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Contro la fotografia. Dio non esiste! La fotografia sì!

Inserito da serrilux

Contro la fotografia. Dio non esiste! La fotografia sì!

Conversazione fra Mirko Orlando e Pino Bertelli per la Rivista on-line Mavica
settembre 2013 / febbraio 2014

Mirko Orlando, docente di fotografia e fotografo free lance, da anni impegnato nella realizzazione di servizi fotografici su tematiche sociali, collabora con varie testate in veste di fotografo e critico della fotografia. Attualmente vive e lavora a Torino.
Pino Bertelli, fotografo di strada e critico cinematografico.
La fotografia di Alice Liddell (sopra), fatta nel 1858 dal prete anglicano Charles Lutwidge Dodgson (Lewis Carroll, scrittore, matematico, fotografo, autore di Alice nel paese delle Meraviglie e Attraverso lo specchio)… mostra che quando la realtà è peggiore della fantasia si fotografa la fantasia, che è la più grande verità mai apparsa sulla Terra.

Premessa

Anzitutto una premessa, perché se c’è un motivo che non meriti l’indifferenza per dialogare tra fotografi, ciò deve, dissipando l’orizzonte del fotografico, aprire verso paesaggi più ampi in cui la luce non sia costretta a passare per l’apertura di un diaframma (che è sempre troppo angusta). Proprio per questo, mi è sembrato che il fotografo Pino Bertelli fosse tra i pochi rimasti con cui poter così disquisire, e non per una comune passione nel denaturalizzare la fotografia come oggetto d’indagine specifico, ma per lo sforzo coordinato nel volerle restituire un senso… nonostante tutto.

La nascita della fotografica corrisponde, grossomodo, con l’anno zero della modernità, e non c’è persona lucida, a prescindere dalla propria formazione culturale, che non ammetta quanto questo strumento meraviglioso (perciò pericoloso) abbia cambiato il mondo. Il punto è vedere, a quasi due secoli dal suo brevetto, se le fotografie possano cambiare il mondo (la fotografia lo ha di certo cambiato), o anche una sua piccola parte, e ciò precisamente per chiarire se possa esistere al di là dell’arte del mercimonio.

La fotografia come pratica sociale, come strumento tecnologico, e come prodotto del mercato, ha senz’altro rivoluzionato la vita quotidiana di tutti, fotografi e non. La stessa esistenza di un simile marchingegno mette in crisi il pensiero occidentale virgolettandone le fondamenta, e se c’è un aspetto interessante del suo studio, riguarda appunto la capacità del mezzo di convogliare su di sé tutte le attenzioni del pensiero occidentale: l’ambizione a scovare una verità ultima e incontrovertibile; la volontà di realizzare un sapere enciclopedico; il desiderio di tradurre il mondo in unità chiaramente leggibili; la fantasia di una possibile equiparazione degli esistenti sull’unica misura dell’evidenza immediata.

Chiaramente, le domande che la fotografia pone non hanno ancora, né forse mai l’avranno, una risposta definitiva e soddisfacente, fosse per altro che per la recente messa in crisi del concetto stesso di “risposta definitiva”, cioè di episteme. Tuttavia, ciò riguarda la fotografia e non le fotografie, cioè l’esistenza stessa dello strumento e la sua diffusione sociale. Ciò che adesso m’interessa, al contrario, sono le fotografie, per vedere se sia possibile per il fotografo ritagliarsi un proprio spazio senza dover necessariamente adeguarsi al sistema fotografia facendolo semplicemente funzionare. In altre parole: in che modo fotografare perché la fotografia non neghi o se stessa o l’operatore?

A seguire i suoi scritti, Bertelli sembra aver le idee chiare, per calcolo o bramosia d’innocenza non importa. Prima di tutto le idee chiare! Ma è poi così facile schiarirsi le idee? Possiamo davvero attenderci da un fotografo, o da chiunque abbia cessato di genuflettersi all’autorità del pensiero dominante e preconfezionato, quella coerenza che il dio della ragione ci ha detto necessaria al progresso sociale, mentre quello della fede, fregandosene altamente, continua ancora oggi ad insegnarci come dominare alle sue spalle? Forse la coerenza è l’ultimo baluardo di una mente fuori gioco, al di là del corpo, che vuol superare persino il dio che s’è inventata. Forse è un dogma per impedire ai disperati di alzare la testa ponendoli di fronte ad un enigma irrisolvibile. Forse, però, è anche l’ultimo strumento che ci resti tra le mani. Libertà, utopia, speranza, sono parole che ritornano nel vocabolario di Bertelli, parole che s’infrangono inevitabilmente non appena la coerenza rivendichi il proprio magistero ma, allo stesso tempo, parole senza le quali qualsiasi discussione corre il rischio di sottomettersi alle logiche della domanda e dell’offerta. L’utopia è la messa in scena dei sogni infantili, e un buon fotografo deve saper chinarsi per essere all’altezza dei bambini e non per soddisfare le voglie più basse degli adulti. Ciononostante, per chi come me è nato dopo il tramonto del pensiero libertario, tutto ciò risulta essere assai difficile, e parole come libertà, utopia, speranza, s’asciugano al sole di una meschina depressione intellettuale. Il dato anagrafico che mi separa da Bertelli non è innocuo, e credo possa riflettere la distanza che strappa la fotografia contemporanea dai suoi precedenti. Perciò che un Bertelli esista mi da la stessa meraviglia d’aver visto un dinosauro! Esiste ancora la sua specie? E com’è possibile? O è un uomo completamente folle da essersi perso più di quarant’anni di storia, o è uno dei pochi depositari rimasti di una ragione che rivendica l’immortalità. S’accalora quando scrive, e il suo lessico ci sembra, troppo spesso, anacronistico. Gli occhi gli brillano di una gaia speranza nel futuro e si chiudono, ad intervalli regolari, sull’accettazione consapevole delle proprie vittorie e delle proprie sconfitte. Forse è vero che ha malinconia dei tempi passati, quando essere da una parte o dall’altra non era affatto la stessa cosa e, particolare assai importante, tutti lo sapevano. Forse è vero che le nuove generazioni, anche soltanto la mia, hanno più di un pretesto per voler la gogna per tutta la sua generazione: non perché ci abbiano insegnato a genufletterci, ma perché ci hanno istruito a perdere. Forse Bertelli dovrebbe rinascere negli anni ’80 per capire l’amara rassegnazione che scolora  i sogni di un intero paese votato al suicidio culturale. Forse è la sua età il suo vero limite, così come del resto la nostra. Tuttavia non si sceglie quando e dove nascere, e soltanto le anime più belle riescono a decidere quando e dove morire (penso a Mario Monicelli). Resta dunque la possibilità di cogliere, dai giardini di un tempo, i frutti maturi e lasciare al suolo quelli marci e indigesti.

Cultura viene da cultus che significa coltivare, e Bertelli no! Non è un folle, ma un coltivatore di anime deste. Egli è abbastanza lucido d’aver lasciato l’ottimismo nelle mani degli sciocchi, ma altrettanto forte d’aver rinunciato al pessimismo degli sconfitti. Egli conosce la stupidità dei popoli, ma conosce anche la viltà degli eletti che dietro l’arroganza della loro cultura nascondono la paura di mettersi in gioco, il timore, direbbe De Andrè, di sanguinare. Per questi motivi, in vista di un rinnovamento della cultura fotografica in Italia, ho creduto giusto partire da Bertelli e dalla sua poetica, poiché credo non ci possa essere alcuna cultura fotografica se non come prodotto di una prima necessaria fotofilia che porti l’uomo ad amare ciò che la luce rivela. La luce del mezzogiorno (direbbe Nietzsche) che rischiara e soffoca le ombre, che mostra l’unità senza duplicarla e che consegna al proprio tempo l’unico insegnamento di Platone a cui, per un fotografo, valga la pena tener fede: ciò che è vero, è bello, è buono.

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