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Critica radicale

Inserito da serrilux

Critica radicale

La critica radicale in Italia negli anni dal 1967 al 1977. Ludd, Organizzazione Consiliare, Comontismo.

Facendo seguito a un primo tentativo di archiviazione su questo sito (vedi http://www.nelvento.net/archivio/68/isocluddcom/isocluddcom.html), sono raccolti in questa sezione una gran parte dei documenti prodotti, dal ‘67 al ‘77, dalla corrente rivoluzionaria definitasi nel tempo come Critica radicale. In un primo momento questa documentazione avrebbe dovuto costituire la base per realizzare una pubblicazione cartacea edita da Nautilus, ma i lavori si sono fermati per vari motivi, cosicché alcuni dei curatori hanno deciso di mettere comunque a disposizione, sul web, a beneficio di tutti i potenziali interessati, questi documenti che, rintracciati con la collaborazione di molti compagni di adesso e di allora, sono stati pazientemente scansionati e impaginati.

Possiamo considerare ancora i lavori in corso, ovvero la questione non è ancora del tutto chiusa.. e chi volesse prendere contatti faccia riferimento a questo indirizzo nicolasergio@gmail.com

Segnaliamo inoltre questo sito http://mondosenzagalere.blogspot.com/ come naturale continuazione del discorso sulle questioni che hanno riguardato e riguardano la Critica Radicale.

Per una breve introduzione ad uso di chi poco o nulla sa di questa corrente ultra minoritaria che ha attraversato le lotte degli anni 67-77, ci avvaliamo di questo breve testo, tratto da una tesi di laurea sull’argomento di una giovane compagna

L’area della teoria radicale

Nodi centrali della teoria radicale

La corrente radicale italiana fu un prodotto del movimento del ’67-’68. In particolare i primi nuclei di “comunismo radicale sorsero nella turbolenza delle occupazioni scolastiche e universitarie.

Il punto centrale nel quale si possono identificare i contenuti caratteristici della corrente comunista radicale è la convinzione di essere entrati in un’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive è tale da consentire un’affermazione diretta del comunismo, finalmente al di là dei problemi della transizione e del socialismo: lo sviluppo della scienza, della tecnica e dell’automazione sono tali da consentire una radicale liberazione dal lavoro. La ricchezza accumulata dal capitalismo rende possibile una realizzazione immediata del comunismo. L’obiettivo immediato quindi delle lotte che divampano nel corso degli anni ‘67-‘70 è, per i protagonisti di questa corrente, quello di “distruggere”, di “fermare” la macchina capitalista ovunque possibile; non si trattava di ricostruire, di trasformare, di riformare alcunché, ma essenzialmente di abbattere, irreversibilmente, tutti gli aspetti dello stato delle cose: la struttura produttiva e di classe così come i costumi e le mentalità. Il nuovo avrebbe dovuto sorgere spontaneamente proprio come esigenza vitale dell’umanità in quella lotta di liberazione, cioè in una condizione di antagonismo permanente che avrebbe imposto, di per sé, un uso radicalmente diverso degli spazi e delle risorse. Per la teoria radicale infatti erano cambiati anche i termini stessi della lotta di classe. Il nucleo centrale della teoria radicale si basava sul presupposto che il capitalismo, giunto alla fase del suo dominio reale sulla società, si fosse autonomizzato e, realizzando la sua “antropomorfosi”, avesse sottomesso l’umanità tutta. Per questo, non più unicamente i proletari – coloro che producono il “plusvalore” – ma tutti gli uomini divengono schiavi del capitalismo; non è più il lavoro come momento definito e particolare dell’attività umana ad essere sottomesso e incorporato al sistema, bensì tutto il processo vitale degli uomini. Il soggetto rivoluzionario non è quindi l’operaio, come sosteneva la sinistra operaista, bensì l’uomo che liberandosi dal lavoro con tutti i mezzi, riprende possesso dei suoi reali bisogni. Anche nel tempo libero, oltre che sul lavoro, l’uomo è asservito alle esigenze di realizzazione del plusvalore e di riproduzione del sistema; la produzione, la circolazione e il consumo delle merci diventano “l’unicumche informa tutte le coscienze e “l’ideologia”, cioè “la falsa coscienza del mondo e di sé”, che domina le relazioni umane, diviene vera e propria forza materiale, forza direttamente produttiva, che condiziona la mente di tutti. Il “capitale” quindi, per la critica radicale, è diventato la rappresentazione assoluta: tutto quello che gli uomini possono fare si rappresenta in esso. Il movimento di negazione deve realizzarsi allora nel rifiuto della “società del capitale”, nel rifiuto del lavoro e della “quotidianità” inserita nella logica di mercato. Il concetto del capitalismo come somma di rappresentazioni coincide con quello elaborato in Francia nel decennio precedente dall’ Internazionale Situazionista, la cui attività aveva avuto negli avvenimenti del maggio francese la massima risonanza, ovvero col concetto di “società dello spettacolo”.

La categoria fondamentale della critica situazionista, lo “spettacolo”, è equivalente a quella marxiana di “feticismo della merce, che pone in evidenza come l’attività umana volta alla produzione e consumo di beni, cioè l’economia, sfugga al controllo consapevole dei produttori, poiché invece di essere finalizzata alla soddisfazione dei loro bisogni, al contrario, li domina totalitariamente, presentandosi ai loro occhi come “movimento autonomo delle cose”, che in tale fantasmagoria non appaiono più come beni fruibili ma acquisiscono ideologicamente il carattere di feticci. Lo “spettacolo” è il feticismo delle merci portato all’estremo. Asserivano i situazionisti: “Noi non lavoriamo allo spettacolo della fine del mondo, ma alla fine del mondo dello spettacolo”.

La critica dello spettacolo è quindi la critica dell’ “ideologia della società delle merci. Essa si articola nella critica della produzione di merci e del loro consumo. Da una parte è critica del sistema di fabbrica, dall’altra critica del consumismo, quindi della vita degli individui ridotta al consumo di merce, che si riduce a sua volta alla “produzione dell’individuo come merce.

La critica del consumismo aveva assunto inizialmente l’aspetto della critica dell’industria culturale: come tale si era sviluppata in Germania, ad opera della “Scuola di Francoforte”, mentre negli USA si era manifestata come movimento della cultura alternativa, che esprimeva compiutamente i contenuti dei movimenti giovanili di contestazione di quel periodo (provos, beatnik, mods e rockers, blouson noir, etc.) propagatisi poi in tutta Europa. Ma è in Francia, con il situazionismo, che tale critica raggiunge la sua espressione più matura. Queste correnti influiranno sul movimento studentesco, insieme al movimento operaio, nelle lotte degli anni ’70 in Italia. E’ per questo motivo che possiamo ragionevolmente includere nell’area della critica radicale italiana anche i rappresentanti di quella sezione italiana dell’Internazionale Situazionista che, sebbene in Italia abbia avuto breve vita, fu un importante riferimento per i movimenti che a quelle teorie si ispirarono.

Pubblicazioni e documenti dei gruppi della critica radicale in Italia.

Ludd

A Genova esce, nell’ottobre ’69, il ”Bollettino di informazione N°1”. In copertina una frase di K.Marx : “Il proletariato o è rivoluzionario o non è nulla”. Il bollettino porta, tra l’altro, gli atti di una riunione organizzata da ICO (Informations Correspondances Ouvrières) a Bruxelles nel luglio ’69; vi parteciparono gruppi francesi (tra i quali “Noir et Rouge”), belgi, italiani, portoghesi, americani.

Il “Bollettino N°2” uscì, sempre a Genova e nel ’69, con il titolo “Ludd”. In seconda di copertina il seguente passo tratto dagli I.S.: “Come la prima organizzazione del proletariato classico fu preceduta da un’ epoca di gesti isolati, “criminali”, miranti alla distruzione delle macchine che eliminavano la gente dal lavoro, si assiste in questo momento alla prima apparizione di un’ondata di vandalismo contro le macchine del consumo che ci eliminano altrettanto sicuramente dalla vita. E’ chiaro che, oggi come allora, il valore non sta nella distruzione stessa, ma nella rivolta che saprà trasformarsi in progetto positivo.”

I testi rappresentano un primo tentativo di elaborazione teorica autonoma che tiene conto soprattutto di esperienze francesi (I.S., “Socialisme ou Barbarie”, ICO ecc.). Nel ’70 esce a Milano il “Bollettino N°3” che porta come titolo: “Ludd/Consigli proletari”. Qui prosegue, in particolare con l’articolo “L’utopia capitalista”, il tentativo di produrre un’elaborazione teorica originale in grado di tener conto delle novità dell’esistente e delle lotte dell’epoca. Nello stesso Bollettino sono riportati volantini e scritti di occasione (in particolare, “Bombe sangue e capitale” a proposito di Piazza Fontana).

Questi “Bollettini” provano l’esistenza, soprattutto a Genova e a Milano, ma anche in altre città, di gruppi che assieme a un tentativo di approfondimento teorico vivevano una “pratica rivoluzionaria” all’esterno del gruppo, nelle situazioni di lotta, e nel gruppo stesso, attuando, con tutte le difficoltà e le contraddizioni che si possono immaginare, quella critica della “vita quotidiana e quella ricerca della trasparenza nei rapporti personali che il movimento rivoluzionario aveva posto all’ordine del giorno. Nello stesso tempo Ludd stabiliva rapporti di discussione e confronto con “Collettivo Politico Metropolitano”, “Lotta Continua”, I.S., neoanarchici.

Sia a Milano che a Genova il gruppo Ludd si esaurì verso la metà del ’70. Gli individui che ne avevano fatto parte presero strade diverse. Alcuni che avevano dato vita all’anima “immediatista”, scapigliata, “tossica”, confluirono poi in “Comontismo”, dopo un’esperienza comunitaria avvenuta in Toscana, a Ponte a Egola*, in una cascina. Altri si ritirarono in condizioni di assoluto isolamento, occupati in un’intensa attività teorica. Altri infine diedero luogo in città diverse a iniziative (come la libreria “La vecchia talpa” e attività parallele a Milano) che ebbero varia fortuna.

*a proposito di questa esperienza è stato realizzato recentemente, con la collaborazione di alcuni degli stessi protagonisti dell’epoca e con la regia di Marilena Moretti, un film-documentario: La Rivoluzione non è una cosa seria

“Acheronte” e “Organizzazione Consiliare”

Nell’ottobre 1970 uscì a Torino il ciclostilato “Acheronte”, “comunicazioni interne dell’organizzazione consigliare” (O.C.). In prima di copertina:

La massa proletaria con la sua semplice apparizione nella lotta sociale di classe, al di là di tutte le insufficienze, di tutte le mezze misure e delle viltà anteriori alla rivoluzione, passa all’ordine del giorno: L’Acheronte si è messo in movimento”.

Nei testi si fa riferimento ai Consigli proletari e all’autogestione generalizzataintesa come collettivizzazione di tutto l’esistente: dal controllo sulle macchine alla fine del lavoro salariato, dall’organizzazione della libera distribuzione dei prodotti alla socializzazione delle informazioni, dei piaceri, dei desideri”. La “felicità pratica” è considerata l’unico criterio del “ pre-consiliarismo”; La critica della scuola “prostibolo di tutte le ideologie”, è condotta da vari comitati di azione anti-scolastici, vi sono scritti di collegamento con la rivolta alle carceri Le nuove di Torino e di critica dell’ideologia dei “gruppi extraparlamentari” (“Maoismo: fase suprema dell’idealismo”) e della “politica come rappresentazione”. Organizzazione Consigliare aveva esteso il programma organizzativo a categorie fino ad allora giudicate impraticabili, come la teppa e la criminalità. Questo fatto, la violenza di alcuni volantini distribuiti in varie occasioni e interventi praticati a vari livelli, attirarono presto su O.C. diffamazioni, calunnie e denunce da parte della stampa, dei gruppi extraparlamentari e dalla magistratura. L’organizzazione fu poi sciolta da alcuni membri che ne rifiutarono la progressiva trasformazione in “banda politica” nel ’71. Una parte di O.C. confluirà poi nel ‘72 in “Comontismo”.

Le persecuzioni sistematiche da parte non solo degli organi di stato, ma anche dei vari partiti e gruppuscoli, specie stalinisti, spinsero progressivamente, e soprattutto a Milano, queste minoranze rivoluzionarie in una specie di semi-clandestinità rendendo sempre meno agibili, o agibili solo con azioni di forza, gli spazi pubblici. I gruppi stalinisti, con le loro squadre di picchiatori, (Movimento Studentesco, marxisti-leninisti, Avanguardia Operaia, PCI., ecc.) cercavano in varie situazioni di lotta di tenere saldamente il controllo delle occasioni di pubblico dibattito. Del resto le bombe di Piazza Fontana e lo schieramento “controcorrente” in difesa degli indagati anarchici, avevano finito per chiudere i pochi spazi ancora aperti.

 

Comontismo

Mentre iniziavano quelli che furono definiti gli “anni di piombo” e mentre i “gruppi extraparlamentari” tendevano a scomparire divenendo sempre più un’ appendice della sinistra parlamentare, combattendone tutte le battaglie, i rivoluzionari che si riferivano all’area radicale, continuarono un percorso loro proprio. Dissolta l’ “Organizzazione Consiliare”, nacque, alla fine del 1971, “Comontismo” (neologismo per tradurre il termine marxiano “Gemeinwesen”, comunità dell’essere).

“Comontismo” agì tra il ’72e il ’73 a Firenze, Milano e Torino. Pubblicò oltre a innumerevoli volantini, tre numeri della rivista “Comontismo, per l’ultima internazionale” e due pamphlet (“Verso l’abolizione di ogni codice presente e futuro” e “Contratti o sabotaggio”). Il gruppo si proponevadi costruire una “comunità di intenti e di azione” che fosse “espressione coerente della rivoluzione in atto, che rompe ogni continuità” e che non ha “altra finalità che quella del piacere coscientemente vissuto e organizzato”.
Tale comunità avrebbe dovuto essere l’espressione della nascente “classe umana”, erede storica del proletariato rivoluzionario, negatrice del “capitale” e del dominio delle cose sugli uomini.
I concetti centrali della teoria comontista, per quei tempi innovativi e del tutto estranei alle teorie operaiste dei “gruppi extraparlamentari”, furono la critica dell’ “ideologia merce” e della “merce ideologica”, e l’identificazione della “classe umana” come nuovo soggetto rivoluzionario. La classe operaia, secondo i comontisti, è stata integrata nel processo di valorizzazione del capitalismo che ha saputo rinnovarsi spostando la sua primaria contraddizione dal rapporto lavoro-capitale, all’interno della soggettività di ognuno diviso tra coscienza critica e “ideologia”, falsa coscienza del mondo. Nello stesso tempo, nell’analisi dei comontisti, la condizione proletaria tende a generalizzarsi, le nuove classi medie (il «terziario») tendono a vivere una condizione di sfruttamento e di alienazione analoga a quella del proletariato. Il proletariato può così inglobare sul proprio terreno di scontro la grande maggioranza dell’umanità, unificata appunto come «classe universale».

Nella pratica, caratteristica di questo gruppo fu, oltre l’uso pressoché istituzionalizzato delle droghe pesanti, il perseguimento del modello della criminalità, “interpretata” quale forza distruttiva e non “addomesticabile” della vita quotidiana, (vita lavorativa e tempo di consumo insieme) e in quanto tale “rivoluzionaria”. Uno dei tratti caratteristici del gruppo fu, come già detto, una lotta ostinata contro i “gruppi extraparlamentari” che a loro volta ricorsero sistematicamente alla calunnia e alla delazione contro i comontisti. L’elemento più caratteristico di Comontismo fu senz’altro “l’immediatismo”, inteso come convinzione che realizzando ognuno soggettivamente il comunismo, cioè ponendo ciascuno sé medesimo come individuo immediatamente sociale, ciò avrebbe comportato “immediatamente il comunismo oggettivo, cioè la “comunità umana dell’essere” e la fine della comunità reificata della società borghese.Da tale idea del comunismo e della sua realizzazione scaturiva il principio della coerenza individuale, riducibile alla identificazione tra vita privata e attività politica. Ciò rimandava necessariamente non solo alla critica della politica ma anche a quella della vita quotidiana. Da tali presupposti derivavano una serie di principi comportamentali, le cui conseguenze pratiche si manifestavano in un completo stravolgimento della vita degli individui:

– la critica della proprietà si esprimeva nella rinuncia radicale alla proprietà individuale secondo il principio: “tutto in comune, nulla di personale”, in quanto la proprietà personale era considerata un cedimento al “feticismo mercantile”.

– la critica del “sacrificio”, si realizzava nel rifiuto del lavoro (ma anche, per svilimento, di ogni attività pianificata e finalizzata), della “militanza” e nell’esaltazione del piacere, da cui derivò una spesso mortale sottovalutazione delle conseguenze dell’uso delle droghe pesanti la cui diffusione era agli albori.

– critica della merce: concretizzata nel rifiuto di accumulare valore, vivendo con indifferenza sia il lusso, esercitato come dissipazione, che le ristrettezze, affrontate con indifferente ironia, il tutto accompagnato da una pratica generalizzata di espropriazione, prevalentemente esercitata nel taccheggio presso supermercati e librerie.

– critica dei ruoli: espressa sia nei confronti di quelli prodotti dalla società (familiari, economici, istituzionali), sia di quelli che si profilavano all’interno dei rapporti comunitari (capo, gregario, maschio, femmina, ecc.). Da cui una sorta di rinuncia alla dimensione privata nella vita degli individui e una radicale integrazione della propria esistenza nel gruppo; ciò si realizzava attraverso una critica collettiva, spesso esasperata, delle azioni di ogni membro. Una pratica di “nomadismo” tra i vari “appartamenti-sedi”, era assunta per evitare l’identificazione con specifiche situazioni di vita e di “quotidianismo”.

– critica della politica: quindi del leaderismo, del militantismo, del partito degli specialisti. Ma, soprattutto, critica della pratica tradizionale della politica, contrapponendo ad essa una esaltazione senza riserve dell’illegalismo, fino ad identificare la criminalità comune, da cui prendere esempio, con la vera azione rivoluzionaria radicale. Ciò nel contesto di una disapprovazione dell’operaismo e dell’organizzazione anche di base del proletariato di fabbrica, in favore della spontaneità criminale.

Tutto ciò era considerato una manifestazione dell’autonomia proletaria alla quale “comontismo” tendeva ad approssimarsi il più possibile e di cui si considerava genuina espressione.

Il gruppo comontista si caratterizzò rispetto agli altri gruppi dell’area della critica radicale per la sua sperimentazione di una dimensione di vitacomunitaria, nelle varie città dove realizzò le sue “sedi”; la radicalità formale espressa all’esterno coincideva con una radicalità “tribale” all’interno che però, alla lunga, mise alla prova, la capacità di resistenza dei suoi stessi membri. Un progetto così radicale ed estremo non poteva reggere a lungo e sfuggire ai limiti della sua minoritarietà, anche se in qualche modo aveva anticipato molte delle caratteristiche e delle modalità che il movimento di lotta del’77 avrebbe espresso in seguito.

Nell’inverno ’73, l’esperienza comontista può dirsi conclusa, come organizzazione e realtà operante. Gli ultimi due volantini sono distribuiti a Torino, uno è un accusa di calunnia e disinformazione contro Lotta Continua per aver loro attribuito il sequestro a scopo di estorsione dell’industriale Carello, compiuto invece da alcuni elementi dell’area bordighista. L’ultimo è il volantino di autoscioglimento del gruppo. Comontismo fu l’ultimo tentativo di formazione di un gruppo organizzato da parte dell’area della critica radicale.

 

Intervista a Riccardo D’Este

Concludendo merita una menzione particolare Riccardo D’Este, fondatore di Comontismo. A differenza degli intellettuali dell’area della critica radicale, D’Este fu soprattutto uomo d’azione, se così si può dire per un uomo che visse sempre nelle lotte e nello scontro con la società che lo circondava, immerso nelle contraddizioni del proprio voler essere rivoluzionario, come se non si potesse essere altrimenti per poter vivere.

“Una vitalità disordinata, prorompente e lucida… Dentro-fuori la galera con spavalderia; compagni, gruppi, azioni, trent’anni di vita” . Così ce lo presenta, Emira Cevro-Vukovic, che nella sua inchiesta “Vivere a sinistra. Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ’70, lo intervistò nel ‘76 per raccogliere “un’esperienza oltre la politica”. Riportiamo un passo di questa intervista che, in chiusura di questo capitolo, oltre a raccontarci Riccardo D’Este, al di là delle “leggende” che lo hanno sempre accompagnato, ci restituisce lo spirito e il vissuto di un uomo che ha partecipato pienamente alle lotte di quegli anni attraversando l’attività di tutti e tre i gruppi dell’area della critica radicale di cui ci siamo occupati e allo stesso tempo ci chiarisce ulteriormente i connotati teorici di quella scelta di campo ed insieme esistenziale.

Alla domanda: “Ti consideri un uomo di sinistra?” Riccardo risponde: “Se comprendo bene la tua domanda devo rispondere di no, poiché per “sinistra” si intende un comportamento ed un’ideologia particolari, separate e separanti: insomma una “politica”. Per conto mio cerco di essere un rivoluzionario, riuscendovi talora. E la rivoluzione sociale, comunista, non ha nulla da spartire con la politica, anzi ne sarà, e lo è già nel suo scavare quotidiano, la negazione, in quanto superamento radicale ed abolizione del pensiero morto accumulato; e la politica è comunque pensiero del potere, presente o auspicato, ed è perciò pensiero (nonché pratica) amministrante, coazione alla sopravvivenza. Qual è l’obiettivo politico anche dei sedicenti rivoluzionari ? La presa del potere da parte di una classe particolare, quella operaia, magari gestita da un partito che pretende di parlare in suo nome. Ebbene, il progetto realmente rivoluzionario, comunista è la distruzione di ogni potere, la riappropriazione da parte degli uomini della propria umanità, della propria vita ora asservite al capitale e svuotate di senso reale. Così come l’obiettivo del movimento reale che tende al comunismo è la realizzazione della “Gemeinwesen” marxiana (il concetto cioè di essenza della comunità umana che tempo addietro tentammo di tradurre con Comontismo) attraverso la soppressione del mondo diviso in classi, il che comporta anche, ed è evidente, l’auto-negazione del proletariato in quanto classe particolare. Oggi chi si muove teoricamente e praticamente per la rivoluzione mondiale è la classe universale, la classe umana; che non può che essere nemica della politica e dei suoi maneggi. Le definizioni “sinistra” (anche “ultra”), “centro”, “destra” e così via rappresentano solo le forme spettacolari che si danno i vari rackets alla ricerca del proprio potere. E nel gioco della perpetuazione del sistema di dominio capitalista è importante che vi siano continue false contrapposizioni, falsi scontri per celare sotto le cortine fumose delle ideologie il senso del vero scontro: tra umanità e capitale. Le lotte politiche sono esemplari in questo senso. Sono lotte tra rackets, come dicevo, che non mettono minimamente in discussione la natura stessa del racket, né potrebbero farlo poiché combattere contro ogni forma di rackettizzazione significa combattere il cuore stesso del sistema sul terreno sociale ed all’interno di ciascuno di noi, per far esplodere il bisogno di socialità, di vita, di comunismo, ciò che è realmente irrecuperabile dal capitale. Insomma, sia pure schematicamente, spero di averti spiegato perché non mi considero di “sinistra”, né appartenente a qualsiasi parrocchia politica, i cui aderenti uniscono in sé l’adesione alla Weltanschauung proposta dai ministri del culto e la repressione dei propri bisogni essenziali, che sacrificano sull’altare del potere, da gestire o da conquistare. I militanti di sinistra, per quanto li riguarda, sono i nuovi conformisti che, illudendosi di vivere per un ipotetico (ma mai raggiungibile) futuro migliore, in realtà esprimono continuità con il passato, ricollegandosi oggettivamente, e spesso soggettivamente, alla morale ed ai comportamenti cristiani e, più in generale, religiosi. E’ fin troppo ovvio che questo tipo di morale è ad uso e consumo dei militanti, poiché gli dèi (in questo caso le organizzazioni burocratiche) ed i loro sacerdoti hanno la sola morale che gli confà: quella del potere. Per me la lotta contro il potere, anche nelle sue forme più sottili, più interiorizzate, è l’unica strada per conquistare la gioia reale di vivere, di amare, di giocare. Non è facile, poiché spesso la lotta per la sopravvivenza ti inaridisce e ti ottunde. Spesso il passato che pure ritieni di avere superato e liquidato ti risalta addosso con suoi rigurgiti castranti. Spesso risulta estremamente difficile scollarsi dai ruoli che i rapporti sociali t’impongono e che tutti sembrano richiederti. E’ essenziale comunque gettare tutta la propria passione nella continua ricerca di una condotta che spacchi l’esistente, di una condotta che ti permetta di giocare con i ruoli e su di essi (contro di essi) senza mai accettarne la corazza. Non ci si può identificare in null’altro che non sia il nostro processo di negazione (del valore in processo, cioè del capitale). Non sempre ci riesco, ma il mio sforzo massimo e quotidiano è proprio per giocare sui ruoli, sapendo alla peggio subire, ma mai accettando l’esistente e le sue imposizioni.”

“L’ironia è un’arma formidabile di demistificazione, di umanità; ti permette di cogliere la punta di grottesco che affiora sempre, anche nel dramma, e quindi ti aiuta a non frantumarti né nella Scilla della depressione, dell’autocommiserazione, né nella Cariddi del trionfalismo, dell’autovalorizzazione.”

Emira Cevro-Vukovic, Vivere a sinistra.Vita quotidiana e impegno politico nell’Italia degli anni ’70, Arcana editrice, Roma, 1976.

Cfr. http://www.nelvento.net/riccardodeste/index.html

 
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