’epicità o quello stile che confluisce il vissuto con l’azione… l’anarchia di Mal d’America è un modo di tagliare la fraseologia del cinema mercatale, eliminare l’ossessione del consenso, esprimere la libertà degli uomini ad ogni costo, perfino quello di morire su una barricata in nome di un mondo più giusto e più umano.
La storia inciampa nel vento delle giovani generazioni che combattono il diritto della forza (politica, mafiosa, religiosa, finanziaria…) con la forza del diritto e l’autobiografia della bellezza che si portano dentro… la politica della bellezza appartiene alla geografia della rivelazione… nella bellezza c’è anche la giustizia, sostenevano gli antichi greci, e per difendere la bellezza presero le armi (Albert Camus, diceva)… quando i popoli si accorgeranno della fame di bellezza che c’è nei loro cuori ci sarà la rivoluzione sociale nelle strade della terra.
Nell’epoca della merce come simbolo e aureola di una civiltà fondata sulle disuguaglianze e corroborata da guerre e capitalismi finanziari che invitano a non deporre le armi… anche il cinema è un monologo irrisorio a favore dell’ingiustizia e della stupidità… perfino l’ultimo dei rimbambiti della politica o delle chiese monoteiste sa che l’educazione dell’immaginario è solo il primo passo verso la domesticazione sociale… i cineasti sono idolatri del gioco, del falso, del mercantile come alfabetizzazione della soggettività e nessuno più s’accorge che il ribrezzo del paradiso è quello del mercato (o viceversa)… non si può curare il destino se non si morde il tiranno alla gola… la libertà esiste e si afferma soltanto grazie ad atti d’insubordinazione… a che scopo intrattenersi nei salotti dell’arte, se non per bruciarli nella notte e restituire la bellezza ai cavalieri che fecero l’impresa… è solo a prezzo di grandi sconvolgimenti che un popolo conosce la giustizia e il bene comune. La liquidazione degli idioti porta con sé quella delle morali, delle ideologie, delle fedi… è nei momenti di tali raffinatezze che i popoli insorti cantano l’inno alla gioia.
Ad entrare nella cartografia utopica di Birri, si può comprendere la statura poetica, la profondità architetturale e l’anarchia del suo fare-cinema… Tire dié, Los inundados, Org o El siglo del Viento, ad esempio… figurano un vero e proprio attacco alla cultura e alla politica della società moderna/spettacolare, esprimono un discorso sulla disuguaglianza e le sue origini, che consiste nei differenti privilegi di cui alcuni godono ai danni degli altri (Jean-Jaques Russeau, diceva). Birri costruisce immagini forti, a volte dirette, altre metaforiche… montaggi sapienti, attorialità inconsueta, musiche che vanno a sostenere azioni o vicende che rimandano a esistenze da conquistare o modelli da abbattere. Un cinema che offende la volgarità dei millantatori d’immagini, delle frivolezze colorate, dei copioni corrosi dall’inseguimento del successo o del botteghino… il cinema di Birri è poesia, documento, romanzo, saggio, dramma… qualcosa che ha a che vedere con la filosofia libertaria di quanti hanno impugnato il cinema come un’arma e cercato di rovesciare gli oracoli del mercato e le cancrene dell’intelligenza che lo sostengono… un cinema del dissidio che non teme né premi né riconoscimenti… un cinema che mira a un’idea del mondo e si accanisce contro un’epoca spettacolare che non merita essere difesa, ma aiutata a crollare.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 26 volte marzo 2018

1 Fernando Birri, Vasco Patrolini, Mal d’America, ADD, 2010

Danilo De Marco. Sulla fotografia di resistenza e insubordinazione

Danilo De Marco Danilo De Marco Danilo De Marco Danilo De Marco

Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

Pedro Luis Raota Pedro Luis Raota Pedro Luis Raota Pedro Luis Raota

James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

James Natchwey James Natchwey James Natchwey James Natchwey