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Fernanda Pivano

Inserito da serrilux

Fernanda Pivano

“Sono in alto mare, ignorante e sbalordita come la prima volta che mi imbattei nell’algebra…No, l’amore non si può difendere, e le lacrime servono soltanto ad aggravare il delitto”. Elizabeth Smart

COMMIATO DA IERI

Cara Nanda,

non ci siamo lasciati quell’inizio estate del 2005 a Milano, tra le casse di libri nella tua ca­sa… mi sono portato dentro la tua dolce collera contro i farisei trionfanti della cultura mondana che aveva censurato le tue traduzioni, ti aveva espulsa da certi giornali e ti aveva abbandonata alla deriva della tua libertà buttata contro antiche e nuove barbarie… la tua salute ti addolorava e tuttavia ti scagliavi ancora contro le canaglie che facevano profes­sione di pensare… ricordo ancora le tue lacrime e i tuoi sorrisi gettati sulla mia fascina­zione muta verso te… «Bisogna interrogare il potere… lì è il covo di serpi… ogni opera possiede gioie e ferite e ciascuno parla con le cose che ha fatto… nessuna memoria è inno­cente… da una parte c’è la libertà, dall’altra i roghi», dicevi. Tutto vero. Abbiamo biso­gno di amore e di bellezza, di accoglienza e di fratellanza, come di pane fresco, aggiunsi, e chiesi a Enrico (che aveva cura di te come di una bambina ancora malferma sui passi) di “farci” una fotografia, abbracciati. Ridevi, felice, forse. Il dolore che avevi addosso non ti faceva perdere il sale dell’ironia: «La bellezza e l’amicizia sono legami che vivono d’in­contri e li uccide la solitudine»… ancora: «Basta un sorriso per impedire a una lacrima d’infrangere il cuore»… non so se queste erano proprio le tue parole ma è questo che in­tendevi, mentre sfogliavi lentamente il mio libro fotografico (che mi lasciava in sorte un tuo scritto). La bellezza, come l’amore, s’accorda soprattutto nell’accoglienza e ogni pa­rola pronunciata (come ogni immagine rubata al reale) è il principio di ogni disobbe­dienza.

Non avevo più parole in gola, così ti raccontai (pensavo di farti piacere e un po’ di farti vedere la conoscenza di un filosofo ebreo che amavo profondamente) una favola ebraica che mi aveva donato Edmond Jabès (poco prima di morire) a Napoli, dopo una conferen­za su Il libro del dialogo (era il 1987/’88, non ricordo bene, eravamo poco più di una deci­na ad ascoltarlo abbagliati dalla sua belligerante intelligenza)… e che poi ho letto in Il libro della sovversione non sospetta (che ho trovato su una bancarella del Quartiere Latino, a Parigi, insieme al Panegirico di Guy Debord, solo nel 2001):

— “Ho solo cattivi discepoli”, diceva un saggio. “Mentre cercano d’imitarmi, mi tradi­scono, e quando vogliono apparire simili a me, si discreditano”.

“Sono più fortunato di te”, gli rispose un altro saggio. “Ho trascorso la mia vita nell’in­terrogazione, ed è naturale che ora non abbia alcun discepolo”.

Ed aggiunse: “È questo il motivo che ha spinto il Consiglio degli Anziani a condannarmi per attività sovversive” —.

Nanda sorrise ancora… chiese un bicchiere d’acqua, mi guardava alla luce della sua scri­vania affogata di carte… parlammo anche del suo Ettore… poche parole… qualche ricor­do… tirò fuori da una scatoletta blu un foglietto dove c’era disegnato un fiore e la sua de­dica a Ettore… vedevo che le mie parole le davano dolore… così mi trovai in estremo im­barazzo, quasi a disagio, tanto che chiesi di andare in bagno e lì (come Elizabeth Smart di Sulle fiumane della grand central station) mi sono seduto in terra e ho pianto… del resto cia­scuno è complice dei libri che ha scritto, delle cose che ha detto, dei sogni che ha dissipato lungo sentieri incantatori dove l’impudore e la meraviglia spezzano i nodi dell’ordinario. Le frontiere dell’Utopia sono gli argini della nostra appartenenza e l’inconoscibile è una sfida che denuncia l’impensato. Non importa tanto la verità della bellezza, quanto l’uso che la rende unica.

«E la pace, la pace…» dicevi… mentre stringevi le mani al cuore… «è il sale della terra… occorre bandire la violenza e la menzogna dalla testa degli uomini… occorre giustizia e libertà per tutti… i ricchi s’ingrassano sulla fame dei poveri… è l’importanza dell’arte come luogo di verità e trasgressione a rendere bello ciò che è brutto e buono ciò che è malvagio»… tutto vero. Le democrazie dello spettacolo si fondano sull’impostura e la fal­sificazione… i boia appartengono tutti alla stessa famiglia… la morale dominante c’indi­gna per la sua mediocrità e ipocrisia. L’unica passione che anima gli uomini in rivolta è quella della fine dell’obbedienza e della servitù volontaria. “Chi crede soltanto nella sto­ria marcia verso il terrore, e chi non crede per niente nella storia autorizza il terrore” (Albert Camus). La pace che chiedevi e sognavi, Nanda, era una forma di resistenza, una filosofia pratica dell’eternità. Si tratta di liberare gli uomini, le donne, da ogni catena ideologica, religiosa, consumerista… e impedire ai centri di potere di fabbricare nuovi schiavi.

Ho mangiato i tuoi ultimi libri Nanda (I miei amici cantautori, Pagine americane, Diari 1917­1973) e vi ho trovato dentro la pace, la giustizia e la libertà che hai inseguito per tutta la tua lunga esistenza… in quelle pagine c’è tutto lo sdegno contro chi umilia l’intelligenza dei popoli e ingabbia la poesia degli artisti… la libertà, la giustizia, la pace non possono esse­re costruite sui campi di concentramento, sui terrorismi delle Borse internazionali o sui mercati del neocolonialismo… l’amore per la libertà, per la pace, per la giustizia si con­quista ogni giorno con la lotta di ognuno e con l’unione di tutti gli oppressi. Non ci sono guerre sante, né guerre giuste. La guerra bruttura il sapere degli uomini e i macellai della verità sono i nuovi tenutari di un bordello senza muri che chiamano umanità. Il monopo­lio della pace non può essere opera di una minoranza di potenti e di cannibali del privile­gio… il benessere dei popoli non è mai stato frutto della politica dei tiranni. La felicità dei popoli è nella partecipazione alla cosa pubblica, nella fondazione di una democrazia di­retta dove ciascuno è re perché nessuno è servo. Questo è quello che ho appreso nello stu­dio del tuo lavoro poetico, Nanda… nel florilegio delle tue idee libertarie ho riconosciuto i canti degli uomini in rivolta di ogni-dove che si sono sollevati, spesso pagando con la propria vita l’arditezza di dire la mia parola è no!, contro l’ordine costituito e in dispre­gio alla stupidità e alla crudeltà. Ogni libertà è un evento. La libertà risiede nell’atto che ci fa liberi.

Ciao a te Nanda, quando mi hanno telefonato della tua scomparsa, sono rimasto su una Ford Frontiera senza freni in un parcheggio con i gabbiani che beccavano la testa dei bambini griffati di città… amica mia carissima, dolce sorella di rabbia dove sei? In quei viali alberati con il tuo Ettore a darsi baci al profumo di tiglio? Si. Tu sei la Signora libertà, la signora anarchia di una generazione perduta, forse… più di ogni cosa, Nanda, sei quel mare d’amore dove volano gli angeli ribelli e giochi a mosca cieca con le giovani genera­zioni… ci hai lasciato i tuoi sorrisi e i tuoi abbracci di pace a mostrare l’influenza delle co­stellazioni sul biancospino… i tuoi sogni illegali sono disseminati tra i gigli di campo e solo i bambini, i poeti o i folli li raggiungono là dove nessuno più li cerca. Si muore sereni quando abbiamo regalato le nostre parole all’ospitalità, alla fratellanza, al rispetto tra gli uomini… l’Età d’oro di ogni scomparsa è oltre l’arcobaleno e colui che accetta il profumo della pace non è più un nemico. Poiché nulla si cancella, ogni istante vissuto della nostra vita ritorna ad esprimersi nelle tracce che abbiamo lasciato e a parlare di noi… l’infinita poesia della tua verità si schiude ad ogni pagina di libro e passa attraverso ciò che ci libera o ci lega alla sete dell’intelligenza senza mistero… quando la trasparenza dei sogni si fa vita, ogni opera d’arte si fa pietra… il tuo pensiero incendiario evoca gocce di amore sul sangue degli ultimi e quando il mondo è in fiamme il diritto d’incendiare nasce sul tavolo dei giusti… il linguaggio spezzato del silenzio interroga l’origine del male e il tempo della presenza spaventa chi non si identifica con la ragione imposta. Si nasce e si muore in un gesto, una parola, un sogno… soltanto la felicità e il dolore si farà comprendere dai trova­tori di utopie… il meraviglioso non è né all’inizio né alla fine del gioco, è nella scoperta della prima disobbedienza osata. Dal silenzio dei secoli emergeranno un giorno schiere di angeli ribelli e faranno della parola condivisa la fine dell’ignoranza. Solo i poveri cre­dono ai miracoli. Ai poeti bastano un sorriso e una torcia per dare fuoco alla santa barba­ra della storia.

Nanda, ci hai insegnato a vivere come a morire… non possiamo più sfuggire all’ordinario che fa tremare i nostri limiti… l’epifania del tuo scrivere e vivere ha liberato i deserti della disperazione e mostrato che non ci sono limiti alla speranza… dietro ogni parola c’è l’in­fanzia ritrovata e il mondo nuovo del pensiero rovesciato… l’ostinazione di chi sente il presente in rovina e ciò che resta del divenire… quando la bellezza scompare resta l’im­mensa violenza del suo ricordo… quando l’amore si fa coltello arma la mano sui cieli sva­ligiati di banalità e l’ingresso invisibile dell’eternità esprime il profumo della tua conten­tezza. Ora sei stella, Nanda… sei luce, sei amore… e ogni notte una voce straniera canta le tue gesta… qui comincia la lettera annunciata di bambina, la terra promessa che cercavi, il fare-anima che inseguivi… l’amore, anche il più estremo, è senza rimorsi. Nessuna li­bertà precede le vere partenze, solo la pace segna il ritorno d’amore che accompagna l’av­venire.

Un abbraccio amorevole con chi ami e chi ti ama, ciao a te, Nanda…

Piombino, 31 volte agosto 2009, da vicolo dei gatti in amore.

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