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Indizi di felicità (2917) di Walter Veltroni

Inserito da serrilux

Indizi di felicità (2917) di Walter Veltroni

“I partiti sono organismi costituiti in maniera tale
da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia”.
Simone Weil

 

La sventura di essere compreso è il guaio peggiore che possa capitare a un artista… “destra”, “sinistra” o “arte” sono semplici approssimativi di cui fortunatamente possiamo farne a meno… darei tutti gli arcobaleni del mondo per la felicità che provavo nella mia infanzia… quando a piedi nudi nel sole e la pioggia sulla faccia ascoltavo i racconti dei partigiani nelle osterie di porto… dicevano che la felicità va conquistata con ogni mezzo ed è alla base di tutte le democrazie partecipative (o consiliari), i commissari del popolo e i preti sostenevano che soltanto nell’obbedienza e nella fede gli uomini possono accedere al regno della felicità (?)… ma che cazzata è questa? Perfino gli “illetterati” degli Apache o gli schiavi di Spartaco sapevano che la felicità sta nella bellezza e che nella bellezza c’è anche la giustizia! Gli antichi greci per difendere la bellezza presero le armi (Albert Camus)… e quel demone cinico di Fëdor Dostoevskij si affannava a dire che solo la “bellezza salverà il mondo”… non la politica, non le dottrine monoteistiche, non il capitalismo parassitario… questa gente da cloaca al massimo può suscitare guerre, terrorismi, mafie… nelle sfumature del peggio, la stupidità dei palafrenieri si adatta a meraviglia all’Apocalisse, la riveste di una pacata tolleranza soltanto! A giudicarla dai tiranni che ha prodotto, la scuola della politica, della chiesa o della finanza, sarà stata tutto, tranne che intelligente! Il potere che ne consegue non è cosa facile però!… vi si segnalano soltanto buffoni, commedianti o assassini in formato grande!… e i popoli restano a guardare la loro faccia sfigurata sui marciapiedi della storia. Un mondo senza padroni tuttavia, sarebbe noioso quanto un parlamento senza iene! Si riconosce un uomo libero dal modi in cui ride, perché sa che l’arte e la rivolta non moriranno che con l’ultimo uomo (Dostoevskij, forse). Non è la lotta che obbliga a fare dell’arte, è l’arte che indica a lottare per la conquista di un mondo più giusto e più umano.

Il piccolo Walter Veltroni sembra essere stato fulminato sulla via del cinema quando mangiava pane (si fa per dire) e comunismo… la lebbra del comunismo gli è rimasta addosso mascherata da sentimentalismi e buone intenzioni da sacra famiglia… tutta la sua filmografia da operetta lo dice… Quando c’era Berlinguer (2014), I bambini sanno (2015), Milano 2015 (2015), Gli occhi cambiano (2016-2017), Indizi di felicità (2017)… non sono che esercizi di ammirazione di se stesso… la meravigliosa impertinenza, la mancanza di equità, di misura e, talvolta, di decenza, gli sono sconosciuti… il suo infinito è quello dei salotti romani… la qualità della sua prosa (non solo filmica) concilia l’onnipotenza divina con la confessione dell’umano addomesticato… il suo fare-cinema è convulso e soddisfatto fino al delirio della propria crocifissione, in attesa di un monumento alla caduta o alla posterità di un rivoluzionario senza rivoluzione.

Le vie della stupidità sono varie, quelle dei politici che vogliono fare arte poi, esprimono un universo di rassegnazione o di cupidigia e il loro “valore” si emancipa solo sul sagrato del consenso… nella maggior parte dei casi si dedicano a dio, famiglia, lavoro (non sanno nemmeno accendere il fornello del gas) e in uno stato di confusione mentale o di segregazione della felicità sociale, imperversano nei cimiteri della cultura officiata e nella seduzione di promesse ideologiche dove la salvezza dell’uomo è dispensata ai moribondi della genuflessione e ancor più alla rianimazione dei cadaveri dell’ideologia… che bello! Gli apologeti della guerra o gli adulatori del fanatismo sostengono le medesime cose! Sotto le formule delle preghiere o dei trattati politici si giustificano neocolonialismi e genocidi! E tutto per poter acquistare una casetta a Manhattan, una bella automobile, uno smartphone o la maglietta di un celebre calciatore ai bambini… sballottati tra l’attesa e la paura, gli uomini di buona volontà si riconciliano con le bombe delle democrazie consumeriste e alzano gli altari dei mercati globali ai novelli boia… non si deplorerà mai abbastanza la scomparsa di uomini in rivolta che hanno danzato sulla testa dei re o fatto la poesia col fucile sulle barricate della Rivoluzione sociale di Spagna del ’36 (come Benjamin Péret )… o, ancora, di quelle giovani generazioni che innestarono la rivoluzione della gioia del ’68, non per conquistare il potere, ma per meglio distruggerlo!

Formidabili quegli anni! Dai quali nessuno è più potuto tornare indietro.

L’ex-rampollo del comunismo al caviale, Walter Veltroni, impera in libri, film, discorsi con l’ossessione del santo… cerca di prefigurare l’ebbrezza della propria catechesi e tra il ghigno e la disperazione si abbevera alle fonti dell’ottimismo che – come ci dicono i filosofi libertini e libertari – è il marchio dell’imbecillità! I suoi pretenziosi filmetti contengono quell’idolatria del nulla che nemmeno nella dolce mediocrità dei vangeli c’è traccia! In Indizi di felicità poi capita di vedere o assistere a un formulario sulla felicità approssimativo, per non dire stupido!

Non siamo dalle parti dei film-inchiesta di Michael Moore né tantomeno si sfiora la genialità architetturale di Werner Herzog… il docu-film di Veltroni è una sorta di zabaione della lacrima… una ventina di intervistati seduti di fronte al regista che rispondono a domande sulla felicità… c’è l’ebreo scampato alle camere a gas, l’anziana staffetta partigiana, la superstite dell’attentato al World Trade Center di New York dell’11 settembre 2001, la coppia di hippie che hanno avuto un figlio disabile… gli intervistati sono ripresi in primo piano o mezza figura… le bocche tremano, scendono le lacrime, si soffiano il naso (qualcuno inventa un sorriso di circostanza)… operai, surfisti, vecchie maestranze del cinema italiano chiaccherano allegramente in un giardinetto di Cinecittà (il richiamo a Pier Pasolini Pasolini e Federico Fellini è d’obbligo… Veltroni suggerisce loro cose che dovrebbero dire, anche… l’esibizione del semitragico è totale… l’opportunismo e l’incompetenza s’incontrano… il cinema da bottegai sale al suo meglio e si esaurisce nell’istrionismo di un coglione camuffato da erudito.

La filosofia della restaurazione impera nel film… frati, monaci, rabbini, pianiste, ciclisti, giocatori di calcio, anziani dalla voce tramante intrecciata alle catastrofi del nostro tempo certificano la santificazione del luogo comune… il crollo delle torri gemelle, i flussi dei migranti, guerre civili, bambini che piangono, gli attentati terroristici dell’introduzione al film, sette minuti di facezie televisive accostate anche male (in sottofondo imperversa Per Elisa di Beethoven), intrecciano il sangue di Aleppo, Londra, Belgio, Cecenia, Parigi, Libia, Norvegia, Mediterraneo al terremoto di Amatrice… enfatizzano o inciampano nell’indelicatezza… e solo la benevolenza di critici come Natalia Aspesi (la Repubblica) possono vedere nel film quello che non c’è, e cioè che Veltroni va a scavare “nella vita degli altri lampi di pienezza, forse del pensiero, sicuramente del cuore e del corpo”. Una sciocchezza sull’arte di strisciare dei cortigiani in livrea ad uso del Pd… e il barone Paul H. D. d’Holbach (1723 – 1789) ci ricorda che “un buon cortigiano non deve mai avere un opinione personale, ma solamente quella del padrone o del ministro… Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizzato ad essere più brillante del suo padrone… deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto”. In ogni forma del comunicare, il dilettantismo è sempre mancanza di vitalità e di verità autentica.

Indizi d’amore è una dossologia di banalità e di vanità orchestrate contro la memoria e la conquista della felicità… poco importa conoscere la lettera sulla felicità di Epicuro per capire che la vita felice non merita né biasimo né lode… il piacere è principio e fine della vita felice: “Consideriamo inoltre una gran cosa l’indipendenza dai bisogni non perché sempre ci si debba accontentare del poco, ma per godere anche di questo poco se ci capita di non avere molto, convinti come siamo che l’abbondanza si gode con più dolcezza se meno da essa dipendiamo. In fondo ciò che veramente serve non è difficile a trovarsi, l’inutile è difficile” (Epicuro). Quando il piacere viola il mistero, l’ordine crolla.
Non c’è domanda di Veltroni che implichi la felicità come ricerca delle cose che fanno la felicità.
Il regista evoca, insiste, induce a dire che la mistica della felicità è tutto e l’esilio del corpo nulla… non è coscienza di una vita liberata da tutte le realtà disancorate dal reale… la felicità disseminata nel suo film è incappucciata di illusioni, violenze, accettazioni aggrappate a memorie, ricordi, anche sogni che sfociano nel proselitismo più becero… nel conformismo insegnato o acquisito… l’innocenza dei protagonisti equivale a una falsa bufera e loro stessi ne escono impoveriti fino all’astrazione! In certi sorrisi, affermazioni, certezze degli intervistati si avvertono concessioni al “personaggio” che fa finta di fare il regista e nessuno riesce a trasmettere il vuoto e l’oscurità dell’infelicità che hanno vissuto… proprio questa catenaria di volti e questo profluvio di parole portano allo scoraggiamento, allo spettacolo di una civiltà senza domani. Per non dimenticare: “Lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale fra persone, mediato dalle immagini… Nel mondo realmente rovesciato, il vero è un momento del falso” (Guy Debord). Indizi di felicità è appunto l’affermazione di ogni vita umana, cioè sociale, come pura apparenza e immerge nella passività emotiva l’eternità della propria sconfitta o della propria infausta gloria. Chi fa il cinema (mercantile) spesso non lo capisce e chi vi partecipa in un modo o nell’altro ne è vittima o complice… solamente il grado del nostro disinganno denuda l’obiettività dei nostri giudizi, il resto è merda per tutte le stagioni della macchina/cinema.

Di Indizi di felicità. Veltroni si occupa di scrivere (maldestramente) il soggetto, la sceneggiatura e cura la regia (senza mai sapere che il cinema l’arte del dissidio o non è nulla)… si accorpa anche il compito dell’intervistatore/demiurgo… con quella faccia bonaria da cane da cortile, filma l’inguaribile semplicità dei vinti… i suoi interventi oracolari lo pongono non tanto in contatto con gli intervistati, ma sono una vera e propria pedagogia della balordaggine, un supplemento di autorità o un’idea di provvidenza che nulla c’entra con il concetto di felicità… il “compagno smarrito” sembra non conoscere che alla radice della felicità c’è lo sgomento, il dolore, il dileguamento di ogni mito (lo stupore che niente è sacro e tutto si può violare)… la percezione sovversiva di ogni cementificazione politica o sacrale… il ritorno alla bellezza calpestata dall’avidità dei potenti… la felicità è una riflessione sulla vita quotidiana e la distrugge, mostrandola.

La semplicità delle inquadrature di Indizi di felicità è disarmante… robaccia da televisione mercatale… gli intervistati sono filmati su moduli standard, brutte luci, cattiva fotografia (Davide Manca). Il montaggio (Gabriele Gallo) è tipico della confezione seriale… l’incuriosità è profonda e non assale all’improvviso, si dispiega dopo le prime sequenze abborracciate alla meglio sulla cattività del mondo… la musica di Danilo Rea si spalma su 103 muniti di noia mortale… la disinvoltura dottrinale non lascia rimpianti… del resto l’inconsistenza fatturale è proporzionale alle conoscenze del mezzo… si fa un film come si tira uno schiaffo a un politico, così, per fargli comprendere che la felicità non sta nella predicazione di nessun dogma, ma nel respingere dappertutto l’infelicità.

L’invito a disertare la visione di Indizi di felicità e anche a strappare i manifesti sui muri o interrompere le proiezioni con qualsiasi mezzo utile… è qualcosa che serve alla difesa del bene comune… specie per chi vive in un periodo di grandi disordini politici e sociali… l’uomo migliore si occupa di politica perché lo ritiene giusto, anche sapendo che il proprio principio di felicità non può prevalere… è falso ogni discorso in favore del popolo, da parte di chi governa e da parte di chi li vota, finché anche solo una piccola parte del popolo è tenuta in povertà… la dignità è la madre di tutti gli uomini e il viatico che porta alla conoscenza del giusto, del buono e del bello! Stupidi e maledetti sono coloro che sostengono le guerre e dicono di fare il bene dell’umanità… quando nessuno sarà costretto a piegare la testa nei confronti dei ricchi e dei governanti, allora questa società potrà definirsi buona, diceva… se poi le ricchezze della terra saranno organizzate per la felicità dei popoli, allora tale società sarà davvero ottima. La felicità non si concede, ci si prende!

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 1 volta agosto, 2007.

Danilo De Marco. Sulla fotografia di resistenza e insubordinazione

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Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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