Naviga per Categoria

Krzysztof Kieslowski. Film Rosso

Inserito da serrilux

Krzysztof Kieslowski. Film Rosso

Film Blu/Film Rosso/Film Bianco. Trilogia dell’amore, della libertà, dell’utopia

Film Rosso (Trois couleurs, Rouge), 1994

Film Rosso

“Il piacere dato da un’altra donna è qualcosa di molto intimo; che porterà sempre in sé il segno della mancanza di vertigine; la vera folgorazione, quella che può farci soccombere, è l’incontro con un uomo”. Marguerite Duras

“È così per incontrare il mondo. È così per incontrarti. Se il mio desiderio vuole solo l’amore, come la terra il sole, smarrisco il cammino del divenire: per me, per noi. Mi addormento in un’atmosfera tiepida o bruciante. Non sono più capace di raffreddare l’aria per la sua elevazione
alla parola, alla condivisione. Lungi da svegliare un po’ di vento per i nostri scambi, soffoco il soffio nel fuoco sicché non restano ceneri. Al meglio, mi ritroverò nel mare. Di là posso rinascere, è vero. Ma temo di perdere la via verso me, verso te. Di dovere ancora e ancora ricominciare il tutto dall’inizio… Nell’aria dappertutto invisibile, ma tuttavia là: toccarti, essere toccata da te, come in un gioco”.
Luce Irigaray

“Perché adesso, proprio adesso, in questo momento non posso prendere il tuo uccello e mettermelo sotto l’ascella, ciancicarlo con i capelli… stuzzicarlo con i denti e lasciarlo poi di nuovo ammosciarsi, ficcarmelo in culo e poi tirarlo fuori e ficcarmelo nella fica e poi leccarne via i miei stessi umori? Perché non posso spompinarTi e portare in bocca lo sperma alla Tua bocca perché Tu lo inghiotta e Ti si blocchi un attimo in gola per via del suo sapore penetrante, che mi rimane sempre a lungo sulla lungua, sicché qualsiasi cosa che mangio ha il sapore di un prodotto del Tuo uccello e quando mangio pane burro il sapore sembra quello di una scopata?
Jana Cerna’

I. AMO A TE

Con Film rosso, Krzyzstof Kieslowski chiude la trilogia ispirata ai colori e ai principi della Rivoluzione francese (1789): libertà (blu), uguaglianza (bianco), fraternità (rosso). Si tratta di superare ogni barriera, non rispettare alcun freno… fare di qualsiasi bosco selvatico la propria terra, passare attraverso il libertinaggio dell’amore, dell’esilio, della rivolta e donare a se stessi di nuovi mondi amorosi… vivere una contro-morale dei sentimenti che danzano con grazia e leggerezza nel libero scambio dei godimenti… contrapporre una filosofia del piacere alla disarmonia della realtà uncinata all’immaginario istituito… confutare le menzogne secolari dell’obbedienza come destino e mostrare — se ce ne fosse ancora bisogno — che il pudore degli schiavi muore con l’impudore dell’innocenza che si trasforma in conoscenza della gioia. Il rosso è il colore delle emozioni, della fraternità, dell’amore senza condizioni… Film rosso è tutto questo ma più ancora è uno sguardo profondo sulla solitudine. È forse l’opera più completa di questo maestro del cinema non prostituito ai cenacoli dell’ottimismo spettacolarizzato o alle conventicole estetizzanti della diversità confusa come esistenza marginale… il disordine imperante è parte del gioco delle parti e tutti (o quasi…) corrispondono la loro genuflessione o devianza alla cementificazione delle emozioni. L’ordinamento sociale dell’umanità è in conflitto con i bisogni sessuali “naturali” dell’individuo: la fede, la politica, la cultura, il lavoro, la famiglia… modificano e soprattutto reprimono i bisogni umani. L’energia sessuale, “eccitazione del vago” o “struttura emozionale”, direbbe Wilhelm Reich12, viene non soddisfatta e nascono così nell’individuo disturbi o devianze della vita amorosa, conviviale, comunitaria. Follia, alcoolismo, droga, razzismo, omosessualità… sono in massima parte, corazze emotive dovute a paure infantili, sottomissioni continuate, brutalità irrisolte che (prima) all’interno della famiglia e (poi) all’esterno nella società, hanno contribuito a sostenere e mantenere a lungo, illusioni, menzogne, banalità di una vita quotidiana sovente stupida, avvolta in solitudini senza rimedio. La dipendenza da qualcosa o da qualcuno si ha quando il ruolo sociale assume il compito che spetterebbe all’individuo: comunicare e vivere le proprie emozioni, condividere il proprio amore con l’Altro/a, ritrovare la stima di sé per riconoscere la stima dell’Altro/a. “L’amore quando è profondo, precipita gli esseri… Dalla bellezza della sua espressione dipende la bellezza d’un atto morale”13. Si muore quando i nostri sogni divengono sabbia o quando le parole restano assediate nella gola degli addii. L’amore è l’emozione che ci traversa la pelle… che ti raggiunge là dove ti cerca… così vicino, così lontano che eclissa ogni verità che non sia un orizzonte diverso… l’ebbrezza di un varco, uno strappo, un salto oltre l’aridità del prestabilito. L’utopia dell’amore rompe gli argini della quotidianità e sovverte l’ordine costituito. La seduzione, l’erotismo, i singhiozzi dell’amore… rivendicano l’inafferrabilità dell’amore come bisogno e scoperta di tutto quanto viene celato nell’ombra delle abitudini o nella noia dell’indifferenza… toccarsi, carezzarsi, amarsi senza condizioni… divengono conoscenza dei corpi e apertura verso la riscoperta dell’amore per sé e stima dell’Altro/a. L’amore e solo l’amore… come rifiuto radicale dei modelli sociali è l’utopia sospesa tra il desiderio e la ragione… che ci allontana da tutto ciò che è indifferenza o dolore… è il prolungamento interminabile di un’infanzia che vuole ancora giocare.

II. L’UTOPIA SOSPESA DELL’IO, TU, NOI

Film rosso chiude lo sguardo di Kieslowski sulla civiltà dello spettacolo14. È un’opera radicale, atea, eretica… di una religiosità eversiva (e non è un paradosso…) che annulla tutto quanto è mascheramento, mercificazione, volgarità. La “diversità” che tratta Kieslowski è “ciò che turba, inquieta, rompe con le attese dell’illusorio diffuse dallo schermo15… qui il “diverso” non viene soppresso e la trasgressione non è eliminata… si evidenzia invece l’esistenza di un pensiero tragico che non finisce di stupire. Perché ogni amore è la fine di una confessione o lo schiudersi di un incontro che spacca tutte le imposizioni della modernità edificata su deserti emozionali/etici… l’arte del disprezzo nasce nelle macellerie del consenso o nelle biblioteche delle verità prostituite alla ragione degli affari sporchi e solo i corpi abitati dall’amore sono in grado di precedere il crollo degli dèi (dell’economia politica). Film rosso si allunga sulla quotidianità di ognuno, come una specie di ponte filosofico, interpretativo, comunicazionale che si interpone tra l’austera eresia del Dekalog (1988-89) e la magia eversiva di La doppia vita di Veronica (1991). Il respiro espressivo di Kieslowski si porge fuori (e finalmente…) dalla cultura rigida, stupidamente maschilista che l’insieme dell’umanità ha preso e perpetuato come modello e su questa via ha eretto i roghi dell’intelligenza e confinato la grande energia comunitaria/sensuale della donna in forme diffuse di schiavitù. L’universo femminile è ovunque calpestato. L’uomo non conosce niente della donna che ha accanto né della sensibilità, della tenerezza, della possibilità d’amore che una donna può donare al proprio compagno. Le persone si parlano ma non si capiscono. Si accoppiano ma non si toccano. Si danno ma non si amano. La donna ha il suo rifugio nella scoperta del sé, l’uomo brancola nel buio delle proprie certezze e affoga nelle paure del proprio sesso afflosciato. La donna toglie l’ambiguità al desiderio, riporta l’amore nella gestualità, nelle leggerezza del sogno, nella condivisione di essere due nell’amore di fronte al mondo: “Per custodire e te e me, per rimanere due, devo imparare l’amore. Scendere nel cuore, mantenervi il respiro, non esaurirlo nell’opera, non paralizzarlo nel mentale… Contemplo il fuori ma anche il dentro. Penso senza rinuncia a te, a me, a noi. Amo a te, amo in me. Il respiro va e viene — vita, affetto, intenzione. In me. In due”16. Questa è l’origine di una società dell’Io, del Tu, del Noi… che porta nella persona il vento dell’utopia e coglie nei sentimenti di libertà, di uguaglianza e di fraternità i voli possibili di un’esistenza quotidiana sovente impossibile o inaccettabile. La verità è una puttana di basso profilo, sempre preda dei valori dominanti — ideologie, fedi, culture… —. La diversità è spesso una corazza, un abito, un gesto estetizzante che cela paure lasciate alla deriva della propria mediocrità. L’indecisione sessuale, la droga, l’alcool, la follia, il razzismo… sono fughe dalla realtà e dalla libertà. In principio si somatizza i propri soffusi terrori… poi subentra la patologia e le farmacopee della banalità istituzionalizzata accompagnano la vita di ognuno verso la desertificazione del corpo, la soppressione delle emozioni. Abbiamo perduto la capacità di amare… di darci il piacere necessario ad affrontare le asperità della vita quotidiana. Il piacere — sessuale, culturale, politico (cioè del superamento di ogni ideologia…) — è il recupero della felicità senza passare dall’esperienza della sofferenza… il piacere dell’Io, del Tu, del Noi… è l’utopia sospesa tra la gioia della rinascita personale (la frantumazione della rigidità del corpo) e la dissoluzione dei legami collettivi impostati sul piacere come soddisfacimento autoritario e di potere. “Il piacere non può essere posseduto. Si deve abbandonare il proprio sé al piacere, bisogna cioè far sì che il piacere prenda possesso del proprio essere” 17. Una persona è felice e “viva” quando riconosce in sé la propria sensibilità, la propria creatività, il proprio amore per l’Altro/a. Quando riscopre l’amore per sé, quando fa della fraternità una ponte emozionale che congiunge il passato (l’infanzia) al presente (la storia). Film rosso gira intorno a questi temi. In una Ginevra blu-notte, spruzzata di rosso in ogni inquadratura… Kieslowski costruisce forse la sua opera migliore. L’impalcatura filmica è fortemente riuscita, il tema trattato non sempre è all’altezza della filosofia d’insieme.

Un giudice in pensione (Jean-Louis Trintignant) spia le telefonate dei vicini, più per riempire la propria solitudine e per una naturale avversione alla mediocrità generale, che per una morbosa schedatura telematica… Valentine (Irène Jacob) è una studentessa che fuori dei libri posa per una pubblicità di chewing gum (chiamata “Hollywood”). Il giudice e la ragazza si conoscono per caso… lei investe il suo cane, lo cura e quando lo riporta al giudice si amano subito… ma di un amore speciale… un amore del sentire, che non ha niente a che fare con la differenza di età o con le convenzioni sociali. Il vicino di casa di Valentine è un giovane giudice all’inizio della carriera. Gli accadono le stesse cose che erano successe al vecchio magistrato. Il tradimento di una donna e il riversamento della propria esistenza nel lavoro. È l’inizio di una vita già contaminata dalla solitudine e dalla paura che qualcuno possa ancora bruciare i sentimenti più profondi. Il vecchio diviene così testimone e specchio di una ripetizione, di una rassegnazione, di un’impotenza che sovente troviamo nei destini di tutti. Il giudice e la ragazza s’incontrano, mescolano i loro timori, i loro dubbi, le loro esistenze e fraternamente affrontano un futuro che li divide ma che nello stesso tempo li unisce. “Il cinema non è soltanto un modo di raccontare storie, è anche un modo di parlarsi” (Krzysztof Kieslowski). E la chiusa del film è di grande bellezza emotiva: un battello carico del divenire (metafora di un’umanità che forse non merita essere difesa…) affonda nella manica… muoiono tutti… si salvano soltanto i personaggi di Film blu, Film bianco e Film rosso. Il senso profondo del film non è “siate più buoni, amatevi l’un l’altro”, come qualcuno ha scritto con la Bibbia nelle mani e il culo sul sofà della cultura dello spettacolo integrato18… la fraternità espressa da Kieslowski — non è il caso — ma i nodi del destino che non possono essere sciolti, perché sono il risultato delle nostre azioni, delle nostre idee, delle nostre utopie.

Il letame di Gesù Cristo non c’entra nulla… dappertutto “le ostie conservano il loro sapore di cadavere… tutti gli sputi si riuniscono nella stessa fogna e dicono Gesù vieni con noi… i preti non vendemmiano più che la propria merda…”19 e il solo Papa buono è quello affogato in uno sputo. La libertà, l’uguaglianza e la fraternità… non potranno mai essere sconfitti da nessuna società chiusa o da nessun potere del sopruso… perché al fondo delle loro inquietudini, delle loro turbolenze, dei loro desideri… c’è l’amore. Film rosso è una lezione di cinema. La tessitura filmica poggia su inquadrature forti e la cinecamera di Kieslowski riesce ad esprimere lo sguardo profondo della solitudine, quanto l’effimero mondano dell’apparenza. La sceneggiatura (Krzystof Piesiewicz, Kieslowski) enuncia qualche buco letterario (lo spionaggio delle telefonate, e qualche simbologia di troppo presa dal Noir francese, come l’attorialità dei personaggi, specie in interni)… la musica (Zbigniew Preisner) e la scenografia (Claude Lenoir) conferiscono alla narrazione supporti di notevole efficacia, ma la fotografia (Piotr Sobocinski) e il montaggio (Jacques Witta) sono davvero straordinari (sembra di assistere a una sorta di visione danzata, tanto il ritmo è preciso e aderente alla struttura filmica). Sobocinski accorda le luci sulla scrittura visuale di Kieslowski e quello che risplende sullo schermo è una Ginevra impressionista, tenera e delicata, contaminata dal rosso e dal blu di notti bagnate, irripetibili. Il rosso deborda ovunque. Da una bandiera alle luci delle automobili riflesse sulla strada, dall’interno di un teatro alle labbra rosse di una donna, da un cartellone pubblicitario a disseminazioni di rosso lungo tutto il racconto… quello di Kieslowski si legge come discorso (filmico) sulla passione e sull’amore, sull’unione delle differenze e sulla incapacità di ri/trovarsi come persone all’interno di una comunità arida e quasi definitivamente perduta nel riciclo dei modelli mediani che rappresentano l’ovvio e l’ottuso di una società in decomposizione.

“Colui che guarda in se stesso come in un universo immenso, e porta in sé vie lattee, sa anche quanto tutte le vie lattee siano irregolari, esse conducono fino al caos ed al labirinto dell’esistenza”20… l’amore è la sovranità di due esseri che non regna… vive tra l’estasi e il gioco. “L’amore è semplice e senza frasi… senza una trasparenza legata all’eccesso sfibrante del soffrire — non sentirei nulla”21. Giocare all’amore significa superare ogni forma di paura, ogni tensione muscolare, ogni conflitto emotivo… liberare i sentimenti, è dare inizio alla dissoluzione delle “sovrastrutture” familiari, sociali, caratteriali che ci hanno portato verso la solitudine, l’insoddisfazione, la paura di vivere. Amare è un confine che misura la nostra capacità di soffrire ma anche la forza che è in ognuno per divenire testimoni di se stessi… l’uomo nasce libero e può tornare libero solo nella gioia dell’amore. Il compito della critica della violenza o dell’eresia dell’amore come poetica eversiva dell’esistente… è quello di disvelare l’apologia dell’inganno che regna sotto ogni cielo della politica istituzionale… quando lo Stato o le Religioni monoteiste non hanno più il potere delle parole, delle liturgie o dei simulacri comincia il tempo delle forche… le manifestazioni più forti contro la violenza che mantiene il dominio dei saprofiti sugli schiavi debuttano ovunque gli uomini, le donne insorgono per il rispetto dei diritti umani… la violenza che mantiene il diritto (come dispositivo dell’inganno) “guarda all’inganno non per considerazioni morali ma per timore di atti di violenza che potrebbe scatenare nell’ingannato. Poiché tale timore contrasta con la natura originariamente violenta propria del diritto, finalità del genere sono improprie per i mezzi legittimi del diritto. Esse annunciano il decadimento della loro sfera propria, insieme a una riduzione dei mezzi puri. Infatti, vietando l’inganno, il diritto limita l’uso di mezzi interamente non violenti, mettendo al loro posto mezzi che per reazione potrebbero generare violenza. La suddetta tendenza del diritto ha anche contribuito alla concessione del diritto di sciopero, che va contro gli interessi dello stato. Il diritto gli fa posto perché tiene a distanzi azioni violenti che teme di affrontare. Prima infatti gli operai passavano subito al sabotaggio e all’incendio delle fabbriche” (Walter Benjamin)22… ed è a una qualità più alta di resistenza sociale, disobbedienza civile, insurrezione dell’intelligenza che occorre passare e fare della verità, della bellezza e dell’amore per il bene comune, il debutto della società libertaria che viene.

10 volte novembre 1994 23

12 Wilhelm Reich, La rivoluzione sessuale, Erre Emme, 1992
13 Jean Genet, Diario del ladro, ES, 1992
14 Pino Bertelli, Dell’utopia situazionista. Elogio della ribellione, Massari Editore, 2007. Qui abbiamo scritto: “Dobbiamo tornare a ridere come i bambini, se vogliamo comprendere cosa sia la felicità”.
15 Pino Bertelli, Cinema e diversità 1895-1987, storie di svantaggio sul telo bianco, Notor,
16 Luce Irigaray, Essere due, Bollati-Boringhieri, 1994
17 Alexander Lowen, Il piacere, Astrolabio, 1984
18 Segno Cinema n. 68, luglio-agosto 1994, la scheda su Film rosso di Alberto Pezzotta
19 Benjamin Péret, Non ne mangio di quel pane, Lettere dalla rivoluzione spagnola, Gratis, 1993
20 Friedrich W. Nietzsche, citazione a memoria.
21 Georges Bataille, Su Nietzsche, SE, 1994
22 Walter Benjamin, I passages di Parigi, Einaudi, 2007
23 Su questi scritti ci siamo tornati più volte nel corso degli anni (e non sappiamo se questo è un bene) tra 1993 e il 2009.

Pedro Luis Raota. Sulla fotografia dell’assurdo

Pedro Luis Raota Pedro Luis Raota Pedro Luis Raota Pedro Luis Raota

Diane Arbus. L’Angelo nero della fotografia in anarchia

Diane Arbus Diane Arbus Diane Arbus Diane Arbus

James Natchwey. Sulla fotografia del dolore e le lacrime dei vinti

James Natchwey James Natchwey James Natchwey James Natchwey

LIU XIA: Sulla fotografia dei diritti umani

LIU_XIA_08 LIU_XIA_07 LIU_XIA_06 LIU_XIA_05