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Cioran, Il nulla

Inserito da serrilux

Cioran, Il nulla

Mimesis 2014, pp. 90, 4, 90 euro

Il nulla si compone delle lettere scritte da Emil Cioran a Marin Mincu (1987-1989). La corrispondenza è importate, asciutta, vibrante, necessaria a comprendere meglio certe posizioni “antisemite”, “filo-autoritarie” o più semplicemente emotive di un filosofo tra i più grandi del Novecento. Mincu, ricordiamolo, è stato poeta, critico letterario, romanziere, semiologo ed editore. Ha insegnato in diverse università e i suoi libri hanno ricevuto numerosi premi internazionali. Cioran mostra amichevolezza e rispetto verso Mincu, gli scrive che il suo testo giovanile, La trasfigurazione della Romania (1935), “ha tutti difetti dell’inesperienza e dell’orgoglio, un orgoglio disperato e provocatorio… ciò che mi rincresce è che contiene troppe affermazioni inutilmente ciniche, insolenze gratuite, idiozie che avevano libero corso all’epoca. Io ne rinnego completamente una grandissima parte che riflette i pregiudizi di allora, ritengo come inammissibili alcune considerazioni sugli ebrei… ho sempre ammirato gli Ebrei ma allo stesso tempo li invidiavo per avere un destino, cioè nel senso positivo, mentre il fatto di nascere è sinonimo di fallimento”. Quando si ha tutto da perdere, non si ha più nulla da difendere.
Cioran parla della coscienza di sé come oblio della propria coscienza… di lacerazioni interiori, di scissioni dell’anima… si chiede perché sono gli uomini hanno inventato Dio, gli angeli… la risposta è: “Per avere con chi parlare… Arrivati a un certo grado di solitudine o di intensità esistono sempre meno persone con cui si possa discorrere; anzi si finisce per constatare che non si hanno più dei propri simili. Giunti a questo estremo, ci si rivolge ai propri dissimili (?), agli angeli, a Dio”. La civiltà dei simulacri o dello spettacolo, per Cioran, è non ha del tutto torto, è un divenire assurdo dove gli uomini vagano come puttane sui marciapedi della storia, in un’agonia senza epilogo.
Le lettere di Cioran a MIncu sono corse da una fervida erudizione, una mescolanza di solitudine, malinconia, ebbrezza verso gli spiriti colti… le parole non sono parche di finezze, allusioni, metafore seducenti e corrosive… riflettono il fascino dell’eresiarca e uno stile d’innegabile bellezza… lasciano presagire una vitalità o un’acutezza di pensiero che si dispiega nei suoi libri e qui si coglie come una sorta di enunciazione randagia… la forza vitale e furente dei suoi testi straordinari è qui mitigata, forse, da un certa studiata saggezza… tuttavia si comprende che la vera filosofia comincia al di là della filosofia e davanti al banale e all’inconcepibile ogni competenza assassina la verità. E questo perché — come ha scritto altrove, “una civiltà che cominciò con le cattedrali doveva finire con l’ermetismo e la schizofrenia”. Una vita degna di questo nome incomincia la frequentazione dei rispettabili, dei mitografi e dei bottegai… sembra dire, e finisce nei mattatoi della storia, dove solo i “cattivi” poeti sono liberi.

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