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FUOCOAMMARE (2016), di Gianfranco Rosi

Inserito da serrilux

  • FUOCOAMMARE (2016), di Gianfranco Rosi

“Perché fai la rivoluzione?”, chiesero alla donna messicana. “Per ripulire il mondo dalla feccia come voi!”, rispose. (Poi i soldati la stuprarono e la uccisero con quanti erano rimasti del villaggio). I professionisti (The Professionals, 1966) un film del 1966 diretto da Richard Brooks .

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La feccia della politica, in Europa e nel mondo, beneficia delle follie terroristiche dell’Isis (o Stato Islamico) per aumentare i consensi nazionali e più ancora per incrementare il mercato delle armi… tutti armano tutti (specie gli Stati Uniti, ma Italia, Cina, Russia non scherzano!) e tutti compiono massacri in nome della pace, della tolleranza e dell’amore tra i popoli. Porca puttana ladra! Madonna maledetta! Dio affogato nel letame! Stato boia!… ma come è possibile continuare a mentire sugli innocenti affogati nel Mediterraneo e i massacri commessi dai governi forti a danno di interi popoli?… l’ideologia dei mercati globali permette ogni cosa, “i diritti dell’uomo sono semplicemente un pretesto per perpetuare il colonialismo dietro la copertura, politicamente corretta, dell’umanitarismo, oppure la scusa, politicamente redditizia, di dover placare le paure dei nostri cittadini… proseguire la politica imperialista senza darne l’impressione” (Michel Onfray) [1]. Se i diritti dell’uomo – si chiede Onfray, uno tra i maggiori filosofi libertari del nostro tempo – fossero la vera ragione delle carneficine santificate delle “grandi potenze” occidentali e quelle criminali dei regimi “comunisti”… si dovrebbe attaccare anche i Paesi che violano i diritti umani e il diritto di sovranità internazionale? Perché non bombardare la Cina! e Cuba, l’Arabia Saudita e l’Iran, il Pakistan e il Qatar?… magari, per errore del “fuoco amico”, fare piazza pulita del Stato Vaticano, così per impedire che la sua fabbrica di menzogne e le sue banche proseguano il commercio delle armi e possano ancora essere complici dei più efferati genocidi della storia.

Lo Stato Islamico (ovunque esplodano le sue bombe), i talebani in Afghanistan, Saddam Hussein in Iraq, Gheddafi in Libia, Asad in Siria, i sionisti israeliani o lo spettacolo in mondo visione delle “torri gemelle” che franano nella polvere come torte alla crema… sono parte di un confortorio di specchi dove l’Occidente gioca sporco quanto i terroristi che lo sbranano… i padroni del mercato vogliono controllare il petrolio, i diamanti, l’oro, l’acqua e persino le sementa in territori che non sono loro… non si capisce proprio quali sono i buoni e i cattivi… tutti (o quasi) sono degni del nostro disprezzo. Una civiltà muore quando fagocita verità che la escludono!

Patria, valori, onorabilità, decoro… sono i lasciapassare dei carnefici della libertà e sono di-spensati a protezione del neocolonialismo guerrafondaio/consumerista. Il terrore del domani è già iscritto nelle bombe intelligenti, nelle stragi chirurgiche, nell’alzo dei dividendi delle banche… tutte le umiliazioni dell’umanità provengono dal fatto che gli uomini non vogliono accettare la morte per fame! Ancora oggi è da stimare di più un ribelle che muore fucilato dagli aguzzini dei “trattati di pace scritti col sangue dei popoli”, che il generale, il politico o il vescovo che ruba nella cassetta delle offerte, impiccati a un lampione nei giardini di pubblica utilità. Agogniamo l’avvento di una rivoluzione sociale che metta fine alla secolarizzazione delle lacrime e dare ai ciarlatani dell’economia-politica (con i cani da guardia dei mezzi di comunicazione di massa a corto di trucchi), la sorte che meritano.

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Per rinfrescare il linguaggio cinematografico bisognerebbe che i cineasti cessassero di filmare secondo i paramenti abituali della macchina/cinema… il sintomo più visibile dell’avvi-limento del cinema è il mercimonio delle idee in cambio di qualche premio, un po’ di pubblico e il riconoscimento un piuttosto idiota della critica specializzata… tutto si degrada a furia di ripetizioni, finanche le opere universalmente riconosciute come “d’impegno civile”… i dignitari della speranza, al cinema come nella politica, sono membri di un universo officiato dal ministero della bontà e operano a tutto campo nel marcitoio santificato delle certezze… i ricchi hanno raffinato la sottomissione e infeudato i propri terrori programmati in crimini contro l’umanità che restano impuniti.

Avendo scelto la parte dell’imbecille e il delirio dell’angelo, ogni militare, prete, politico, intellettuale, sindacalista e perfino il primo ministro con la faccia da ebete che impera nel paese della mafia, delle canzonette, del calcio, del sole e del mare malati a morte… si sente un eroe in un letamaio di compromessi, vigliaccate e tradimenti indecenti… questi falliti senza rimedio non hanno mai compreso, né potevano, gli uomini che ebbero l’orgoglio di non comandare mai, di non disporre di niente e di nessuno… senza servi e senza padroni… che non dettero mai ordini né accettarono l’imperio delle leggi, lavorarono (anche in clandestinità) ai franamenti della genealogia del fanatismo [2] e fecero del bene e del male l’atto conoscitivo di un mondo da rovesciare.

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Il film di Gianfranco Rosi (2016), Fuocoammare (come dicevano i pescatori durante la seconda guerra mondiale, quando gli aerei degli alleati bombardavano le navi nazi-fasciste e sporcavano di sangue il mare di Lampedusa) è cosparso di buone intenzioni e con l’indulgenza al pietismo sui migranti che approdano (quelli che ci riescono) sulle coste italiane sono stati i principali fattori emotivi che ne hanno determinato il successo, fino a ricevere l’Orso d’Oro per il miglior film al Festival del cinema di Berlino. Sono i medesimi stilemi espressivi che nel 2013 avevano permesso a Rosi di conquistare il Leone d’oro a Festival del cinema di Venezia con Sacro GRA (un brutto film, ci sembra… epigono di precetti sui quali si fonda la fatalità avvizzita della più bassa commedia all’italiana, rimaneggiata in forma tele-documentaria).

Rosi è un abile documentarista… i suoi lavori (non importa se premiati o no) ne testimoniano il valore, anche… tuttavia a noi pare che le suggestioni sociali di ciò che racconta non siano appoggiate su architetture filmiche compiute… la produzione a basso costo c’entra poco…

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potremmo ricordare una messe di autori che con quattro lire, una macchina da presa e qualche amico, sono riusciti a realizzare film di grande respiro autoriale, ad esempio Rivoluzione Zanj (Twara Zanj, 2013) di Tariq Teguia. Certo, i docu-film di Rosi non affondano nella superficialità manichea e un po’ stupida di Walter Veltroni come in Quando c’era Berlinguer I bambini sanno (2015)… il “fiuto” documentarista di Rosi individua itinerari, connivenze e malversazioni istituzionali, ma nel suo fare-cinema si ha l’impressione di restare in superficie del reale a favore dell’ottimismo come forma degradata del vero.

Fuocoammare è girato a Lampedusa, isola-simbolo delle tragedie dei migranti in fuga dalle guerre e da miserie ancestrali… Rosi filma la storia di Samuele… un ragazzino che piace giocare con la fionda e tirare i sassi agli uccellini, anche di notte… poi ci sono i ritratti dell’unico dottore dell’isola, ogni tanto un salvataggio dei migranti da parte della marina militare (visivamente la parte migliore del film… anche il dolore ha i suoi spettacoli, sembra)… pezzi di infausta realtà nel centro di detenzione… il pescatore subacqueo… la vita quotidiana di una famiglia, lo spiker della radio locale… in ultimo il bambino gioca a sparare con le dita all’intera isola, forse contro tutti, forse contro nessuno. Dopo il successo internazionale del film di Rosi non poteva mancare l’arrivo a Lampedusa del presidente più grigio e muto della storia repubblicana, Sergio Mattarella, e l’ambasciatore che lo ha accolto, insieme alle autorità dell’isola e siciliane, non poteva che essere il piccolo Samuele di Fuocoammare.

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Va detto. Le pietre sono più lievi dei discorsi del presidente e le banalità che li genera sono anche ciò che li divora.

In Fuocoammare c’è qualche dimenticanza… come la drammatica situazione di un’isola sotto occupazione militare (con una spesa di milioni di euro), la difficoltà ad uscire in mare dei pescatori (per l’incapacità burocratica di gestire i flussi migratori), la mancanza di un ospedale, scuole a misura di bambini, la situazione dei tumori nella popolazione a causa dei li-velli altissimi di elettromagnetismo dovuto ai radar… le lotte delle minoranze che da anni mostrano l’altra faccia dell’isola invasa dalla legittimità dell’accoglienza quanto dall’insince-rità dei governanti e dall’espropriazione del dolore a favore di menestrelli stolti della partitocrazia che hanno facoltà di dissertare su ciò che non conoscono… all’infuori del “sentire” il diverso da sé come parte del mondo, tutte le iniziative “umanitarie” sono ugualmente senza valore.

È stato scritto che in Fuocoammare “c’è la vita, povera, dettata dal mare, di chi vive là, e assiste a quel passaggio abnorme e a quel tragico, si direbbe biblico, movimento della storia” (Pino Farinotti). Una cazzata che solo il papa della misericordia avrebbe potuto dire… ci mancava il cristianesimo di facciata… naturalmente gli abatini della sinistra al caviale hanno visto nel film di Rosi il calore umano che smerciano nei Tg, talk show, domeniche sportive e perfino nelle “previsioni del tempo…” a favore dei consensi elettorali… nessuno parla della noia abissale che assale nel corso della visione di Fuocoammare… come se il film fosse uscito da uno sbadiglio dell’inevitabile.

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Il soggetto di Fuocoammare (che nasce da un’idea un po’ fumettistica di Carla Cattani) non è la figurazione dei naufraghi del Mediterraneo, e infatti sono poche e toccanti le sequenze (ben girate) che riguardano la loro odissea… Rosi sta addosso a sguardi infreddoliti, spauriti, quasi inconsapevoli di essere sfuggiti alla morte… la cine/telecamera ritaglia momenti drammatici e le salme di uomini, donne, bambini incartati in teli neri, quasi fossero mummie da esporre nel museo dell’ipocrisia generalizzata… figurano forse il momento più alto del film… che frana ogni qual volta che Rosi abbozza i quadretti del ragazzo con la fionda, l’umanesimo missionario del dottore, la pesca subacquea notturna, le trasmissioni della radio o i frammenti ordinari di una famiglia di Lampedusa. I sopravvissuti avvolti in fogli di plastica gialla sono telegenici e anche i loro occhi impauriti e i corpi tremanti di freddo e di paura funzionano bene… i rantoli della verità aiutano la politica a perseverare sulle sue responsabilità.
I disperati delle guerre neocolonialiste portano sulla faccia le stigmate dell’insulto alla loro dignità di esseri umani che cercano la speranza a vivere in terre responsabili della loro stessa tragedia. Li attende il timore di diventare santi, martiri o, al massimo, i nuovi schiavi della società consumerista

La fotografia (di Rosi) è plumbea e bene si presta alla narrativa documentaria, tuttavia senza mai raggiungere la malinconia, la franchezza e il dissidio necessari quando si tratta di fotografare gli ultimi della terra.

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A ricucire le storielle di Fuocoammare tra loro ci pensa Jacopo Quadri… il montaggio s’incrocia bene con la musica di Stefano Grosso, la lettura del film che ne consegue però non esce dalla dossologia populista del cinema italiano (il più stupido del mondo, come sappiamo). L’attorialità non c’entra… ciascuno fa quello che può, l’equivoco è che il “naturalismo” è un dispositivo nel quale coesistono i millantatori dei partiti e dio, che si fanno beffe del destino degli esclusi. Il cinema epico o in forma di poesia dei pescatori irlandesi di L’uomo di Aran (1934) di Robert J. Flaherty o la realtà più “manierata” dei siciliani di Aci Trezza di La terra trema (1948) di Luchino Visconti, mostra le convulsioni della storia disvelandola, Fuocammare è un oceano di sermoni e mitologie tesi ad edulcorare la nostra bile.

Il cinema non è tollerabile se non per il grado di eversione che vi si mette. La casistica dell’ingiustizia all’acqua di rose, i falsi flagelli del cuore, il buonismo d’accatto… sono i principali dispositivi del consenso dispersi nella macchina/cinema… il fatto è che il vero, il buono, il giusto e il sommo bene sono evirati dal mercimonio dello spettacolare integrato e non sono collegati a nessun film realmente importante… gli autori (insieme ai velinari della stampa prezzolata) mettono la parola al sepolcreto del cinema italiano. Sotto ogni cielo malato della politica, della fede, del mercato, chi obbedisce ai dettati delinquenziali che suscitano cerca di farsi obbedire a sua volta e da vittima si trascolora in carnefice.

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La stupidità che caratterizza lo spettacolo di ogni arte non ha equivalenti se non nell’idiozia di coloro che ne sono i creatori… in ogni forma di comunicazione tutto è farsa o preghiera… ma nessuno evento merita di essere abbellito o mistificato: la megalomania (ridicola) dei palazzi, delle chiese, delle banche, dei biscotti del Mulino Bianco, dei pannolini Lines, delle scommesse calcistiche, del “mi ami, ma quanto mi ami?” nei nuovi modelli smartphone, della pornografia spettacolarizzata in internet (non un salutare erotismo libertino sulle spiagge d’inverno con chi ami e chi ti ama)… è esecrabile, è parte dell’alienazione totale nel cimitero delle definizioni! I Comunardi, ricordiamolo, non si sono fatti ammazzare perché ciascuno potesse avere un televisore ed istupidirsi in alta definizione, ma per danzare sulla testa dei re! Il potere assopisce la conoscenza, la conoscenza ridestata dell’uomo in rivolta uccide l’impostura del potere. Amen e così è!.

 

Piombino, dal vicolo dei gatti in amore, 12 volte giugno, 2016.

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1 Michel Onfray, Pensare l’Islam, Ponte alle grazie, 2016

2 E. M. Cioran, Sommario di decomposizione, Adelphi, 1996, qui Cioran scrive: “La storia non è che una sfilata di falsi Assoluti, una successione di templi innalzati a dei pretesti, un avvilimento dello spirito dinanzi all’Improbabile… Non c’è forma di intolleranza, di intransigenza ideologica o di proselitismo che non riveli il fondo bestiale dell’entusiasmo”. Tutto vero. Tutte le ideologie, le dottrine e i saperi (che non partecipano all’assassinio delle Belle Arti), sono farse cruente.

Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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Diane Arbus. L’Angelo nero della fotografia in anarchia

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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LIU XIA: Sulla fotografia dei diritti umani

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