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Il sale della terra (2014), di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado

Inserito da serrilux

Il sale della terra (2014), di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado

“L’uomo libero è colui agli occhi del quale i filosofi sono superstiziosi, e i rivoluzionari, conservatori…
Vi è un diritto che prevale su tutti gli altri, è il diritto all’insurrezione”.
Emile Henry

I. Saggio sull’arte di strisciare ad uso dei cortigiani della macchina/cinema

Ouverture. L’arte di strisciare dei cortigiani nella macchina/cinema è connaturata con il successo ai botteghini, il tappeto rosso, i premi Oscar e la stupidità generalizzata degli spettatori… che mediamente hanno una capacità di apprendimento quanto quella di un bambino di dieci anni (Buster Keaton, Erich von Stroheim, Orson Welles, Pier Paolo Pasolini e anche mia nonna partigiana, a ragione, dicevamo) 1. Il cinematografo è la più grande buffonata mai stata inventata (dopo le religioni monoteiste) per educare le masse alla genuflessione… gli artisti che ci sguazzano dentro (insieme a critici, storici, insegnanti, imbecilli a tutto campo che parlano di cinema senza avere piena coscienza di ciò che hanno visto e, più ancora, di quello che hanno scritto sulla sacra sindone dello schermo), esprimono il fascino superficiale del ballo in maschera e perpetuano la farsa dello spirito mercantile dell’universo cinematografico.
I buoni cortigiani della macchina/cinema (specie hollywoodiana, che è solo l’impronta replicata della banalità del cinema-merce di tutto il mondo) sanno bene che “un buon cortigiano non deve mai avere un’opinione personale, ma solamente quella del padrone o del ministro… Un buon cortigiano non deve mai avere ragione, non è in nessun caso autorizato ad essere più brillante del suo padrone… Deve tenere ben presente che il Sovrano e più in generale l’uomo che sta al comando non ha mai torto” (Paul Heinrich Dietrich, barone d’Holbach (1723-1789)2. La bellezza, la verità, la giustizia e l’insulto anarchico contro i macellai delle passioni struccate è incompatibile con la meschinità della macchina/cinema. Chi conosce la forca non sempre sa fare il cinema, e chi fa il cinema non conosce la forca, anche se spesso la meriterebbe!.
Il cinema di poesia, dell’autentico, di resistenza o d’insubordinazione esiste a margine della macchina/cinema ed esprime la necessità di rovesciare le istituzioni esistenti per fondare una nuova società di uomini liberi e promuovere la pubblica felicità. Gli esempi li fanno i plotoni di esecuzione, i boia della chiesa e gli sbirri dello stato… i grandi film, come i grandi libri, secondo l’espressione di Nietzsche, sono dinamite3 con la quale si può minare alla radice un’epoca per renderla umana, più umana. Ogni illusione è santa, poiché ogni massacro dell’intelligenza è vero! L’esortazione dei governanti, dei preti, dei militari, degli artisti alla compiacenza significa sacralizzare il fetore dei salotti televisivi… coltivare le apparenze… universalizzare la stupidità a favore delle regole del gioco imposto… una mediocrità senza rimedio si affaccia al di là delle briciole di umanità sparse nei trattati internazionali di pace… ogni promessa elettorale delle democrazie consumeriste e le imposizioni autoritaria dei regimi comunisti a favore del “progresso”, implicano una sommatoria di rovine e il tramonto dell’umanità nel ridicolo.

Anche il cinema è da distruggere4, tuonava prima e dopo la rivoluzione dei sorrisi sfrontati del ’68, Guy Debord, il filosofo del rovesciamento di prospettiva di un mondo rovesciato… insieme alla bandiglia dei situazionisti che avevano fatto da detonatore alle occupazioni delle università, agli scioperi dei lavoratori, alle barricate nelle strade di Parigi… invitavano a passare dalla vita quotidiana all’arte (e viceversa), a rivoluzionare i desideri e i sogni, a realizzare la libertà iniettandola nel reale, a promuovere un urbanesimo ludico e attraverso la critica radicale del cinema, della televisione, della pubblicità, dei partiti, dei rivoluzionari di professione… si lasciavano andare alle più sprezzanti invettive contro i produttori dell’immaginario assoggettato. Il genio collerico della rivolta dei situazionisti si esprimeva al meglio con la grammatica del sampietrino e metteva fine alle costrizioni, al superamento delle sottomissioni, al godimento dei piaceri e sostituiva il rapporto padrone-servo, con la primavera più splendente (quella del ’68) mai apparsa sulla terra, dopo la Resistenza partigiana (non solo italiana) degli anni ’40. Nel ‘68 anche i vini e le marmellate venero più buoni.
La costruzione della situazioni nel cinema di Debord (Frank, Marker, Ivens o Grifi) scardinava la mistica di sinistra e dissotterrava il ferro dei partigiani per rientrare in servizio a fianco delle giovani generazioni in rivolta… non tanto per conquistare il potere, ma per meglio distruggerlo. Le cose poi andarono diversamente… i partiti si schierarono con i padroni, le chiese, i generali, i vigliacchi, i traditori, gli untori del liberismo crescente… sconfessarono la loro storia e alzarono i patiboli sui rivoluzionari senza causa (cioè senza comitati centrali e commissari del popolo) che avevano incrinato l’ordine costituito. Le riserve d’intelligenza eversiva non sono mai esaurite… l’idiozia che riposa nei partiti come in molti strati della società spettacolare è l’espressione sentimentale dell’incoscienza come caricatura del divenire… al culmine dell’intolleranza dei partiti, gli individui sono prodighi di genuflessioni, aderiscono alle mitologie dei mercati globali e rinunciano passivamente a risvegli e rinascimenti delle minoranze effervescenti che si liberano di tutte le cristologie del “buon governo” e con una buona dose di cinismo vibrano colpi mortali a quanti li tengono a catena. La conoscenza è l’arma con la quale gli uomini prendono coscienza della verità e mettono fine all’inganno universale.
La miseria, la fame, le guerre, l’impoverimento successivo dei popoli, “la precarietà complice dell’infeudamento dei soggetti alla produzione del libero mercato dureranno finché alla violenza di questi stati di fatto, di cui si conoscono le cause, non si opporrà nient’altro che una simpatia aristotelica, una commiserazione agostiniana, una compassione spinozista o un gondoliere kantiano. L’umanesimo presuppone il congedo della politica, la scomparsa della storia a vantaggio di una lettura del reale secondo le antiche categorie della necessità, del destino, della fatalità, dell’inevitabile tragedia, dell’imprescindibile durezza. Non ci si è dunque allontanati molto dal peccato originale da espiare. Così la malvagità si vede promossa a categoria cardinale della filosofia della storia” (Michel Onfray)5. Tutto vero. La politica del ribelle tracima in ogni aspetto della cultura, della politica della fede… e si prende la responsabilità di uscire dalla commedia o dalla farsa dei valori e morali dominanti, anche di rompere le quinte della rappresentazione, decretare la fine delle disuguaglianze e affrancarsi al diritto della vita sulle rovine della storia.
Sparate allo schermo, prima di strisciare in quella fabbrica di sogni che mortifica l’intelligenza dei poeti6. La magia del cinematografo è altra cosa. La menzogna hollywoodiana (e delle sue indegne emulazioni planetarie) è un simulacro spettacolare dove le puttane e le madonne, i mostri e gli eroi, la catastrofe e il lieto fine… sono parte del linguaggio sequestrato delle scimmie e i loro fantasmi si manifestano come semidei di celluloide in attesa di assurgere al più alto dei loro compiti, quello dell’istupidimento dell’immaginario collettivo. Le idee dominanti si celano (nemmeno troppo) nelle università, nelle fabbriche, nelle case, nelle strade, serpeggiano tra le genti e costruiscono bisogni e desideri… la domesticazione dell’immaginario si sostituisce al vero, al giusto, al bello, al bene comune e grazie al consenso generalizzato impone il proprio credo… il modo di apparire è anche il modo d’essere e l’ideologia imperante attiva i propri scannatoi contro quanti si oppongono all’assoggettamento dell’impero. L’ornamento più esclusivo e partecipato degli addomesticati è la stupidità.

I codici del cinema dominante sono gli stessi messi in opera nelle galere, nei manicomi o nei parlamenti, la promessa di felicità insomma che “gli ultimi saranno i primi”… e le umiliazioni saranno rimesse con i peccati, nei confessionali della storia. Sull’orlo della preghiera o nei calchi del consenso non si chiede nessuna libertà vera, ma soltanto l’illusione della libertà. Questo perché ogni libertà, come ogni religione, “è finita quando smette  di  generare  eresie” (E.M. Cioran). Le rivoluzioni non sono mai state attuali, pretendevano di rovesciare il potere con gli stessi mezzi. La rivoluzione, come la volgarità, è contagiosa, specie nei momenti in cui i rivoluzionari di professione hanno già venduto l’entusiasmo dei loro sostenitori al miglior offerente. La delicatezza non fa parte dei comitati centrali di qualsiasi ordine, solo in punto di morte i fanatici del potere si rendono conto della loro inutilità, ma i mostri che hanno partorito sono già ascesi alla gloria dei cleri e dalle segrete delle banche hanno appestato i banchi del sapere, contaminato gli asili pubblici, oliato la lama della ghigliottina economica… e senza un filo di nobiltà hanno eretto il dogma del mercato globale.
I morti non si contano più. La vendita di armi sì. La Borsa internazionale accomuna gli scempi del progresso alle vacanze degli operai. I bambini si possono uccidere, vendere, stuprare… basta un poco di riservatezza. I prezzi sono buoni. Ci sono tanti padri di famiglia, timorati di Dio e dello Stato, che non sanno rinunciare alla tentazione di violare una bambina, specie se nera, ma vanno bene anche asiatiche, russe, bosniache… occorre soltanto un paio di dollari. È la stessa gente che chiede il rigore, la serietà, la coerenza ai parlamentari che crede di eleggere, porta i vessilli nelle parate militari, impalma la politica della rapina pubblica… e non trova nemmeno il coraggio di mortificarsi delle proprie tenebre o di spararsi un colpo in bocca. Non ci sono governi buoni né governanti che non siano ladri di bellezza.

La poesia magica del cinematografo (anche nei film più consumati) emerge là dove il fantastico dà vita a visioni diverse e non omologate all’ordine del discorso. Soltanto il fantastico e il poetico senza misure può suscitare lo sdegno per una quotidianità completamente razionalizzata, ordinata, tesa ad addormentare l’intelligenza e le coscienze critiche di un pubblico che la macchina/cinema considera semplicemente imbecille… è nella messa a morte dell’assurdo e dell’improponibile da Oscar che il pensiero creatore illumina se stesso e permette l’incontro tra il desiderio e l’inatteso, la passione e il sogno e rende possibile l’impossibile e lo sconosciuto reale. Ciò che non inorridisce l’anima è il cinema della sovversione o poesia della bellezza. Un cinema di poesia o di bellezza vale quanto una rivelazione… la stupidità vede ovunque consensi e successi, la passione e l’intelligenza, pretesti e violazioni dei diritti dell’uomo. Con il crollo degli idoli cadono anche i pregiudizi… le parole, le immagini, i comportamenti… seguono lo stesso destino degli imperi… prima o poi affogano nella merda dalla quale sono usciti… ai glossatori di certezze della partitocrazia succedono le canaglie che fanno insolenza di pensare (non solo di agire) della civiltà disingannata e si comincia a comprendere l’arte di gioire.

II Il sale della terra

Il cinema, quando è grande, figura lo spirito corrosivo o le speranze tradite di un’epoca… Il sale della terra. In viaggio con Sebastião Salgado (2014) di Wim Wenders e Juliano Ribeiro Salgado (figlio del fotografo), contiene il gusto della bellezza, della raffinatezza, del coraggio propri a quanti fanno dell’arte di comunicare la denuncia della barbarie. Salgado, come sappiamo, è un fotografo che incendia i tumulti dello sguardo e parla la lingua degli ultimi, degli esclusi, degli offesi… al tempo delle costruzioni delle nuove cattedrali (i centri commerciali) i talenti autentici sono rari… purtroppo i fotografi esistono… si occupano di ornamenti, minuetti e di sterilità felice richiesta dai mecenati, caimani, politici indissociabili dalle casistiche della rapina neoliberista.
In fotografia e in ogni forma d’arte, lo stile è l’espressione diretta della maestria svincolata dalle aberrazioni galleristiche o riconoscimenti prezzolati… è un’architettura dello spirito, una genialità che bene si accorda con le idee che irrompono nel razionale è lo ignudano di verità. L’entusiasmo degli ignoranti “colti” disseminato nelle cloache della cultura servente va combattuto… si tratta di amare il diverso da sé e rendere la vergogna di ogni potere ancora più vergognosa. La sovversione non sospetta della società consumerista o la pratica della verità dei libertari d’ogni-dove è sempre attuale: respingere dappertutto l’infelicità7.
Il documentario di Wenders e Ribeiro Salgado è la raffigurazione commovente di uno dei più grandi fotografi dei nostri giorni, è una testimonianza radicale e una riflessione profonda sulla condizione disumana nella quale versa l’intera umanità… l’aroma della fotografia autentica trabocca da ogni immagine di Salgado e afferma con lo sdegno salutare dei moralisti, che gli uomini non vedono le cose nel modo in cui sono, ma le vedono nel modo in cui vivono, cioè da beoti dell’illusione elettorale o schiavi dell’ideologia comunista. Il mondo mantiene il proprio delirio sul fiato morente dei bambini… le armi si sono sostituite alle parole e in questo fiorente mercato di morte, gli uomini (specie i più ossequiosi a dio e allo stato) sono incapaci di comprendere che il povero fa più bene a se stesso e al proprio figlio, non quando bacia la mano al ricco, ma quando lo prende a calci in culo.

La visione tragica di Salgado s’aggancia alla ricerca della maggior felicità per il maggior numero e sottolinea che il neoliberismo genera, alimenta e accresce la povertà e la distruzione del pianeta… l’iconografia del brasiliano sottolinea che l’ipocrisia istituzionale ha sempre la meglio sulla verità e va combattuta, disvelata, disobbedita… le sue fotografie contengono la medesima conflagrazione poetica di Keats, Kleist, Rilke, Pound, Brodskij, Pasolini… accorpano l’intensità del bello alla pienezza del sublime… ogni immagine è un apologo in divenire di un’infinita malinconia che anticipa catastrofi ecologiche e l’indifferenza deplorevole della società contemporanea… l’immensità estetica che raggiunge lascia negli occhi dei lettori una sorta d’intimità, di complicità, di pietà laica indissociabile con la ricerca del buono, del bello e del bene comune.
Le fotografie di Salgado contengono quella capacità di stupire e meravigliare, non solo per la loro austera compiutezza estetica, ma anche per quella politica della bellezza che persegue il medesimo fine della giustizia, appicca il fuoco della verità ai saperi prezzolati e squarcia le ombre funeste dei palazzi, delle chiese, delle guerre, delle ferite inflitte all’ecosistema da una cosca di saprofiti… accosta l’idea di destino degli uomini all’incomprensibilità dei predicati mercantili che determinano il consenso a tutte le manifestazioni di dominio dell’uomo sull’uomo. La fotografia senza la poesia in eresia che l’accompagna si dissolve nel nulla.
Il sale della terra è un film epico e tragico insieme… è il ritratto storico, politico, creativo di un gigante della fotografia sociale e come le gesta dei cavalieri che fecero l’impresa, le sue icone d’indignata tenerezza si trascolorano in cantici d’eternità. La macchina da presa di Wenders e Ribeiro Salgado ripercorre il lavoro fotografico di Salgado in 26 paesi e attraverso la lettura delle sue immagini in un superbo bianco e nero, si comprende che il fotografo costruisce un mondo degli espropriati come atto di sfida al mondo degli espropriatori o dei parassiti. I registi lo seguono nel suo viatico, nella sua erranza, nella ricerca di ciò che genera dolore e disuguaglianze, amore e fraternità, e autorizza ciascuno a prendersi cura di tutto quanto limiti l’uomo all’esercizio della libertà. Salgado racconta la sua vita e quella della sua famiglia in maniera pudica, in punta di fotografia. Da un lato le sue immagini sono il florilegio fotografico tra i più sublimi che un uomo abbia mai dedicato alla bellezza della terra, e di contro esprimono una denuncia profonda della politica schizofrenica con la quale la rapacità del potere oltraggia da secoli l’intera umanità.
Salgado nasce nel 1944 a Minas Gerais (Brasile) in una famiglia della buona borghesia terriera… nel film parla il padre, la moglie, il figlio, Wenders… in maniera piuttosto schiva, Salgado racconta l’infanzia felice e le turbolenze della giovinezza… negli anni caldi della contestazione partecipa a manifestazioni di sinistra contro la dittatura nel suo paese… poi va in esilio e solo dopo la caduta del regime tornerà alla sua terra, ormai erosa dalla siccità e dal degrado. Insieme alla moglie piantumano milioni di alberi e fanno rifiorire l’antica foresta. Resteranno a vivere lì, nelle tracce dei padri, e come gli alchimisti che volevano ridare vita alla materia, si sono meritati ciò che hanno sognato.
La fotografia della rêverie di Salgado è scritta con la luce dei corpi derisi, umiliati, defraudati di ogni sorriso… i paesaggi sono gravidi di magnificenze ed epifanie materiche e figurano una fragile finezza che appartiene all’intelligenza dell’uomo o al suo disprezzo del meraviglioso. Il patronato della Provvidenza o la perdizione nel Paradiso dei mercati che gli “illuminati” dei governi predicano ai miserabili contiene un fascino sinistro… quello dell’arroganza economica/politica di una civiltà esausta che nel suo declino inarrestabile cerca, senza mai riuscirvi, una qualche opportunità per non finire nella farsa. “Una civiltà esiste e si afferma soltanto grazie ad atti di provocazione” (E.M. Cioran). Quando comincia ad erigere templi della partitocrazia, allargare il mercato delle armi e saccheggiare le ricchezze del pianeta, è segno che si sgretola.

Le immagini si Salgado sono un’esplosione di poesia eidetica, “egli appartiene al paese della dinamite e proietta ovunque stelle” (Gaston Bachelard)8. La sua cartografia fotografica si dipana nel film in un rizomario d’immagini icastiche… i cercatori d’oro affondati nella più grande miniera a cielo aperto del mondo s’intrecciano ai genocidi africani, ai massacri della guerra del golfo, ai pozzi di petrolio incendiati, ai cadaveri accatastati nelle strade del Rwanda, alle tribù indio ancora ingenue o non contaminate dalla cupidigia dei mercati globali… la commozione prende alla gola… le fotoscritture di Salgado denunciano la volgarità del potere e rivendicano soggettività radicali che si oppongono agli ordinamenti, codici e valori delle ideologie del sopruso. Ci fanno comprendere che lavorare a fianco dei violentati significa contribuire alla salvezza e alla felicità della comunità che viene.
La scrittura fotografica di Salgado si abbandona alla gioia figurale/surreale delle foreste tropicali dell’Amazzonia, del Congo, dell’Indonesia, della Nuova Guinea… verità e umanità si riflettono in quelle visioni amorose dell’esistenza e sembrano accusare di scarsa attenzione alla bellezza e alla giustizia i profeti dell’indecenza politica… il pianeta muore… e liberare la bellezza dalla repressione e dallo sfruttamento intensivo dei “tesori ancestrali” della terra, significa aprire l’anima al piacere, alla grazia, alla delizia e decretare la fine dell’utilitarismo. L’inclemenza dei potenti governa l’universo e poggia sulla servitù volontaria (oltre che con la forza delle armi), e solo quando la ragione degli eccessi e delle grandi abdicazioni dei popoli in rivolta metterà fine alla secolarizzazione delle lacrime, si potrà giungere alla felicità comune.

Lo sguardo in utopia di Salgado s’invola sulle bellezze incontaminate dei ghiacciai dell’Antartide, percorre deserti africani, le montagne dell’America, del Cile, della Siberia… ovunque testimonia l’aggressività dell’uomo alla natura e smaschera le leggi di sopraffazione, rapina, devastazione dell’economia politica… la cosmogonia fotografica che ne consegue, deflagra, fuoriesce, irrompe nella detestazione di terrori di prima qualità… si ribella all’asineria del fatalismo e configura nel giusto, nel buono, nel bello il desiderio di un nuovo mondo amoroso dove ogni autoritarismo è bandito e il sapere precede il potere. L’immensa ricchezza di pochi genera l’impoverimento di molti e il cammino della liberazione non può che essere opera di uomini e donne che con tutti gli strumenti utili conquisteranno la verità, la libertà e la pace nel mondo.
Il soggetto e la sceneggiatura di Il sale della terra è di Wenders, Ribeiro Salgado, David Rosier, Camille Dalafon e l’ossatura filmica si avvale delle presenze di Sebastião Salgado, Wim Wenders (narratore), Hugo Barbier (se stesso), Jacques Barthélémy (se stesso), Lélia Wanik Salgado (moglie e collaboratrice del fotografo)… ciascuno esprime sentimenti incrociati, intuizioni poetiche, ricordi personali… e tutti si legano alla fotografia archetipale di questo Maître-à-penser per immagini che è Sebastião Salgado. La mano di Wenders si riconosce nella sapiente architettura filmica già vista in documentari come Nick’s Movie Lampi sull’acqua (1980), Tokyo-Ga (1985), Vista Social Club (1998) o Pina Bausch (2011). Non importa se questo film sarà coperto di premi (e conferito perfino un Oscar), tutte cose secondarie, rispetto alla portata eversiva o al grido di salvezza che contiene: il messaggio dell’uomo in libertà che si oppone al male assoluto del sistema mercantista e innesca i presupposti sociali per mettere fine della sofferenza.
La fotografia di Hugo Barbier e Ribeiro Salgado avvolge il film in un’aura d’identificazione proiettiva e sembra che ogni inquadratura porti al reincanto del mondo. La musica di Laurent Petitgand s’accorda bene alla percezione magica de Il sale della terra e sottolinea con delicatezza e marcate variazioni sonore i mutamenti degli scenari, senza mai abbandonarsi a ricami sull’estetica della visione. Il montaggio di Maxine Goedicke e Rob Myers è una sorta di sinfonia filmica… intreccia colore e bianco nero, conversazioni, interviste, riflessioni del fotografo, della troupe con la forza espressiva delle immagini di Salgado e l’intero film si pone come una critica profonda dei vangeli ipocriti del liberismo. La bellezza di ogni opera dello stupore e della meraviglia che disfa millenni di bruttezza del potere, è il punto più vicino fra il genere umano e l’eternità.
Va detto. Il sale della terra è un canto libertario contro la perversione rappresentativa di quanti esercitano il potere, chiunque essi siano… fossero pure capi di stato, papi o primi ministri… che si dicono interessati alle sofferenze profonde delle genti… il loro disegno comporta un’addomesticazione della ragione pubblica e in bella evidenza s’intreccia con gli affari criminali delle mafie e forma una reticolazione onnipotente che sollecita guerre, saccheggi, repressioni… è un sistema molecolare, una casta di governanti (destra e sinistra, non fa differenza) che elabora regole, leggi, balzelli ed estende il dominio poliziesco sui sudditi, amministrati, elettori… sotto ogni aspetto del governare, democrazie dello spettacolo e regimi comunisti sono del tutto simili e integrati nella feticizzazione mercantile dello stato.

La società di controllo, disciplinare o liquida ha costruito il divenire gregario degli individui e l’oligarchia finanziaria che si arroga il potere di decidere l’atlante della sopravvivenza, ricompensa in modo non trascurabile i fautori di povertà, vessazioni, olocausti… restano le energie ribelli delle giovani generazioni che si battono contro la violenza costituita della realtà quotidiana… sacche di resistenza e insubordinazione che — con tutti i mezzi necessari — attentano alle insignificanze teologiche della partitocrazia… poiché ogni potere è marcio e sanguinario… ogni forma di insurrezione popolare — anche la più estrema — è giustificata dall’innocenza  del divenire che contiene, e in ogni caso, senza nessun rimorso.

 

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 14 volte febbraio, 2015

1 Pino Bertelli, La macchina/cinema e l’immaginario assoggettato, Nautilus, 1987

2 Paul Heinrich Dietrich, barone d’Holbach, Saggio sull’arte di strisciare ad uso dei cortigiani, il Melangolo, 2009

3 Friedrich Nietzsche, Ecce homo. Come si diventa ciò che si è, Adelphi, 1969

4 Pino Bertelli, Guy Debord. Anche il cinema è da distruggere, Mimesis, 2015

5 Michel Onfray, La politica del ribelle. Trattato di resistenza e insubordinazione, Fazi Editore, 2008

6 Pino bertelli, Guy-E. Debord. Il cinema è morto, La Fiaccola, 2005

7 Contro l’infelicità. L’internazionale situazionista, a cura di Stefano Taccone, Ombre corte / Cartografie, 2014

8 Gaston Bachelard, Lettere a Jean-Clarence Lambert (1953-1961), il Melangolo, 2013

Danilo De Marco. Sulla fotografia di resistenza e insubordinazione

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Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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