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ORGASMO (1969), di Umberto Lenzi

Inserito da serrilux

ORGASMO (1969), di Umberto Lenzi

“Vivere la sensualità in base al principio del piacere
e non più agli imperativi della realtà…
Il libertinaggio faceva incursione nel quotidiano, aprendo delle brecce
nell’ordine sociale in nome della volontà di godimento”.
Michel Onfray

I. CARROL BAKER O IL CORPO IN AMORE

Nella storiografia del del B-movie italiano, Umberto Lenzi ha un posto a sé… il toscanaccio anarchico è un autore “maledetto” mai studiato a fondo e il suo fare-cinema resta un rizoma di opere discontinue che sotto un certo taglio estetico/etico hanno graffiato non poco la “fabbrica delle illusioni”. La trilogia sul “crepuscolo della borghesia”, Orgasmo (1969), Così dolce… così perversa (1969) e Paranoia (1970), interpretati da Carroll Baker, non sono solo ”thriller dei quartieri alti” (Umberto Lenzi), figurano (nemmeno troppo sottotraccia) anche uno dei più potenti attacchi portati dal cinema contro la condizione “privata” della borghesia italiana nel dopoguerra. All’uscita del film (1969), sulla locandina la produzione (Titanus) scrive: “…un thrilling erotico dove lo scatenamento dei sensi è al servizio di una vicenda lucida ed emozionante per la sua suspense…”. Orgasmo forse è anche altro di un trilling così pubblicizzato… lo vediamo come una cartografia o visione della vita che diffida della coscienza umana, un teatro dell’assurdo dove ciascuno recita le proprie menzogne.

La musa impudente di Lenzi è Carroll Baker, la stupefacente ragazzina di Baby Doll (La bambola viva o Bambola di carne, 1956) di Elia Kazan (la sceneggiatura magistrale è di Tennessee Williams e la fotografia straordinaria di Boris Kaufman). Qui la Baker lascia sulla “sindone puttana” del cinema uno dei ritratti psicoanalitici, erotici, drammatici mai apparsi nella “Lanterna magica”… di più, la ragazzina sfacciata (che dorme in una culla con il dito in bocca) andata in sposa a un uomo più anziano, ha la capacità di illuminare la coscienza incompresa, spostata o celata degli spettatori e produce non solo sconcerto, ma anche scandalo contro ogni forma di bigotteria… e non è poco per una “commedia nera”. La faccia da bambina maliziosa della Baker trasforma la vita falsa in vita autentica e fa della verità non prostituita a conformismi di sorta, l’adesione a qualcosa di più grande, un canto all’amore senza avidità, né possesso, ma liberazione di sé, del proprio dolore o amore, di fronte alla malvagità del mondo.

Nei film di Lenzi la Baker è donna, tuttavia conserva quella dolcezza “perversa”, quella capacità carnale, quel sentimento liberatorio del corpo nudo talmente radicato fuori dal costume del suo tempo che diventa verità. Gli sguardi, gli atteggiamenti, le posture sensuali della Baker matura (specie nei lavori con Lenzi) aderiscono al presente in frantumi della società “nobiliare”, supera categorie improprie dell’erotismo becero, fuorviante, e la sua autenticità deviante designa il rapporto tra il linguaggio del cinema e la realtà.

Lenzi è un libertario/libertino di solide letture/radici ereticali e affabula addosso alla Baker un materialismo edonista che non conosce confini… in ogni film riesce a consacrarla tra il principio del piacere e il principio di realtà e il suo corpo messo a nudo sovente non rappresenta il male né il peccato, ma la visione dionisiaca del suo pensiero come arte di gioire del godimento dove tutto il resto (non solo del cinema) è trucco.

Nel cinema insolente di Lenzi la Baker è la fata discinta che permette di fissare l’intuizione blasfema anche, per non dimenticarla… è l’interpretazione di un corpo del desiderio che afferma la pura libertà dei sentimenti struccati, è l’affermazione selvatica della sessualità liberata, anche disperata, che smaschera valori, doveri, possessioni e il corpo in amore corrisponde, contiene, rivela il linguaggio nascosto della libertà.

“L’umanità si eleverà da sola a quei miglioramenti materiali, di cui il suo corpo è capace” (Charles Fourier, diceva)… e il corpo in amore (di qualunque genere si tratti) è il primo gesto di disobbedienza contro l’immaginario istituito. Chi è stato toccato dalla grazia dell’amore insorto odora di buono e chiunque disprezza l’eresia del corpo in amore, si rende simile a un cadavere. L’uomo libero da ogni dogma, simulacro o soggezione è il creatore dei propri valori.

II. ORGASMO

Il film di Umberto Lenzi, Orgasmo (nella versione americana, Paranoia, dove, sembra, Carroll Baker appare completamente nuda o impropria in alcune scene… tuttavia questi tagli censori, se ci sono mai stati, non intaccano nulla o poco, della narrazione filmica che abbiamo visto nella copia italiana), si colloca tra il Noir americano e le atmosfere più intime, familiari, quotidiane del giallo psicologico francese… sfumature di un sottogenere cinematografico che si distinguono non solo per l’uso della fotografia e dell’ambientazione (“espressionista”, quello americano), quanto per la trattazione attoriale più “realista” (quello francese) e per entrambi vale l’inclinazione a una sottesa critica sociale.

Di Orgasmo. Una giovane e ricca vedova, Catherine Wes (Carroll Baker) arriva a Roma… lascia al suo avvocato, Bryan (o Brion) Sanders (Tino Carrano) la cura dei suoi interessi… abita in una grande villa lontana dalla città e un giorno arriva un giovane, Peter Donovan (Lou Castel), al quale si è rotta la macchina e le chiede aiuto. Catherine lo ospita per la notte. Nasce una relazione amorosa tra i due e Peter si installa nella casa. Qualche giorno dopo una ragazza, Eva (Colette Descombes), si presenta alla villa e dice di essere la sorellastra di Peter. Anche lei resta ospite della signora. Di lì a poco s’instaura un rapporto amoroso a tre… Peter ed Eva diventano i padroni della situazione e vessano Catherine, fino a pensare di ucciderla (simulando un suicidio). Catherine in un momento di follia si getta o cade dal tetto della casa sulla terrazza… Bryan, mandante e complice dei ragazzi, la solleva e la butta nel giardino. I tre sono vogliono accaparrarsi il patrimonio della vedova. Alla lettura del testamento di Catherine risultano i destinatari di tutto ciò che ha. La gioia è di breve durata. Peter ed Eva muoiono durante una corsa in macchina… Bryan è convocato da un commissario di Scotland Yard, gli comunica che Catherine è accusata di avere ucciso il marito e quindi l’intero patrimonio passa ai parenti della vittima… la polizia apre un’inchiesta sulla morte oscura della vedova. Lenzi sembra dire: il crimine non paga mai e ciascuno è responsabile delle proprie colpe o delle proprie avidità.

Il thriller di Lenzi è un film che possiamo definire da “camera”… pochi personaggi, una villa, dialoghi serrati… anche se il regista toscano considera Orgasmo il suo film migliore, e certo non lo è, sono molte le scene riuscite (quelle di Castel con la Beker, specialmente) e la presenza di Carraro e della giovane Descombes infiorano la storia con una finezza attoriale non comune. Carroll Baker è sensuale, autentica, di una nudità impudica (fatta di sguardi e atteggiamenti incendiari) destinata a non farsi dimenticare. Castel, qui e in qualsiasi film è apparso, resta un attore di mutevole bellezza interpretativa che si appropria della scena e brucia lo schermo di verità che intaccano il comune senso del vedere.

La camera da presa di Lenzi è, come sua abitudine, forte, secca, anche indiscreta… si sofferma sui volti, sui corpi, su amori (ignudi) estremi senza mai compiacere gli spettatori, tiene il film sulla corda della violenza simbolica e lascia all’abilità degli interpreti larghe possibilità espressive. Un’annotazione: le sequenze del plagio, alcol, droga di Catherine, Peter ed Eva, come l’allontanamento della serva e il guardiano della villa, sono trattate un po’ frettolosamente, smussate nelle entrate o nelle uscite ci campo degli attori e sembrano filmate con una minore attenzione formale.

Il soggetto (Lenzi) e la sceneggiatura (Lenzi, Ugo Moretti, Marie Claire Solleville) è esile, perfino troppo semplice, ricorda certe novelle alla Colette (che non è proprio una schifezza), ma i raccordi sono troppo rapidi, semplificati, tesi più a chiudere la storia che ha svilupparla. La fotografia (Guglielo Mancori) è abbastanza “tirata via”, specie in esterni, in interni i crolli cromatici sono più evidenti. Il montaggio (Eugenio Alabiso) e la musica (Piero Umiliani) sostengono l’intero film e bene si accordano con le geniali “trovate” strutturali/ filmiche del regista.

In Orgasmo, come in molto cinema di Lenzi, l’insurrezione del corpo femminile (qui stupendamente incarnato dalla Baker, ma anche l’acerbità vezzosa della Descombes non scherza in fatto di provocazione) non ha nulla di ascetico, nemmeno di orgiastico o licenzioso scippati alla letteratura… è l’affermazione della pelle del reale che si trasfigura in godimento… in materia di voluttà i piaceri hanno diritto di cittadinanza ovunque un censore si elevi a giudice… la follia, l’ebbrezza, la sregolatezza sono dispositivi con i quali Lenzi combatte la felice ignoranza della macchina/cinema e accorda una contromorale libertaria alla rottura di divieti secolari, dove gli angeli sono stupidi e gli uomini rivestono gli dèi con le banalità ordinarie che gli appartengono. Orgasmo rompe la paura dei sensi legiferati e insegna disimparare che la paura è qualcosa che sta al fondo degli istinti sessuali e regola le sorgenti del male a vivere… avverte (in qualche modo) che la paura della propria libertà viene prima della forca. Ciò che per alcuni è liberazione della sessualità, per altri è repressione e omicidio.

L’artista è colui che fa della propria vita un’opera d’arte, anche misconosciuta, e cosparge intorno a sé quella saggezza delle passioni licenziose disperse nel ventre dei filosofi dell’eresia… è la dissolutezza che libera i piaceri e attraverso la trasvalutazione di tutti i valori permette di ritrovare la strada che porta alla liberazione sessuale, ideologia o dottrinaria. Per l’amore, come per la libertà, non ci sono catene.

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 17 volte maggio 2012.

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