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Elogio del plagio

Inserito da serrilux

Elogio del plagio

“Fin che l’uomo sfrutterà l’uomo, fin che l’umanità sarà divisa in padroni e servi,non ci sarà né normalità né pace. La ragione di tutto il male del nostro tempo è qui”. Pier Paolo Pasolini

L’arte, tutta l’arte, è una puttana che non sorride. Seduce. Artisti e padroni dell’arte stanno al giogo. La critica d’arte si fa nei salotti della “buona borghesia” o nei supermer­cati e i popoli impoveriti sono raffigurati in margine al mercato globale dell’ovvio e del-l’ottuso. I galleristi vendono tutto e tutto finisce in merce di consumo di massa. Nei sot­terranei delle banche si celano i “capolavori” firmati dagli artisti, anche i più dannati, recuperati al consenso e sacralizzati da critici, storici, galleristi… che fanno i furbi in cambio di una manciata di dollari… tutti sanno che l’arte non esiste e tutti sanno che l’ar­te è il plagio di un plagio… ciascuno fa finta di nulla e tutto muore nell’immaginario irri­verente dell’arte che strappa la maschera ai potentati della simulazione e dell’impostura. I talenti davvero naturali sanno che la loro opera più autentica è la firma sugli assegni che ricevono in cambio di una compassata “verità” dell’arte. La citazione rubata, la frase dé­tournata, l’immagine decontestualizzata e resa altra dall’artista, dal poeta o dal messag­gero delle stelle… mostra che il plagio è necessario per una ritrovata bellezza. La diversità è bellezza. L’omologazione è la morte di ogni forma d’arte e di vita. “Le mie citazioni — scriveva Walter Benjamin — balzano fuori d’improvviso e come predoni strappano l’as­senso al lettore ozioso”. E questo vale per tutto quanto si smercia come arte. Debord ag­giusta la mira: “Le idee migliorano. Il senso delle parole [delle immagini, dei suoni, dei sogni…] vi partecipa. Il plagio è necessario. Il progresso lo implica. Esso stringe da presso la frase di un autore, si serve delle sue espressioni, cancella un’idea falsa, la sostituisce con l’idea giusta”. Solo la negazione reale della cultura (come totalità del segno) ne con­serva il senso. La cultura della viltà ha radici millenarie. Infelice la terra cui occorrono artisti, eroi o martiri… per attuare la riproduzione di dogmi culturali o politici o religiosi e rendere gli uomini miserabili e schiavi. Si può avere il florilegio di un’opera d’arte solo là dove si af­ferma l’eguaglianza nel sociale, forse. Niente può essere arte se non parla del dolore di sé e degli altri. Quando gli uomini — tutti — si accorgeranno della fame di bellezza che c’è nelle stanze del cuore (anche dell’arte), ci sarà la rivoluzione dell’intelligenza nelle stra­de della terra. Tutto qui. Elogio del plagio: chi conosce la forca non sempre sa fare del-l’arte e chi scrive dell’arte non sempre conosce la forca, anche se qualche volta lo merite­rebbe.

Sull’arte, la politica e la chiesa

Il miglior fondamento per la nascita di una buona politica, una buona morale e un’arte in forma di poesia… è fare fuori l’opportunismo, la convenienza e la mediocrità… il politi­co, il criminale o l’artista sono stati creati a immagine e somiglianza di Dio, del Padrone o del Boia (che è sempre un buon cristiano)… la loro eliminazione è necessaria per ragioni morali. Delitti inequivocabili richiedono castighi inequivocabili! Le prediche politiche, i sermoni religiosi o l’arte per il popolo… non possono essere soggetti a nessuna clemen­za… l’esecuzione imposta dalla piazza va incoraggiata e non c’è niente di più appropriato di ogni domenica che cade in terra… impiccare ai pubblici orologi Capi di Stato, Papi, Generali o Artisti di genio… gli sbagli peggiori sono quelli commessi nella leggerezza delle esecuzioni in tempi per-rivoluzionari, dove l’amore e la libertà non vogliono cate­ne! Per quanto riguarda gli imbecilli, i feroci, gli incoscienti, i pavidi, i servi, gli schiavi (gli ipocriti, i bravacci e gli idioti della sinistra, specialmente)… insomma tutta la peggiore umanità asservita ai poteri dominati… non sarebbe male riaccendere una serena disquisi­zione sulle loro sorti… la bellezza dell’impiccagione non li riguarda e lo slogamento del collo non è l’ideale a cui si deve aspirare per ritrovare negli uomini, nelle donne e nei bambini una sana allegrezza popolare andata perduta con la scomparsa delle lucciole… forse, occorrerebbe comprendere che il destino non si eredita e ogni mutamento profon­do della società è nelle mani e nella testa degli individui. “Un damerino londinese una volta gettò una moneta a un ragazzo che gli aveva tenuto il cavallo fuori dal teatro. Offeso da questo modo arrogante di dare, il ragazzo decise di elevare la sua attività. Scrisse l’Am­leto” (Charles Duff). Un medico argentino col sigaro in bocca scelse di stare dalla parte dei poveri e andò a morire nella giungla boliviana con il fucile in mano e gli occhi aperti contro il cielo del potere e la comunità che viene. Lazarillo de Tormes era un ragazzino con i piedi scalzi nel sole di Spagna, impugnò una torcia e accese il fuoco sotto il culo dei potenti per illuminare la libertà e la giustizia nel mondo. Si ottiene molto di più da un prete, un padrone o un artista celebrato prendendolo a calci in culo che baciandogli la mano… è deplorevole per l’educazione della gioventù che ciò che è giusto e ciò che è sbagliato sia sempre stato deciso da gente che la furia popolare (nemmeno quella del ’68) non ha delegittimato… l’imbecillità dei talenti politici, reli­giosi o artistici… non è mai stata bruciata a dovere… e nelle osterie malfamate di ogni porto non si brinda più al massacro dei ricchi, dei preti e dei generali… gli infrequentabi­li, gli indesiderabili, i “quasi adatti” della terra… saranno veramente felici solo quando con le budella dell’ultimo prete sarà impiccato l’ultimo artista e l’ultimo padrone pa­drone.

Gran Ducato di Utopia, settantasette volte sette, dell’anno dell’Angelo del non-dove.

Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

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Diane Arbus. L’Angelo nero della fotografia in anarchia

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James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

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LIU XIA: Sulla fotografia dei diritti umani

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